Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

lunedì 22 dicembre 2008

Il Bellini di Venezia (non è un aperitivo...)

A chi avesse occasione di andare a Roma entro l'11 febbraio 2009, consiglio caldamente di visitare la mostra sul pittore Giovanni Bellini alle Scuderie del Quirinale.
Un pittore Veneto tutto da scoprire perché racchiude in sé la completa ispirazione del Rinascimento, ogni singola innovazione ed evoluzione. La sua pittura segue e spesso precorre quella di altri pittori come Leonardo, Lorenzo Lotto, Antonello da Messina.
Artista mai esausto e in continuo superamento di sé stesso, mai pago ma sempre sospinto dalla curiosità e dall'amore per l'arte, la natura, la pittura e il colore. Maestro di molti grandi pittori veneti di cui è stato mentore e precursore, ha sempre avuto l'umiltà e il gusto di apprezzare il genio anche in altri, spesso più giovani di lui: come la volta in cui fece visita a Durher, momentaneamente a Venezia, con l'intento di acquistarne un quadro. Da ciascun grande ha tratto stimolo e ispirazione, evidentemente scevro dal demone dell'invidia, lezione più che valida ancor oggi.
I suoi colori, i suoi cieli meravigliosi, mai solo sfondi ma soggetti precisi e a sé stanti, i suoi volti incantati e i suoi paesaggi sereni ce lo dicono uomo appagato e felice. E a giudicare dalla lettura delle fonti, pare proprio che lo fosse.

Da vedere, assolutamente.

domenica 21 dicembre 2008

Retablo al Castello Gallego il 23 dicembre


Sant'Agata di Militello
Castello Gallego
- Salone dei Principi

MARTEDI' 23 DICEMBRE alle ore 18,00


Retablo

affabulazione dal romanzo
di Vincenzo Consolo

con

Francesco Randazzo

Emanuela Trovato

Calogero Giallanza (flauto traverso)

Alida Ratto (pianoforte)

Drammaturgia e Regia di Francesco Randazzo


Isidoro, un monaco smonacato per amore, salmodia, pazzo, infinite variazioni sul nome Rosalia e introduce il tema dell'opera: l'amore del monaco che ne riverbera altri. Fabrizio Clerici ama Teresa Blasco, Trono ama suor Rosalia che ama il suo confessore, Rosalia di Isidoro ama Isidoro. Le sfide s'intrecciano, si scompongono e ricompongono e non a caso il retablo è la figura riassuntiva. La fuga dall'amore e nel passato è la vicenda centrale, il viaggio di Clerici attraverso la Sicilia e i paesaggi della storia.

giovedì 11 dicembre 2008

giovedì 4 dicembre 2008

Roma, 6 dicembre 2008


Presentazione del libro
"Con l'insistenza di un richiamo"
di Francesco Randazzo
e mostra delle tavole originali de
"L'egoista, la vera storia di uno stronzo"
di Antonio Bruno.

Performance letteraria e pittorica.
Presenta Girolamo Grammatico.

Data:
sabato 6 dicembre 2008
Ora:
19.00
Luogo:
Caffè letterario Simposio
Indirizzo:
Via dei Latini 11 zona San Lorenzo
Città:
Roma


giovedì 27 novembre 2008

Per Maurizio Gueli

La Società Italiana Autori Editori (SIAE) è lieta di invitarLa all’incontro

MAURIZIO GUELI
un attore un amico

Inaugurazione del Fondo Gueli

interverranno
Giancarlo Sammartano, Annabella Cerliani, Francesco Randazzo,
Regina Franceschini Mutini, Ivana Conte, Daniela Ardini, Giorgio Panni, Mariella Lo Giudice, Giorgina Cantalini, Paola Bacchetti, Calogero Giallanza

proiezioni video e letture di testi

2 DICEMBRE 2008 ORE 17.00

SALA CONVEGNI ▪ Biblioteca e Museo Teatrale del Burcardo (SIAE) ▪ Via del Sudario, 44 – Roma


Un incontro per ricordare un amico e un collega che ha attraversato cinquant'anni di storia teatrale italiana, inaugurando un Fondo di documenti, video, foto, registrazioni della sua storia personale.

Ringraziamo tutti coloro che vorranno partecipare.

sabato 1 novembre 2008

"Controinterrogatorio" di Claudio Mutini



“Controinterrogatorio - (Istanze critiche per il nuovo millennio)”
scritti di Claudio Mutini
Edizioni Ponte Sisto



La casa editrice Ponte Sisto ha da poco pubblicato una ponderosa antologia dei più importanti saggi e interventi teorici dello studioso e scrittore romano Claudio Mutini, deceduto nel 1999. Un libro importante per riconsiderare l’arco complessivo di una militanza politico-culturale sempre vigile e curiosa, capace di partire dai classici filosofici e letterari per indagare la deriva presente della società della ‘spettacolarità diffusa’.


qui un estratto dal libro

Il libro di Claudio Mutini verrà presentato sabato 15 novembre 2008, alle ore 17,30, al Teatro dell’Orologio, Roma Via de’ Filippini 17/a. Introduce Giorgio Patrizi. Interviene Renato Curcio.


venerdì 31 ottobre 2008

Waz (8)

Waz non sa più dove si trova. Non ricorda nemmeno più dove stava andando. Le automobili sfrecciano intorno a lui, fermo ad un incrocio. Si guarda intorno e capisce che sta in una posizione pericolosa. Dovrebbe muoversi, prima che un'auto o una moto lo investa. Tenta un passo in avanti ma una ruota gli sfiora il ginocchio. Prova un passo indietro ma viene spinto con una gran botta metallica su culo. Vola in avanti, non volendo, senza paura, con gli occhi spalancati e infine atterra sul marciapiede di fronte, miracolosamente in piedi. Batte gli occhi e di nuovo si chiede dove va. Il traffico continua a scorrere, intricato e strombazzante, cento metri più in là, un vecchietto viene investito da una moto di cilindrata bulimica guidata da un motociclista dal cervello anoressico. Waz sente la sirena di un'ambulanza che arriva e piano piano si sposta, lento e deciso riprende a muoversi, come se sapesse di nuovo dove andare. Ma non lo sa. Però lo immagina.

© francescorandazzo - 2008


martedì 30 settembre 2008

"Niente birra ai nazisti"


Articolo di Riccardo Orioles tratto dalla Catena di San Libero n. 370 (27 settembre 2008)

"Niente birra ai nazisti"

"Non si serve birra ai nazisti". A Colonia, su tutti i tavolini, c'era questo cartello. C'erano folle di cittadini, in tutte le strade, decisi a non lasciar passare i nazisti. C'era un sindaco con le idee molto chiare: questa città è antinazista e nazisti non ne vuole. Così, pacificamente, senza eccitarsi troppo e ridicolizzando i violenti, i tedeschi hanno mandato a quel paese gli estremisti della "destra europea".

In Italia le cose sarebbero andate (e vanno) ben diversamente. Se invece che a Colonia fossimo stati a Verona, il corteo dei nazisti si sarebbe svolto, le grida di Heil Hitler e Duce Duce si sarebbero sprecate, ci sarebbe stato uno stillicidio di immigrati picchiati e gay mandati all'ospedale. Qualcuno dei cittadini, con "l'aria da sovversivo", magari ci avrebbe lasciato la pelle. E il giorno dopo il governo avrebbe tranquillamente dichiarato "vabbe', cose che succedono, niente di straordinario in fondo", mentre un ministro avrebbe inneggiato alla Gestapo e un altro alle Ss.

Due generazioni dopo Hitler e Mussolini, i tedeschi sono antifascisti e gli italiani no. I tedeschi hanno legge e ordine, gl'italiani camorra e Calderoli. I tedeschi sono civili e democratici, gl'italiani votano a destra e si menano a ogni occasione. I tedeschi, sicuri di sé, lavorano con due milioni di turchi senza problemi. Gli italiani, insicuri e svenevoli, sono il paese più impaurito del mondo e digrignano i denti appena vedono un altro essere di diverso colore. Eppure i fascisti "duri" erano i tedeschi, noi italiani eravamo i "brava gente", gli Alberto Sordi, anche in camicia nera, paciocconi e umani. Come mai tanto tempo dopo loro si sono civilizzati e noi no?

Il fatto è che il tedesco, persona seria, ha saputo fare i conti con se stesso. Ci voleva coraggio per farlo. Le guerre, Auschwitz, le grandi piazze vocianti di Norimberga. I tedeschi hanno guardato in faccia tutto questo, hanno ragionato freddamente sui loro orrori. Ne hanno individuato i meccanismi, le radici, e hanno deciso "mai più". Non hanno avuto un partito neonazista (come da noi il Msi) corteggiato e infine assunto al governo. Non hanno avuto un neonazismo giustificato e coccolato. Lì, se un ministro dicesse "Onore alle Ss!" sarebbe sbattuto a calci un attimo dopo fuori dal governo. Non c'è un sindaco neonazista di Amburgo o Brema. Lì si ricordano ancora del passato. Ne accettano la responsabilità, da uomini. Non lo vogliono più.

Noi, "brava gente", in realtà siamo dei minorenni. "Non siamo stati noi". Siamo stati ingannati da Mussolini, costretti dai tedeschi, imbrogliati. Noi non volevamo. Non volevamo ammazzare i sindacalisti, o impiccare i libici, o bombardare gli etiopi con l'iprite. L'abbiamo fatto senza accorgercene, senza volerlo davvero, senza colpa. E dunque, tranquillamente, ci siamo assolti - è stato un gioco. E adesso siamo pronti a ricominciare.

Qualunque operaio nero, qualunque straniero, dopo quindici giorni d'Italia capisce benissimo la differenza. Fra noi italiani simpatici, brava gente, ma in fondo semifascisti e violenti, e un qualunque europeo noioso e grigio, ma civile.

Per proseguire con la lettura della Catena di San Libero:
http://www.ritaatria.it/LeggiNews.aspx?id=642

sabato 27 settembre 2008

WAZ (7)

È una bellissima giornata, una giornata del cazzo come tante altre, piena di piccole stronzate inutili, di attese, noia, piccole nevrotiche compulsioni. Eppure è una bellissima giornata, Waz se lo ripete continuamente come un mantra benefico che dia un senso allo scorrere cazzonico delle ore e delle azioni che si stendono sulla sua pelle come gel per capelli seccato al sole. Il sole difatti se ne fotte e spara raggi tiepidi di meravigliosa banalità. Una signora nera si avvicina alla fermata dell'autobus dove Waz sta aspettando che passi qualcosa che lo sconvolga. "Che bella giornata!", dice Waz alla donna, tentando di renderla sua complice, di avere conferma anche da qualcun altro, tanto per essere sicuro che quella giornata del cazzo sia bellissima. "È da molto che aspetta?", chiede quella di rimando. E Waz come al solito risponde: "Ero giovane, quando sono arrivato qua." Quella sorride. Non ha capito un cazzo, sotto il sole cazzone di quella cazzo di giornata, non si pone nemmeno il problema, sorride ebete, ma ha una faccia simpatica e una panza strabordante sensualità afro de noantri. Anche Waz sorride. Poi ha un guizzo di lingua che balugina sotto il sole cazzone di quella giornata del cazzo e le dice: " Lei è fortunata sa? Sì, sì, proprio fortunata. È fortunata a vivere qua in questo nostro meraviglioso paese del cazzo, con questo sole del cazzo in questa bellissima giornata del cazzo, fortunata perché lei è nera, magari africana o sudamericana o yankee o chissadadove, nera e non cinese che sennò adesso toccava a lei che le facevano il culo e la mettevano a posto e c'andavano a frugare anche nel frigorifero di casa per vedere se c'aveva nascosto il cartone malefico del latte cinese avvelenato del cazzo e le controllavano pure se c'aveva bambini morti nascosti sott'al divano e tutte quelle stronzate del cazzo che qui c'abbisognano per sentirsi tranquilli che tanto i casini e le stronzate le fanno i cinesi oggi, i rumeni ieri, e domani, domani chissà? È fortunata lei, che è nera, ma chissà che domani non le fanno un controllino per vedere se c'ha qualche magagna che ci sturba questa meravigliosa vita nostra di italiani europei occidentucoli del cazzo, una cosa si trova sempre, lei lo sa, se uno si guarda allo specchio la mattina un difetto sulla pelle se lo trova sicuro e se si guarda la faccia di un altro è più facile ancora e se ne vedono di più e allora la colpa è di quell'altro, un bell'untore del cazzo che ci sta qui a scassarci la minkia e ci vuole distruggere la nostra way of life. È fortunata lei nera che non ci ruba i biscotti e non si becca una fraccata di legnate che l'ammazza, per i biscotti no perché è nera, è fortunata lei che sta qui a Roma e non a Castel Volturno. Se ne vada, signora, è fortunata che m'ha incontrato e glielo dico: se ne vada. E mi porti con lei. Ché tanto prima o poi mi tocca pure a me."
Intanto è passato l'autobus e la signora nera l'ha preso. Waz resta solo alla fermata e aspetta sotto il sole cazzone di quella cazzo di giornata, senza sapere più che cazzo dire. E si ripete nella sua testa: è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata...

© francescorandazzo-2008



venerdì 26 settembre 2008


"MEGLIO DI SHARON STONE"
racconto di Francesco Randazzo
sul prossimo numero, in uscita ad ottobre, di TOILET, ironica e intelligente rivista letteraria in vendita presso le Librerie Feltrinelli e online.





toilet è una raccolta di racconti, frutto di alcune delle migliori energie della nuova narrativa italiana.

Una "maneggevole" pubblicazione, pensata per essere letta nella comodità del bagno.

Per ciascun racconto, è indicato il tempo previsto di lettura,

così da armonizzare esigenze fisiologiche e curiosità intellettuali!

martedì 9 settembre 2008

Waz (6)


Waz a volte viaggia nel tempo. Il passato lo assale, lo circonda, a volte lo strazia, a volte lo diverte. Ma non è mai un'esperienza priva di conseguenze emotive. Il tempo in un certo senso lo ossessiona. Ci sono zone nella sua memoria che stanno andando perdute o già lo sono,: persone che ha dimenticato e che all'improvviso riaffiorano come ombre. Un volto sfuocato, qualche leggero movimento su uno sfondo grigio, plumbeo. Si sente un po' male, perché è come se li avesse uccisi dentro di sé, anche se li ha soltanto sfiorati, in un tempo molto lontano e poco o niente in comune con loro c'era stato. In fondo la mente fa bene il suo lavoro di pulizia. Waz lo sa, ma sa anche che questo è un po' spietato e a volte, spesso, elimina degli innocenti. Vorrebbe scrivere un libro, con tutti i nomi dimenticati, i volti dimenticati, le vite sconosciute di tutta questa gente, un grande romanzo di memoria, storia e invenzione. Ma non ricorda, non sa più chi sono. Nessun romanzo è possibile senza personaggi e dunque la risma di cinquecento fogli bianchi davanti a Waz, contiene questo libro impossibile, col suo candido e denso contenuto di vite dissolte.

©francescorandazzo-2008


mercoledì 27 agosto 2008

Waz (5)


Waz fa rotolare un uovo sodo sul tavolo della cucina. Gira e ruota sbandando. Con un pennarello Waz disegna sul tavolo una specie di mappa, qualcosa che somiglia ad una pianta della città o addirittura del mondo. Linee rosse s'intersecano sul legno, secondo direzioni precise eppure prive di una logica assoluta. In cielo sarebbe impossibile tracciare un simile reticolato, anche perché sarebbe inutile. Waz non ha alcun bisogno di orientarsi fra le stelle, ma ha seri problemi a trovare la giusta direzione sulla terra. Finito di disegnare, fa la prova dell'uovo. “È un modello sperimentale, che esegue un esperimento ripetibile e quindi, se confermato dall'esperienza, vero e verificabile.”
Prende l'uovo e lo posa su un punto di partenza sulla mappa. Decide un punto d'arrivo in una linea retta. Posa un dito sul punto. Con l'altra mano fa rotolare l'uovo verso la meta. L'uovo ruota, gira, devia, ma non raggiunge il punto segnato. Waz ripete l'esperimento una decina di volte. Il risultato è sempre lo stesso. L'uovo non raggiunge mai il punto prefissato. Cambia il punto di partenza e d'arrivo e ripete la prova. Stessi risultati.
Cambia schema. Adesso il punto d'arrivo non è su una linea retta al punto di partenza, ma a zig zag o addirittura con una serie di linee rette e curve. Ripete l'esperimento. Tre volte su dieci l'uovo raggiunge la sua meta. Waz capisce che perché questo avvenga è necessario non lanciare mai l'uovo nella direzione verso la meta, ma sempre lateralmente o addirittura all'opposto. Non sa spiegarsi perché, ma funziona. Prova e ripete, tante volte, finché è certo che il risultato sia vero e verificabile.
Waz è stanco e soddisfatto, ma il risultato lo inquieta un po'.
Prende l'uovo e picchiandolo sul tavolo lo mette ritto al centro.
Finalmente un po' di pace.
Waz prende l'uovo, lo sguscia e lo mangia.
©francescorandazzo-2008


mercoledì 20 agosto 2008

Waz (4)

La valigia è aperta. Vuota e spalancata come una bocca che promette miracoli. Waz la guarda. Apre la bocca, la spalanca, tentando d'imitare l'espressione ottusa della valigia. Mette i piedi nel vano rigido, si siede, si acciambella lì dentro e con qualche difficoltà la chiude. Dall'interno riesce a fare scattare la chiusura. Si addormenta. Sogna di vivere su un tapis roulant, in un aeroporto internazionale. Gira sul nastro, senza che nessuno si accorga, come un bagaglio perduto. Dieci, cento, mille giri, mentre intorno si susseguono altre valigie e i viaggiatori le prendono, le caricano su carrelli stracolmi, vanno via. Waz, nella sua valigia, non vede nulla, ma sente il rollare leggero del nastro, il suono intermittente della spia che avvisa i viaggiatori, i tonfi dei bagagli che salgono dal fondo del magazzino e poi cadono sulla grande ellisse in movimento. Waz finge di essere felice, ma in realtà lì dentro non sta molto comodo e deve respirare piano perché non c'è molta aria. Quattordici giorni dopo, quando il cellulare squilla, Waz si sveglia di soprassalto e sussulta bruscamente, facendo riaprire la valigia. Risponde. Pronto? Sì, sono io. Sì, sì, proprio io. Tutto bene il viaggio, sì. Sono arrivato adesso. Sto al controllo bagagli, sì, va bene, domani ti chiamo. Sì, è stato un bel viaggio, sì, è durato poco purtroppo. Ma ho pensato molto, sai? A che? A niente in particolare e a tutto in generale. Sai come sono le vacanze, fai come ti pare, ti concentri sul culo delle turiste e salti su a pensare che se tutto al mondo era tondo a quel modo il suo teorema Pitagora col cazzo che lo formulava e poi ti ricordi che alle scuole medie il triangolo isoscele ti stava antipatico ma verso i sedici anni sognavi solo triangoli equilateri mentre studiavi l'antimateria e i buchi neri tanto per fare qualcosa che non stava nei programmi di studio ministeriali, nel frattempo la sabbia ti entra pure nelle orecchie, ti gratti e raschiandoti fino al timpano realizzi l'incontrovertibile verità che la musica dodecafonica è inascoltabile e che la sordità di Beethoven era un presagio del futuro assordante Novecento. Ma poi ti fai un bagno e te ne fotti, ché tanto ormai siamo nel XXI secolo. Esci dall'acqua e con un brivido realizzi che non vedrai il XXII. Per fortuna però le ferie sono finite e puoi tornare a lavorare, così non pensi più a tutte 'ste cazzate e torni ad essere normale. Vabbè, ci vediamo domani, dopo il lavoro. Ci beviamo una birra e ruttiamo come bestie. Ciao.
Waz butta il cellulare sopra il letto. Da un calcio alla valigia. Si butta sul letto anche lui.
Abbraccia il cuscino e gli sussurra: Meno male che non parto mai. Mentire è più divertente, quando torno. Agosto è il mese più cretino dell'anno.

©francescorandazzo - 2008


domenica 17 agosto 2008

Waz (3)

Waz non dorme. Sta in piedi al centro della stanza e guarda fisso la lampadina sul soffitto. Si gratta la natica destra. Il boxer fruscia come una pezza da spolvero. Spegne la luce e torna a guardare la lampadina. Pensa: - Questa è la notte, quando cerchi di vedere la luce e non c'è.
Dala finestra aperta entra un refolo di vento fresco che gli solletica i peli delle gambe. Waz riaccende la luce. Si affaccia alla finestra e guarda le finestre di fronte, nel tenue buio sussurra: - Perché non ho sonno? A che serve starmene così, sospeso tra l'essere e il non essere, in attesa di non so che, rompendomi le palle di me stesso?
Un gattaccio urla tentando d'abbrancarsi una gatta refrattaria. Ormoni felini accapigliati. Il malintenzionato scappa via. La gatta tutta inarcata e col pelo ritto, fa quattro salti isterici, poi si dilegua anche lei.
Waz ripassa mentalmente tutte le varie conformazioni di figa che ha visto nella sua vita. Allgemein. Quando ha finito, prova ad immaginare anche tutte quelle che non ha visto. Wunderbar. Si rammarica di non saper disegnare bene. Allora con gli occhi proietta sul muro di fronte tutte le sue immagini mentali. Fanno una bella luce, come un cinema notturno all'aperto. Monti di Venere carnosi, grandi, piccoli, ampi, stretti, morbidi, ispidi, e valli e colline nei rugiadosi dintorni, si susseguono tra dissolvenze incrociate e qualche effetto flou. Cuscinetti bruni, biondi, rossi, scarmigliati o pettinati, folti o radi. Labbra polpose o labbra strette, labbra che respirano serene o all'erta. Ognuna una sorpresa e una conferma. Leben. Ehrlichkeit.
E d'improvviso odore di pane caldo, profumo di brioche, un soffio d'aroma di caffè.
Waz chiude gli occhi.
Il giorno gli lambisce le palpebre come un fastidio ripetuto.


©francescorandazzo - 2008


giovedì 14 agosto 2008

Waz (2)

Waz sotto il sole, coperto dal suo cappellino floscio, cuoce e sulla guancia il trigemino s'infiamma, colpa dell'alveolite bastarda. Alla fermata del tram, aspetta. Beve cocacola ghiacciata. Fanculo, brucia ma almeno raffredda. Quando finalmente passa il tram, Waz decide di non prenderlo. Attraversa il binario, alla fermata opposta, andrà in un'altra direzione. Forse.
Decide di andare a piedi. Duecento metri avanti, fino a quella zona d'ombra dove un cassonetto dell'immondizia rigurgita rifiuti indifferenziati, puzzolenti come cani morti bolliti. Waz respira. Resiste. Respira ancora. Apre le braccia e inala, le chiude e sbuffa. Di più, di più, di più. Sta sudando come una cipolla marcia. Sta per crollare, ma continua e per darsi forza comincia a saltare. Salta, apre le braccia, inspira. Va giù, chiude le braccia, sbuffa.
Quando la pattuglia di polizia s'accosta lui non se n'accorge. Un poliziotto si sporge dal finestrino e gli chiede: - Cosa sta facendo davanti a quel cassonetto?
E Waz, continuando a saltare: - Quale cassonetto?
Il poliziotto storce la bocca: - Quello dietro di lei.
Waz, salta e gira, salta e gira: - Ah, quello. Non l'avevo visto.
Il poliziotto, comincia a sentire la puzza, quella del cassonetto e quella di Waz, zuppo di sudore: - Non avrà intenzione di frugare dentro al cassonetto, vero?
Waz, salta e ride: - Ma sta scherzando, fossi matto! Ho un sacco di soldi in banca, sa?
Il poliziotto si volta verso il collega e gli borbotta qualcosa, l'auto si muove. Mentre l'auto comincia a muoversi il poliziotto grida: - Stia attento a quello che fa! Potremmo arrestarla!
Waz salta e fa ciao con la mano.
Quando la pattuglia è lontana Waz si ferma. Aspetta ancora qualche secondo, l'auto svolta e scompare. Waz si fionda sul cassonetto, lo apre, fruga, acchiappa un sacchetto ben gonfio e scappa via. Veloce, veloce, corri, corri. Gli sembra di sentire una sirena. Uau uau uau uau uau! Uau che figata, pensa. Svolta per una traversa, nella mano stringe il sacchetto. Lo fa roteare. Lo lancia in alto, lo riprende. Lo lancia in alto, lo riprende. Al settimo lancio, sbaglia la presa e tutto si spiaccica in terra. Botto, schizzi, schifezze sparse. Waz guarda il marciapiede. Sembra un Pollock.
Waz abbaia ad un cagnolino che è spuntato dall'altra parte della strada. Il bastardino drizza le orecchie, oscilla la testina da un lato e dall'altro, poi s'avvicina guardingo a Waz. Il cane, la spazzatura, Waz. Il cane piscia sui rifiuti. Il polistirolo di un contenitore per carni fa: ptunk-ptunk-ptunk-ptunk-ptunk-nk-nk!
Quando ha finito il cane annusa un po' intorno, poi se ne va. Waz lo segue.

©francescorandazzo - 2008


mercoledì 13 agosto 2008

Waz (1)


Roma deserta. In quest'agosto del 2008. Deserta ma popolata. Lemuri sudati vagano. Waz si aggira nelle gallerie della Stazione Termini. C'è puzza di grigliate, fumo di panaderias, odore di plastica ammuffita. I suoni sembrano passare attraverso gli occhi, con la confusione di un partymix di iTunes. Una coppia di arabi, marito e moglie, lei ultracoperta ma con teli dai colori vivacissimi, lo guardano, gli sorridono. Waz gli fa un cenno con la mano e sorride anche lui. Poi senza quasi accorgersene, né volerlo, risale in superficie, con la scala mobile che lo costringe ad emergere. Sul grande display della galleria principale, scorrono queste parole:

"Siamo ancora alla fine del millennio. Quello nuovo arriverà tra quasi cento anni ancora. Le distruzioni avverranno in ordine sparso, mirate, spiazzanti, erosive. Una o due saranno risolutive, nel senso che appianeranno grandi sacche di scompensi socio economici. Alla fine ci sarà una fine. Non sappiamo prevedere cosa resterà e come. In certi luoghi farà molto più caldo. In altri si gelerà. La gente s'ammasserà in agglomerati urbani di centinaia di chilometri quadrati, fuori dai quali non resterà quasi nessuno: pochi fuoriusciti e truppe militari di controllo dei confini. Di giorno si fuggirà il sole ed il contatto. Di notte tutto sarà possibile, oltre ogni limite, con l'ebbrezza di un tuffo nell'oscurità. Solo la carne avrà un senso. L'anima sarà una droga per pochi. Nasceranno bambini spietati che si ciberanno dei vecchi. Ma sarà giusto, perché i vecchi a loro volta tenteranno di ucciderli. Le madri saranno come cagne abbandonate, fuggite dai figli, scacciate dai vecchi. I maschi vivranno in branchi di sofisticata ingegneria sociale, ma le loro leggi saranno brutali. Il Web probabilmente si sarà estinto, forse trasformandosi in un sistema globale di perfetto controllo oppure in un nimbo di catartico caos nel quale rifugiarsi con tossica disperazione. Qualcuno racconterà storie del tempo che fu, ma nessuno gli crederà, più probabilmente nessuno starà ad ascoltare. La memoria sarà un male da combattere, una malattia da punire. In nome di un presente autoreferenziale, sparirà anche il tempo. Soltanto una serie di attimi inconclusi, per esistenze senza coscienza."

Waz ha un capogiro. Quel file l'aveva cancellato. Voleva ancora sperare. Chi l'avrà recuperato dal suo portatile? E quando?

Un flap e sullo schermo appaiono le immagini del Grande Nido di Rondine, gente che fugge dalle bombe, una signorina popputa che pubblicizza un lassativo travestito da yogurt...

Accanto a lui un bambino rom canticchia. Non chiede niente a nessuno. Sta col naso sporco puntato in aria e pare che preghi.

Waz s'abbassa, lo ascolta, per un po' mugola, imitando quel suono, perché vuole sperare.

Quando il bambino se ne va, Waz resta solo, seduto per terra, per qualche ora, in silenzio.


©francescorandazzo-2008


lunedì 4 agosto 2008

Salam, maman! L'Iran di Hamid Ziarati


Ho finito di leggere questo libro, piano come un racconto orale, in una torrida giornata semitropicale (cfr. il precedente post su Hamid Ziarati).
Concordo solo in parte su quanto si dice della scrittura dell'autore nella scheda di presentazione del libro, nel sito della casa editrice Einaudi (http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617840&ed=87), che Ziarati scriva in un italiano tutto suo, "insieme preciso e imperfetto, ma straordinariamente espressivo". Scrive come potrebbe farlo un bambino e poi un adolescente; la "vediamo" crescere, questa scrittura, insieme all'io parlante del libro, Ali. Prima uno scrivere semplice e immaginifico, com'è il parlato dell'infanzia, poi schietto, veloce e curioso com'è il linguaggio dell'adolescenza.
Un libro che scorre come una bibita fresca e che, come il film Persepolis, racconta, ad uso della nostra scarsa memoria, una bella fetta di storia recente non solo iraniana; in maniera semplice e per nulla noiosa, di conseguenza in un modo facilmente memorizzabile. Quello che il fratello di Ali, Puyan, fa con le foto, Alì lo compie con le parole: uno scorrere di istantanee sulla Vita che racconta. La propria, quella dei propri familiari - che è quella di molte altre famiglie iraniane della stessa epoca, quella dell'Iran e del Mondo.
D'altronde, la freschezza, la semplicità e l'attenzione all'immagine ripresa è tipica dell'arte iraniana contemporanea, come ci hanno insegnato tutti i film che i vari festival cinematografici, Venezia in testa, ci hanno fatto conoscere.
Fortunatamente.

lunedì 28 luglio 2008

Youssef Chahine

Addio a Youssef Chahine, il Fellini mediorientale.

Vent'anni fa vidi a Parigi, al Teatro della Comédie-Française un suo "Caligola" di Camus, visionario, spiazzante, controverso, bellissimo.

Lo saluto, con queste parole di Camus:

"Questo mondo così com'è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo."
(Caligola)

domenica 20 luglio 2008

Un e-book per l'estate!


Una lettura refrigerante! Da leggere su una chaise-longue sorseggiando un daiquiri ghiacciato...
Francis Scott Freezegerald

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giovedì 17 luglio 2008

Dove osano gli uomini


Di ieri la notizia della morte di Karl Unterkircher sul Nanga Parbat.
E' caduto in un crepaccio, pare per il cedimento di una cornice di ghiaccio e neve.

Una volta mi sarei chiesta come mai un uomo di 37 anni possa rischiare la sua vita in esperienze così estreme, e credo questa sia la domanda che si pongono i più, davanti a queste notizie; archiviandole, insieme ad uno stupore poco comprensivo, qualche secondo dopo per passare, con zapping fulmineo, alla tranquillità banalotta ma rassicurante del Grande Fratello.

Ma da quando ho ripreso a fare sport e ho conosciuto la montagna, ho cominciato a capire, anche se non condividerò mai il coraggio dei più grandi: è la voglia di spostare il limite, sempre più in là, di vedere cosa riuscirai a fare e dove riuscirai ad arrivare, come risponderà il tuo corpo, è l'incoscienza che si ha nell'affrontare determinate situazioni e condizioni nel qui e ora, la speranza, quasi la certezza, di farcela sempre e l'adrenalina che pompa. E' la montagna che chiama, come diceva Karl, la sua monumentalità all'apparenza tranquilla, la serenità che spesso ispira il guardarla da distante; così tutte le insidie che essa nasconde, note anche al più tranquillo escursionista della domenica, sembrano solo vuote paure.
E', comunque, un senso di ineluttabile "io devo", un irrazionale ma fortissimo richiamo a non potersi tirare indietro.

Chi avesse visto e/o letto "La morte sospesa" (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/La_morte_sospesa e http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5000494) si sarà un po' avvicinato alla comprensione di quanto ho detto. Un libro e un film magistrali che forse spiegano tutto questo, come pure il fortissimo istinto di sopravvivenza che l'essere umano possiede, al di là di qualsiasi ragionevole pronostico. Lo spiegano già dal titolo originale, ben più evocativo: "Touching the void".

Val la pena citare le parole di Unterkircher poco prima di venir meno, perché cadere in un crepaccio è proprio questo:
"Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio, e se ci chiama... dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là? Ma chi glielo ha fatto fare?". Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!" (http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/unterkircher-crepaccio/blog-karl/blog-karl.html)

E' che c'è solo l'uomo e la montagna, e un ancestrale richiamo alla sfida con la natura, un'atteggiamento eroico per quanto apparentemente inutile, tanto più eroico quanto più - apparentemente, sottolineo - inutile.
Per me, si tratta della forza della spinta all'evoluzione umana spostata dalla razionalità alla totale fisicità; per quanto chi frequenta sport e montagne sa come, anche in questo caso, la "testa" è tutto e viaggia in pari col corpo.
Quando le due si separano anche solo per un istante è finita, e mentre cadi giù, mi piace immaginare, lasci la montagna, e il mondo con lei, con un senso di tradito stupore, di paura e, insieme, di rispetto.

Onore, dunque, agli "inutili" eroi della montagna.

mercoledì 16 luglio 2008

Hamid Ziarati, per approfondire



Per approfondire ulteriormente, perché non leggere il romanzo dello scrittore Hamid Ziarati (http://it.wikipedia.org/wiki/Hamid_Ziarati)?
Scritto "in un italiano insieme preciso e imperfetto, ma straordinariamente espressivo" (vedi scheda in http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617840&ed=87), "Salam, maman" è uno dei miei libri nel cassetto per quest'estate.

Dunque, non l'ho letto. Ma mi incuriosisce il confronto con un altro punto di vista, questa volta maschile, sull'Iran di "Persepolis" e l'esperienza di uno scrittore che scrive coraggiosamente non nella propria lingua madre ma in quella della terra che l'ha accolto, cosa abbastanza rara in Italia e più frequente in Francia.

Un gran bell'omaggio ad un'Italia non sempre accogliente, specie di questi tempi.
Francamente, alquanto bui.

martedì 15 luglio 2008

Persepolis, il film


Consiglio a tutti questo splendido film di animazione, che racconta un pezzo importantissimo della storia dell'Iran moderno:
www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=47296


Ci sono voluti una donna, Marjane Satrapi, prima con i suoi fumetti (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Persepolis_(fumetto)) e poi con il film di animazione, e quasi 30 anni per spiegare all'Occidente cosa è veramente successo durante la rivoluzione iraniana, avuta inizio nel 1978 e conclusasi il 4 novembre 1979 con l'insediamento al potere dell’ayatollah Khomeini. Una storia che conosceva già chi frequentasse, come me, gli studenti iraniani all'università negli anni '80, ma che per i più era stata la lotta di un popolo intero accecato di religione per l'ascesa di un potere oscurantista contro uno scià filoamericano, in fondo più illuminato. Così ce la mostravano giornali e telegiornali.
La realtà non fu quella; per conoscere un pezzo di storia, che è anche la nostra e su cui si innesta la storia di oggi, fino alle estreme conseguenze che conosciamo, invito tutti a vedere il film.
Garantisco, ne vale la pena.

IL TRAILER DEL FILM


sabato 5 luglio 2008

Premio Umberto Domina

Nel pomeriggio del 4 luglio si è svolta la premiazione del I Premio Umberto Domina. Marco Bottoni, di Castelmassa (RO), ha ricevuto il primo premio per “Prosecco e Prolegomeni”. Al secondo e al terzo posto si sono classificati, rispettivamente, Pino Imperatore, di Aversa (CE), con “La Catena di Santo Gnomo”, e Francesco Lestingi di Conversano (BA), con "Lampi d'imbecillità". Allo scrittore Guido Clericetti è stato attribuito il “Premio d’onore alla carriera”.

Vincitore della Sezione Sicilia è risultato Mauro Mirci, di Piazza Armerina (EN), con “Michelangelo Scarso, Artista Poliedrico”.


Cliccando qui potrete leggere "Michelangelo Scarso, artista poliedrico", racconto vincitore della Sezione Sicilia (in formato pdf - circa 257 Kb)

mercoledì 2 luglio 2008

Nessuno mi ha mai battezzata

“Sono Ursula Dufour, da grande voglio fare l’assassina.”

Inizia così il ritratto intenso di una donna dura, cinica, lussuriosa, killer professionista.

Una donna che affronta la vita, guardando negli occhi la morte.

La conosce, la usa, ne è intimamente complice. Muore e rinasce come un’Araba Fenice.

L’amore è lontano, evocato da un nome di cui non si scorge volto, Samuele.

Delineati sono invece i tratti delle vittime che cadono sotto i colpi inferti da Ursula e dalla mille identità capace di assumere per coprire le sue missioni.

Chi sarà la prossima vittima designata?

E riuscirà Ursula a non farsene coinvolgere, emozionare, per portare al termine con freddezza la sua missione?

E se fosse Ursula a morire?

Nessuno mi ha mai battezzata
di Manila Benedetto
Enrico Folci Editore
10.00

La scheda sul sito dell'editore, qui.
Il sito dedicato al libro qui.
Qualche chicca su Booksblog.
L'incipit su CrimeBlog.

lunedì 30 giugno 2008


info

Narrativa dimenticata. Musica contemporanea. Vino fresco a gogò.

chi non viene soffrirà il caldo molto di +!

mercoledì 4 giugno 2008

CENTRO ESPOSITIVO – INFORMATIVO. VERSO IL 2011




Ieri, 3 giugno, è stato inaugurato presso il “Complesso Monumentale del Vittoriano” in Roma, il Centro Espositivo- Informativo verso il 2011, come preludio ai festeggiamenti ed alle iniziative che verranno organizzate per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.
La cerimonia inaugurale si è svolta alla presenza di numerose personalità del mondo politico e culturale. Fra queste da sottolineare la presenza di Carlo Azeglio Ciampi, Presidente Emerito della Repubblica, Michela Vittoria Brambilla, Sottosegretario di Stato al Turismo, Gianni Alemanno, Sindaco di Roma, Angelo Balducci, Dirigente Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Talamo, Presidente dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
Il 17 marzo 1861 veniva proclamato il Regno d’Italia. I due Giubilei della Nazione che vennero celebrati nel 1911 in occasione del cinquantenario, e nel 1961 in occasione del centenario hanno rappresentato due eventi di eccezionale importanza per la vita sociale, culturale ed economica del Paese.
Il Centro è strutturato in quattro sezioni. La prima ricorda il grande avvenimento del 1861; la seconda, attraverso materiali originali, documenti, fotografie, pubblicazioni ufficiali, filmati, racconta l’Italia del 1911, vista come giovane Stato con una grande Capitale. Uno spazio particolare viene dedicata al Vittoriano, inaugurato proprio il 4 Giugno del 1911.
La terza sezione è dedicata al 1961, anno in cui viene celebrato il “miracolo economico” della Nazione che aveva superato di slancio la fase della ricostruzione e aveva conquistato la democrazia. Quell’anno fu la città di Torino ad essere al centro dei festeggiamenti con tre importanti mostre e diversi interventi infrastrutturali.
La quarta ed ultima sezione “Verso il 2011” presenta i progetti infrastrutturali che saranno realizzati sull’intero territorio nazionale e quanto Torino, con il progetto “Esperienza 2011” e Roma stanno preparando per il 2011.

Cristiano Felice

venerdì 30 maggio 2008

Michele A., libraio cortese nella periferia della periferia d’Italia

Qualche anno fa avevo un’idea molto vaga e ingenua di quale fosse il reale importo dello stipendio di un impiegato comunale. La colpa non è mia. La colpa, se di colpa possiamo parlare, è di un volantino che mi capitò sotto la suola – e subito dopo tra le mani – mentre passeggiavo per la piazza del mio paese, verso mezzogiorno, lappando un gelato. Si trattava del volantino pubblicitario di una finanziaria che vantava di concedere prestiti a chiunque, anche a protestati e casalinghe.
Lungi dal considerare il reale peso di tale affermazione la mia attenzione si fissò su una precisazione contenuta nel volantino, riguardante la modalità di restituzione del denaro da parte dei dipendenti pubblici. “Cessione quinto stipendio”. Anziché riflettere che, trattandosi di finanziaria, tale frase era il frutto di un senso di economia tanto spinto da indurre a risparmiare finanche sulle preposizioni articolate, ne dedussi che i dipendenti pubblici dovevano guadagnare assai bene se percepivano, come il volantino attestava, almeno cinque stipendi. Tanto bene da poterne cedere uno per la restituzione di un prestito. Il mio pensiero successivo concernette modi, metodi e furbate che mi avrebbero potuto consentire l’accesso al pubblico impiego. Corruzione e bustarelle incluse.
Va bene, lo confesso: era un pensiero assolutamente idiota, ma credo che la sua origine sia legata alla temperatura gelo che il cono che stavo consumando indusse nei neuroni più prossimi al cavo orale. Oggi, maturata una pluriennale esperienza nella pubblica amministrazione, posso affermare serenamente che di stipendio, gli impiegati comunali, non ne percepiscono a malapena uno. La cosa è mortificante nello scambio di opinioni, soprattutto con i direttori di banca. Direttore di banca: - Ci sono dei problemi.
Io: - Di che genere?
D.: - Di solvibilità del debito.
I. : - Mi sembrava tutto a posto.
D. : -Non si era discusso di tutte le sue uscite. Me ne ha nascosta una.
I. : - ... ?
D. : - Libri.
I. : - Libri?
D. : - Sì, libri. Lei legge, vero?
I. : - Beh, sì, saltuariamente.
D. : - Guardi, signor M., il direttore è una figura a metà strada tra un confessore e un carnefice. Se lei sarà sincero con me, se onestamente ammetterà tutto ciò che ha da ammettere, io potrò giustificarla o condannarla, dipende, ma arriveremo a una conclusione corretta e di piena soddisfazione, almeno per la banca.
I. : - E io?
D. : - Lei ricaverà la consapevolezza di avere agito in pieno spirito di collaborazione con la sua banca. Mi dica tutto. Poi si sentirà meglio, vedrà. Se non potrò assolverla concedendole il mutuo, la giustizierò negandoglielo. Qualsiasi cosa accada, quando lei uscirà da questo ufficio si sentirà un uomo nuovo. Il suo spirito sarà in equilibrio col suo corpo. Yng e Yang, capisce, quelle cose là. Mi odierà, magari, ma serenamente. Senza accollarsi alcuna colpa per il rigetto della sua richiesta di mutuo.
Insomma, ho confessato. Non ho potuto resistergli. E’ stato terapeutico. Davvero. Nemmeno padre Messina, la volta che mi confessò per la Cresima, lavorò tanto bene e con competenza.
- E’ vero - ho ammesso. - Leggo.-
- Quanti? - La domanda mi ha spiazzato. In realtà non li ho mai contati.
- Dipende - ho detto. - Da un po’ sono parecchio impegnato col lavoro...
Il direttore ha inarcato un sopracciglio.
- Straordinari, mansioni superiori, il nuovo sindaco... - ho cercato di giustificarmi.
Che bella figura di direttore. Un inarcare di sopracciglio e mi aveva rivelato che un dipendente comunale non può millantarsi oberato di lavoro. Più opportuni sono riferimenti a problemi familiari, secondi lavori, diverbi con colleghi e superiori.
- Quanti? - mi ha chiesto.
- Uno.
- Al mese?
- Alla settimana.
Il direttore ha scosso la testa.
- In inverno - ho confessato. - Durante le vacanze sono più libero; arrivo anche una dozzina al mese.

Insomma, abbiamo fatto due conti. Viene fuori che, in momenti di particolare foga, sono riuscito ad acquistare anche una decina di libri al mese.
- Sono tanti - ha esclamato il direttore. - I conti non tornano.
Ho dovuto rivelare che non li leggo tutti. Molti di ripongo su uno scaffale, in attesa di avere il tempo per leggerli. La calcolatrice da tavolo ha sentenziato che, tra libri letti e non letti, tra mesi di intenso acquisto e mesi di economia, ci attestiamo sugli ottanta volumi annui. A 15 euro l’uno fanno 1200 euro netti. Uno stipendio.
- Molto male - ha detto il direttore. - Il prezzo della carta sta salendo. Se tanto mi dà tanto, presto lei si attesterà sui 1500 euro annui. Tenuto conto delle altre spese, il suo stipendio è abbastanza basso da portarci sotto i parametri per la concessione di un mutuo. Ma possiamo fare qualcosa.
- Cosa? - ho chiesto con le lacrime agli occhi.
- Non si preoccupi. Vedrà: otterrà il mutuo. Mi parli del suo libraio.

Il mio libraio di fiducia si chiama Michele A.. E’ un po’ più giovane di me, un po’ meno alto di me, un po’ meno corpulento di me. Però è un po’ più biondo di me. La cosa guasta l’armonia comparativa che cerco di instaurare tra di noi. Gestisce una piccola cartolibreria a due passi dal mio ufficio. Vende di tutto, soprattutto ora che i gadgets delle riviste, riuniti su uno scaffale, fanno assomigliare ogni edicola a un mercatino delle pulci. Per dire, oltre a romanzi rosa in allegato alle riviste di gossip, vende CD musicali allegati a settimanali, orologi, coltelli da formaggio, pentolini, cibi liofilizzati, lacci, anelli, marsupi, valigette, carrellini della spesa, posaterie, stoviglie in scala uno a uno e in miniatura, case di bambola, bambole, articoli da cancelleria. Oltre a tutta questa roba ho notato che vende anche i quotidiani. E vende anche libri, ci mancherebbe, altrimenti che libraio sarebbe? Ha riempito due scaffali di libri, e tiene l’esposizione costantemente aggiornata. Tutti, o quasi, best sellers, s’intende.
- Praticamente vendo solo quelli - mi ha rivelato una volta. - Grisham, Smith, Cussler, King, tutti i thriller della Piemme. Ogni tanto arriva un’edizione economica di Eco e sparisce subito. Discutere con un libraio è estremamente istruttivo. Impari tante cosette che nemmeno immaginavi sui gusti dei lettori. Sono allibito la volta che mi rivelato il numero di Harmony che vende settimanalmente. Subito dopo c’è Camilleri. Talvolta vende più Camilleri che Harmony, ma Camilleri esce una volta all’anno, gli Harmony una volta alla settimana: non c’è partita.
Ogni tanto gli chiedo di qualche libro del quale ho letto su una rivista o in rete. Così ottengo sempre accuse di leggere libri strani. Ora, dico io, come fa a essere “strano” Cecità di Saramago e non La profezia di Celestino di... mah, non ricordo... Ma l’avete letto La profezia di Celestino? Però capisco che di quel libro si fece un gran parlare e un gran vendere. Di Saramago no. O almeno molto, molto meno.
Ho chiesto più volte a Michele di spiegarmi cosa sia un libro “strano”. Con citazione perfettamente circolare ha detto: - Quelli che leggi tu. Uno a zero. Palla al centro.

Però Michele non è un incolto o una persona grossolana. Assolutamente no. Quando entro nella sua libreria lo saluto dicendogli: - Buongiorno signor esercente – e lui risponde: - Buongiorno buonuomo – oppure: - Buongiorno signor acquirente.
Michele ha fatto il liceo, parla un italiano standard e lavora sodo perché c’ha moglie e un figlio arrivato da poco.
E’ un esercente, appunto. Sa che la qualità dei libri che vende è un valore relativo. La sicurezza di vendere un titolo, invece, è un valore assoluto.
I primi tempi che frequentavo la sua libreria mi chiedevo perché gli scaffali non contenessero titoli e autori diversi dai soliti noti. Tra una chiacchierata e l’altra Michele mi ha spiegato che i titoli e autori insoliti (“strani” diciamo) occupano spazio togliendolo a quelli che vendono. Per di più, a fine anno, fanno magazzino e fanno lievitare l’imponibile. Oppure lo costringono a frequenti rese, voce del verbo rendere, anche se, di fronte all’invenduto, Michele alza le mani (se qualcuno l’ha capita, alzi una mano anche lui).

A me i libri piace trovarli sugli scaffali, sfogliarli, annusarli, sentire la consistenza della carta. Di un nuovo autore mi piace cominciare a leggere, per così dire, l’odore. Ma con Michele ho dovuto abituarmi a fare a meno di queste sensazione. Quando decido di comprare un libro, di solito lui non lo ha. Allora lo ordino e tempo una settimana ho in mano il volume. A volte, se di quel testo sono uscite più edizioni non so quale mi consegnerà. Ho cercato di sostituire la curiosità sull’edizione che mi troverò tra le mani, al piacere per le sensazioni tattili e gli odori di carta e colla. Ma non c’è nulla da fare: è come sostituire la nicotina di una sigaretta con la foto del pacchetto.

Tuttavia a Michele mi sono affezionato. E’ gentile, divertente, disponibile, capace di trovarmi i titoli che mi interessano, nel limite del possibile e delle disponibilità di magazzino. Settimanalmente parte per un viaggio misterioso. Dice di andare a Palermo, "al magazzino”. Parte tenendo in tasca un quadernetto a quadri, simile a quello che anni fa utilizzava il mio salumiere per segnare la spesa dei pensionati e dei lavoratori avventizi. Michele custodisce dentro il suo quadernetto le ordinazioni dei clienti affezionati. Ed è ordinato e puntiglioso. Una volta gli chiesi un libro – non ricordo il titolo, vedi tu! – che non riuscì a reperire subito.
Me ne dimenticai.
Dopo un mese mi accolse sorridente quando andai a comprare il quotidiano.
- Buon giorno caro acquirente.
- Baciamo le mani, signor esercente.
Armato di sorriso d’assalto mi porse un volumetto (giallo, marrone, non ricordo). Seguì mio sguardo interrogativo.
- Il tuo libro.
Ricordai. Pagai. Sfogliai il libro. Lo annusai. Non aveva un buon odore. Lessi anche il libro, ora che ci penso, e mi piacque tanto quanto l’odore. Ecco, dev’essere questo il motivo per cui ho rimosso la memoria del titolo.

Nemmeno una settimana dopo aver parlato col direttore trovo Michele scuro in volto.
- Ciao - dice
Ciao?
- Problemi?
- No, niente. Che ti do?
Prendo La Sicilia. Pago.
- Arrivederci – lo saluto.
- Arrivederci.
Arrivederci?

Il giorno dopo gli chiedo un libro di Camilleri. Un’uscita nuova.
- Non ce l’ho.
Tutti i librai hanno cataste dei libri di Camilleri quando esce un nuovo libro di Camilleri. Se esce un libro, chessò, di Alberto Bevilacqua, ci sono cataste di quel libro. Se esce l'ultimo Camilleri, i librai fanno incetta anche dei romanzi precedenti, perché c'è sempre qualcuno che vuole fare la serie.
Guardo Michele con sospetto. Penso che si offrirà di ordinarmelo, e invece tace, con gli occhi bassi sul banco mentre compila una lista, mi pare, di fatture. Lo saluto in maniera fredda. Lui mi risponde a voce bassissima e sempre a occhi bassi.
Basta un breve appostamento davanti all'esercizio per scorgere un signore distinto che esce tutto contento con ben tre Camilleri in mano. Compreso il titolo che avevo chiesto io.
Dopo poco una ragazza in gonna a fiori, addirittura, si ferma davanti alla porta a vetri e prende a sfogliare il libro.

Passo la notte rivoltandomi nel letto, a pensare come e in che occasione potevo averlo offeso, ma non mi viene in mente nulla. Così concludo che forse avevo malinteso il comportamento di Michele. La sua freddezza poteva essere causata da una notte insonne - in fin dei conti un bambino in fasce non è mai stato il miglior sonnifero. E i tizi che avevano ricevuto il libro a me negato potevano benissimo averlo ordinato esplicitamente. Nel qual caso, quindi, io non avrei avuto a che fare con un libraio burbero e maleducato, bensì con un correttissimo commerciante che ha rispetto per l'ordine cronologico delle ordinazioni e ci tiene a consegnare la merce per cui si è impegnato.
Oltremodo mortificato - per questo gli occhi bassi e la laconicità - dal diniego che, suo malgrado, era costretto ad oppormi.
Può essere una spiegazione. Prendo sonno verso le quattro, ma rasserenato anzichenò.

Ritorno da Michele il giorno dopo.
- Cosa hai di Carofiglio? Non ci pensa neppure.
- Niente.
- Sicuro?
- Sicuro.
Compro La Sicilia e mi dirigo verso l'uscita. La sensazione di sollievo che mi aveva restituito il sonno sembra ora un ricordo lontano, quasi un brandello di sogno destinato all'oblio. Mentre imbocco l'uscita, l'ultimo romanzo di Carofiglio mi appare. Fa bella mostra di sé attraverso la vetrina.
Faccio dietro front e mi dirigo al banco, intenzionato a litigare. Qualcosa attira la mia attenzione.
- Hai delle buste da lettere formato mezzo foglio? – dico.
So che le tiene nel retrobottega. E infatti mi dice di attenderlo perché deve andare a prenderle. Appena si allontana leggo in fretta la lettera che avevo scorto aperta sul banco, semisommersa da volantini pubblicitari e bolle di consegna. E’ un sollecito di pagamento di alcuni effetti. Poche parole con le quali qualcuno ricorda a Michele che la mancata regolarizzazione di quei pagamenti avrebbe certo pregiudicato il buon rapporto con l'istituto di credito. L'intestazione è quella della mia banca. Sul retro del foglio un post-it reca la grafia minuta e precisa del direttore: si diceva spiacente per quell'avviso, ma che vi è stato costretto dal rifiuto netto di ragionare su quella certa cosa.
La verità si è rivelata nitida e terribile.
Quando Michele mi porta le buste da lettera pago e vado via. Non ci siamo scambiati nemmeno un ciao. Mi pare di notare un sussulto quando fissa gli occhi sul banco, eppure sono sicuro di aver riposto la lettera nella identica posizione in cui l'avevo trovata.

Dopo qualche giorno la banca mi comunica che ho ottenuto il mutuo.

[L'autore ringrazia e ossequia il dottor Gerlando G. e il ragionier Umberto T. per il mutuo concesso. Ricorda loro che, se non esistono altri librai nel paesino in cui vive e lavora, la insidiosa disponibilità di Internet pregiudica tuttavia la sua possibilità di onorare il debito contratto. Spera possibile un intervento risolutorio del problema anche presso internetbookshop.]

Stanotte all'una













Stanotte all'una,
durante una tempesta,
che minacciava il crollo
del palazzo accanto,
sono andato a pisciare.
E me ne stavo lì,
fluendo silenzioso.
Un frullo minaccioso
m'ha sfiorato il coso.
Ho pensato: sono stanco,
mi sfarfalla il frullino.
Ma era davvero una farfalla
grossa, notturna, un' Atropo.
Che schifo e che sobbalzo.
Le ho dato un colpo con un paio
di pantaloni sporchi. Pam toc.
Non è caduta. È sparita.
Ho sconfitto la morte,
ho pensato,
anche per quest'anno.

Che pensieri del cazzo,
il giorno del mio compleanno.

Quarantacinque anni
e ancora sto flesciato come
un acchiappatore nella segale.

Bah.

C'ho dormito sopra,
ché tanto il tempo scorre,
è inutile pensarci.
© Francesco Randazzo

giovedì 29 maggio 2008

«Confessione» di Stephen Dobyns




Stephen Dobyns è un poeta americano contemporaneo, un grande poeta. La sua poesia è conversativa, apparentemente semplice, ma paradossale, nuda e cruda per stile e argomenti.
Ha attraversato tutti i generi di scrittura, dalla poesia alla saggistica, dal romanzo al thriller, al giornalismo.
In Italia non è tradotto, né pubblicato come poeta (soltanto qualche thriller è arrivato nelle nostre librerie).

Questa che segue è una poesia dal volume "Velocities", News and Selected Poems 1966-1992, Penguin Book.
La lessi per la prima volta una decina d'anni fa. Mi colpì e m'infastidì molto. Oggi capisco perché. Non era un esagerato monito dal passato, ma un presagio del presente.

La traduzione è mia, non sono un anglista, l'ho fatta solo per farla conoscere, se qualcuno ha suggerimenti per migliorarla, sono bene accetti.







Confession

by Stephen Dobyns

The Nazi within me thinks it's time to take charge.
The world's a mess; people are crazy.
The Nazi within me wants windows shut tight,
new locks put on the doors. There's too much
fresh air, too much coming and going.
The Nazi within me wants more respect. He wants
the only TV camera, the only bank account,
the only really pretty girl. The Nazi within me
wants to be boss of traffic and traffic lights.
People drive too fast; they take up too much space.
The Nazi within me thinks people are getting away
with murder. He wants to be the boss of murder.
He wants to be the boss of bananas, boss of white bread.
The Nazi within me wants uniforms for everyone.
He wants them to wash their hands, sit up straight,
pay strict attention. He wants to make certain
they say yes when he says yes, no when he says no.
He imagines everybody sitting in straight chairs,
people all over the world sitting in straight chairs.
Are you ready? he asks them. They say they are ready.
Are you ready to be happy? he asks them. They say
they are ready to be happy. The Nazi within me wants
everyone to be happy but not too happy and definitely
not noisy. No singing, no dancing, no carrying on.


Confessione
di Stephen Dobyns

Il Nazista dentro di me pensa sia il momento di farsi carico.
Di tutto il disastro del mondo; la gente è pazza.
Il Nazista dentro di me vuole sbarrare le finestre,
mettere nuove serrature alle porte. C'è troppa
aria fresca, troppo andare e venire.
Il Nazista dentro di me vuole più rispetto. Vuole
un'unica telecamera, un unico conto bancario,
l'unica ragazza veramente bella. Il Nazista dentro di me
vuole essere padrone del traffico e dei semafori.
La gente guida troppo veloce; prendono troppo spazio.
Il Nazista dentro di me pensa che la gente stia diventando
impunita. Vuole essere il boss degli impuniti.
Vuole essere il boss delle banane, il boss del pane bianco.
Il Nazista dentro di me vuole uniformi per tutti.
Vuole dir loro di lavarsi le mani, sedersi dritti,
esige una rigorosa attenzione. Vuole essere certo
che dicano di sì quando dice sì, non quando dice no.
Immagina tutti dritti su sedie dritte,
la gente di tutto il mondo seduta su sedie dritte.
Siete pronti? chiede loro. Dicono di essere pronti.
Sei pronto per essere felice? chiede loro. Dicono
che sono pronti per essere felici. Il Nazista dentro di me vuole
che tutti siano felici ma non troppo felici e decisamente
non rumorosi. Non cantare, non ballare, niente indecenze.

Traduzione di Francesco Randazzo

venerdì 23 maggio 2008

Sono seriamente preoccupato

Tira un'aria nuova in Italia. Riuniti sotto bandiere azzurre e tricolori, i compatrioti vanno compattandosi intorno a un ideale di unità nazionale. E l'ideale è che tutto, nella Penisola, andrebbe bene se non fosse per qualcuno che, invece, mina dall'interno la salute della Patria.

Anni fa, studente universitario discretamente squattrinato e malvestito (e corredato di pelle olivastra, barba settimanale e capelli in disordine) fui scambiato per rumeno. Era tempo di gommoni dall'Albania e, dopo essermi guardato allo specchio, notai similitudini con l'aspetto di alcuni profughi in gommone visti in TV. Cosa che feci notare. E l'altro rispose seccato che albanese o rumeno poco importava, che tanto eravamo tutti marocchini.
Non so se ancora oggi potrei essere scambiato per rumeno, ma forse sì, anche perché sfido chiunque a distinguere un italiano da un rumeno (messi, un rumeno e un italiano, uno di fianco all'altro, nudi e muti, intendo). In ogni modo faccio la barba più spesso e porto i capelli corti.

Qualche annetto fa, poi, ebbi la ventura di vincere un concorso da dipendente comunale. Da allora rientro nella categoria dei dipendenti pubblici. Vivo ormai dietro a una scrivania, rispondo alle domande se di competenza, agisco per quanto di dovere, trasmetto a chi in indirizzo, e non riesco più a scrivere una lettera senza accreditarla con un numero di protocollo. Mi si è burocratizzato il pensiero e il linguaggio, e ciò è apprezzato in ufficio, ma molto meno da amici e familiari.

Bene, mi sono fatto l'idea che la riappacificazione nazionale dovrà passare, necessariamente, attraverso l'individuazione di uno o più nemici comuni. Alcuni si sa già chi sono, e cioé:
- Rumeni irregolari (ma non le badanti), che, si sa, sono tutti violenti, ladri e stupratori
- Pubblici dipendenti, poiché fannulloni, salvo dimostrazione del contrario.
Costoro saranno, nell'ordine, espulsi e licenziati.

Insomma, sono seriamente preoccupato.

sabato 26 aprile 2008

Progetto Arcenciel a cura di Regina Franceschini Mutini e Ivana Conte

domenica 18 maggio 2008
dalle ore 18,30

lettura di testi letterari di Giorgio Biuso


opere dei pittori Antonio Pandolfelli e Angelo Scano

Tuma’s via dei Sabelli 17 Roma
S T U D I O S - A R T E C O N T E M P O R A N E A
VIA DELLA PENNA N. 59 – 00186 ROMA – TEL./FAX - 00 39 06 3612086 -

Comunicato stampa

PERSONALE DI ISABELLA COLLODI
INCISIONI E DISEGNI INEDITI
DAL 28 APRILE AL 16 MAGGIO 2008

Allo STUDIO S-ARTE CONTEMPORANEA in Via della Penna 59 – 00186 Roma
Ore 16.00-20.00 dal lunedì al sabato – mar. gio. sab. ore 11.00-13.00/16.00-20.00

giovedì 17 aprile 2008

Teatro Tordinona 22-23-24 Aprile 2008

Schegge d’Autore 2008

Una volta all'anno

scritto e diretto da
Francesco Randazzo

Una brevissima commedia nera, molto divertente, per certi versi agghiacciante. Le contraddizioni e le alienazioni di due donne sopraffatte dalla contemporaneità fino alla follia.

Nel rassicurante spazio di un salone da parrucchiere, le due simpatiche donne, in attesa che gli si fissi il trattamento ai capelli, sparano a zero sulle modelle, sulle amanti, sulla famiglia, su tutto. In un climax che sempre sul filo del comico cresce, rivelano segreti indicibili.

con
Rossana Veracierta & Monica Mariotti

Teatro Tordinona
via degli Acquasparta, 16 (zona Piazza Navona) Roma

22 - 23 - 24 Aprile 2008
ore 20:45
biglietto € 8