Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

domenica 20 novembre 2016

Dino Villatico - La lingua degli esclusi. Un romanzo inedito di Gualberto Alvino



     Gualberto Alvino, Pelle di tamburo.
     Perché non parlare anche di un pdf? A volte, per aspettare un editore, si aspetta invano. E non è detto che ciò che si può vedere in una vetrina di libraio sia sempre migliore di ciò che aspetta di fare mostra di sé stesso là dentro. Vero, anche, che gli inediti, spesso, meritano di restare tali. Ma vero, d’altra parte, anche, che troppi editi non meritavano di diventarlo. E questo Pelle di tamburo di Gualberto Alvino?
     Mi chiedo quanti libri siano stati scritti sui diseredati della terra. Ma soprattutto: quanti scritti per raccontare la testa dei diseredati, la loro vita, diciamo così, interiore, ammesso che sia possibile distinguere un interno e un esterno della vita. Nella nostra letteratura spiccano due titoli: I Malavoglia e I promessi sposi. Qualcuno mi obietterà: e Ragazzi di vita? Una vita violenta? o La Storia? Forse, perché no? Il gioco delle inclusioni e delle esclusioni è un gioco perennemente giocato e rigiocato ma in fondo inutile. Perché non si tratta d’includere o di escludere, bensì di fornire esempi. Con la distanza della prospettiva di lettura, oggi, questi ultimi, Pasolini e Morante, appaiono più un esercizio da parte dello scrittore, che un tentativo di pensare con la testa del diseredato. Ci sarebbe Gadda: l’unico, dopo Verga, che abbia inventato una scrittura polifonica del racconto, quasi un madrigale drammatico senza musica che non sia quella delle parole. Ma all’obiezione a mia volta obietto che in ogni caso Gadda non entra nella testa del diseredato, o se di diseredato si tratta, è la borghesia, anzi la piccola borghesia, diseredata del suo ruolo di interprete della realtà sociale del proprio paese, anzi della realtà, e basta. In tal senso il capolavoro non è il Pasticciaccio, ma la Cognizione del Dolore. Preparata dal miracolo dell’Adalgisa.
     Gualberto Alvino si colloca su un’altra visuale. Nella confusione attuale dei ruoli sociali, sceglie un emarginato, anzi un’emarginata vera, totale. Una “malata di mente”, dopo la chiusura dei manicomi. Le toglie anche la specificazione di un nome, è una vocale, e minuscola: e. E decide di non scrivere la storia in una lingua impersonale, come Verga, o Pasolini, per quanto Pasolini possa rientrare in questo schema di racconto del diseredato. La mia idea, infatti, è che Pasolini non racconta il diseredato — nemmeno al cinema, nemmeno in Accattone, il suo primo film, e il più bello — ma racconta il proprio disagio di fronte all’esistenza dei diseredati, e la propria impotenza a raccontare non i diseredati, ma il proprio disagio nel raccontare i diseredati. Alvino compie, invece, il passo che Verga si rifiuta di compiere: facile raccontare la vita degli esclusi, dei vinti, con la lingua degl’inseriti, dei vincitori, ma con quale lingua ’Ntoni e gli altri avrebbero raccontato la propria vita, loro che una lingua non ce l’hanno? o piuttosto: ce l’hanno, ma la capiscono solo loro, è una lingua autoreferenziale, come tutte le lingue di tutti gli esclusi. Verga sperimenta di scandire la lingua degli italiani, dopo Manzoni, con la sintassi e la logica della lingua dei diseredati. Ma resta, comunque, la lingua dei vincitori, non dei vinti. Questa lingua dei vinti, ci prova a farla riemergere Luchino Visconti in La terra trema. Ma ha bisogno poi dei sottotitoli perché il pubblico, che parla la lingua dei vincitori, capisca. Resta comunque il film più bello di tutto il neorealismo italiano, il più veramente neorealista, più perfino di Ladri di biciclette, perché non prende alla lettera il racconto, ma adotta come proprio stile lo stile del racconto. Il neorealismo, insomma, nella macchina da presa di Visconti, non è uno strumento per raccontare la realtà, ma lo stile per conoscerla. Mi spiego. Con un esempio altissimo. Quando Dante incontra Francesca, non è la storia d’amore a commuoverlo (anche!), ma è la concezione ideologica di un amore che salva raccontata da una dannata a sconvolgerlo, a togliergli, alla lettera, la terra sotto i piedi. Francesca si rivolge a lui con il linguaggio del Dolce Stil Novo, «Amor che a cor gentil ratto s’apprende», ma non è la beatitudine salvifica di Beatrice, è la passione che sprofonda nella «bufera infernal che mai non resta». E Dante perde i sensi: già, i sensi, quelli che assecondano la passione. Il racconto di Francesca ha funzionato da catarsi. L’amore salva, ma un altro amore, non quello. Lo capirà alla fine del viaggio, quando incontrerà «l’amor che muove il sole e l’altre stelle». Questa digressione dantesca per capire una legge fondamentale di qualsiasi racconto: il racconto risulta efficace solo se trova lo stile giusto del raccontare, e raccontare quell’unico racconto, non qualsiasi racconto. Ovvio che lo scrittore debba già avere una storia da raccontare. Ma dal momento che ha trovato la storia, non conta più la storia, bensì il modo di raccontarla. Altrimenti la storia non troverà nessun racconto, resterà materia bruta, ancora da raccontare. Mi direte: ma allora, anche uno scrittore che non ha niente da dire può raccontare una storia, perché inventa un modo di raccontarla. Eh no! chi non ha niente da raccontare racconta il niente, quand’anche trovasse, ma ne dubito, uno stile. A meno che non racconti appunto questo suo niente: lo ha fatto, in maniera splendida, Pirandello, nei Sei personaggi in cerca d’autore. O Unamuno in Niebla, Nebbia.
     Ma torniamo al romanzo di Alvino. Le avventure picaresche della “malata di mente”, tra stupri, furti, furbate per beccarsi un tozzo di pane, o per sfuggire alla polizia, intrigano il lettore, che non sempre capisce i confini tra ciò che si racconta e la verità dei fatti. Ma che conta? È un mondo senza logica guardato con la logica di chi ha capito che è il mondo a non possedere una logica. Grammatica e sintassi inseguono così questa logica sotterranea che cerca di raccontare un mondo senza senso. E una volta dentro, ci si perde. L’unica a non perdersi è proprio la raccontatrice, che «mette in fila le cose». Ma quali file in un mondo senza file, senza un ordine, senza un senso, che non siano le file del raccontare? L’episodio nodale potrebbe essere quello dell’autobus (Ancora pietà), in cui un gruppo di bulletti prende in giro due «checchemerdose», e la raccontatrice li mette in riga, li fa scappare. Ma poi presenta «il dito medio a quell’achille dell’autista». «Sempre sulla pietà. / Per dire». Il gioco linguistico rivela alla fine ciò che rivela ogni gioco linguistico quando a giocare è uno scrittore vero: una visione disperata della vita, un’assoluta consapevolezza dell’inconoscibilità del reale, al di fuori del tentativo di raccontarlo. Il reale può allora anche apparire sfuggente. Ciò che non sfugge è questa inossidabile coscienza dello scrittore, che sa che l’unico modo che si abbia per non lasciarselo sfuggire è raccontarlo.

domenica 6 novembre 2016

Memorie. Nella Taverna di Auerbach, di Patrizio Minnucci



     Nell’autunno del 1987 uscì ad Alatri il primo numero di una rivista culturale che avrebbe fatto storia: «La Taverna di Auerbach. Rivista internazionale di poetiche intermediali». Alcuni giovani intellettuali e artisti di tutto il mondo si riunivano, sotto la direzione di Giovanni Fontana, nelle pagine di una proposta culturale eterogenea ma legata dal filo portante delle poetiche intermediali. Si ebbe la possibilità di leggere in un solo numero testi di autori quali Stefano Docimo, Paul Zumthor, Eugenio Miccini, Elmerildo Fiore, Raffaele Manica, Tarcisio Tarquini, Franca Zoccoli, Gianni Toti, Franco Cavallo, Mario Lunetta, il grande Adriano Spatola, e molti altri. Artisti che avevano e avrebbero dato molto alla cultura italiana e non solo. Ai citati del primo storico numero v’è da aggiungere quello di Gualberto Alvino, che nel numero seguente illuminò Alatri tutta con un inimmaginabile numero monografico sul narratore palermitano Antonio Pizzuto.
     L’avventura della «Taverna» ebbe vita breve ma intensa, e i suoi effetti si ritrovano anche oggi: basti pensare che Gianni Fontana, i suoi amici della rivista e altri collaboratori sono tra i migliori poeti, scrittori e saggisti della letteratura contemporanea, letti e studiati in tutto il mondo con un successo che va accrescendosi col tempo.

giovedì 13 ottobre 2016

Giuseppe Di Maio: L'ultima valle



     Non ricordo quanti anni avessi, ero un bambino, e di fronte ai due binari della piccola stazione ferroviaria domandai a mia madre dove si andava alla nostra destra. Ella mi rispose che di là si andava ad Avellino. «E di qua?» — domandai curioso indicando il lato da cui sarebbe partito il treno che avrebbe rapito mio padre. «In Germania.» — mi rispose lei piena di sconforto. In realtà da quella parte si andava a Rocchetta, Rocchetta S. Antonio, e di lì a Foggia. Ma per me da allora in poi quel binario, che dopo il ponte si perdeva dietro una curva ombreggiata da rubinie e da noccioli, continuò a portare nel posto dove aveva detto mia madre; dopo quella curva, c’era la Germania.
     Il primo libro che lessi nella microscopica biblioteca di mio zio lo avevo letto in latino: «...omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus», ero un po’ più grande allora, e sul frontespizio spiccava in grassetto il titolo: “Germania”. Era quello famoso di Tacito, ma tenere in mano quel libretto fu come andare oltre quella curva, nella terra che spariva oltre le robinie e i noccioli.
     Ora sono molto più vecchio - beninteso, non vecchissimo - e per tutta la vita ho girato forse con la segreta intenzione di andare dove andò mio padre. Mi sono avvicinato all’obiettivo dall’Olanda, dal Belgio, dalla Francia, dalla Svizzera, restando a contemplare la Mosa, la Mosella, il Reno, ma la Germania è restata sempre un posto oscuro oltre una curva. Finalmente da un po’ di tempo ci sono arrivato, ho conosciuto una ragazza, una bella ragazza con una giacca a vento di colore giallo, e sto guardando il paesaggio da una delle finestre di casa sua. Sono in Germania, quasi, manca solo una montagna; e guardare da qui l’angusto panorama che si stringe dentro una gola è come ammirare un binario che gira nell’ombra. Ci sto da molto tempo a questa finestra, ché andare dall’altra parte, oltre la montagna, è impresa inutile. La mia Germania è questa: la ragazza con il piumino giallo è certamente tedesca, almeno nella mia fantasia, nella fantasia dei racconti ascoltati intorno al fuoco appena mia madre prendeva la via del letto. Sicché: quandanche costei non si chiami Ursula Greta o Ingrid, pure se non ha un solo ricciolo biondo né la pelle favolosamente lattea e gli occhi glauchi come le cameriere dei Biergarten di cui parlava mio padre, per me lei fa parte di quel mondo inesplorato che si nascondeva alla vista dietro la svolta della strada ferrata.
     «Giuseppe!»
     Ecco, mi ha chiamato. Io sto in una camera con il soffitto in legno: sei travi di pino sorreggono uno scricchiolante tavolato, gli scuri lucidi sono spalancati sulla via più trafficata del paese. Di fronte a me vedo un giardino, una cinquantina di case, e altre lontane che si perdono in una gola.
     «Giuseppe non fumare in camera!»
     Ha ragione, non faccio altro che stare a questa finestra con la sigaretta tra le mani. Ma non so che fare; non saprei dove andare in questo posto così piccolo, in special modo quando vado fuori da solo: con venti passi sono nel centro della piazza, e con altrettanti l’ho attraversata tutta. Se procedo ancora e mi distraggo, in un baleno sono fuori del paese in mezzo alla campagna, una campagna avara dove i pochi campi sono stati strappati alla roccia del declivio, castelli di roccia che impediscono anche di guardare il cielo. Non sarei capace di fare alcunché senza di lei. E’ meglio non fumare.
     Su una delle tre porte dell’angusto vestibolo ci sbatto contro, lo faccio con regolarità, e sono in cucina. Le mani! La prima cosa che attira la mia attenzione sono le mani in perenne movimento, ma lente, docili, così torte nelle articolazioni delle nocche che mi commuovono ogni volte che le guardo. Quando sarà più vecchia avrà l’artrosi, ne sono certo, e deformerà ancora di più quelle mani oneste che continueranno a lavorare. Lei ama quando lavora, quando prepara la colazione per il figlio, quando mette a posto la mia roba, quando mi accarezza per procurami piacere. Ma perché ho dovuto trovare un amore proprio in queste gole? Proprio qui dove un toponimo su due porta il nome della pietra, «pria» nel duro dialetto di questa gente, una lingua tanto povera che per aumentarne l’eloquenza è stata arricchita di monosillabi e grugniti solo un po’ cantilenati? Non lo so... Ho l’impressione d’essere stato spinto da qualcosa d’inevitabile che chilometro dopo l’altro mi ha schiacciato ai piedi di questo monte.
     Le tendine alle finestre sono d’un bianco abbagliante, tutto l’ambiente è chiaro: d’un lucore persistente come se fuori fosse bianco di neve e i riflessi dì bambagia attraversassero per intera la cucina. Non ha nevicato, ma il silenzio che c’è in questa casa e nei vicoli attorno è pari a quello delle giornate in cui le auto sono ferme sotto un palmo di fiocchi e gli unici rumori sono quelli degli scarponi sbattuti sull’impiantito dell’ingresso. Lei ha fatto sfuggire dai suoi grandi occhi da capriolo uno sguardo morbido e fugace e ha continuato a lavorare trattenendo su una guancia un sorriso amorevole e discreto. Ha la mascella robusta, lei, una più dell’altra, forse - mi sono divertito a misurarle durante le mie interminabili carezze; ma la leggera asimmetria non le viene dall’abitudine a masticare i crauti da un solo lato, no, le viene da un incidente: questo me l’ha spiegato. Tutto il suo corpo reca il segno di un coraggio quotidiano passato attraverso la fragilità di membra tenere e nivee. E quelle membra, quando è la buona stagione, si caricano di uno zaino appesantito da tutto ciò che serve in alta quota, anche dalle cose che sarebbe compito mio portare, e passo dopo l’altro ascendono i pendii di queste montagne fin dove non cresce più nemmeno il pino mugo. E non si parla quando si sale. Si parla poco anche quando si sta su, al centro di avari pianori, distesi a guardare il cielo sopra le guglie di fango cristallìno. «Giuseppe vuoi ancora un panino?» — «...vuoi dell’acqua?» — «…vuoi...». Anch’io ho preso l’abitudine a non parlare. Guardo, ci guardiamo, e anche con una certa parsimonia. Il più delle volte ci si muove, si bada alle cose da fare. Ma se io non le discuto, le cose, mi pare di non averle fatte! Sono sicuro di essere un tipo strano per loro. E’ inutile pensare. Ero già sicuro di dovermi trovare un giorno in un posto così, un posto silenzioso dove la gente parla poco, e sempre sottovoce: il posto di cui mi raccontava mio padre: favoloso, luminoso e pieno di silenzi lunghi quanto le pause dei suoi racconti interrotte solo dal crepitio del fuoco.
     Ma guardatela, come è svelta a rigare e ad attorcigliare i pezzetti di farina e di patata su una tavoletta di legno scanalata. Mi preparerà l’arrosto questa sera, e polenta, e radicchio grigliato. Io l’ammiro quasi divertito, lei non si scompone: si fermerà e mi guarderà fisso negli occhi solo quando tutto sarà pronto. Pare ieri, il giorno in cui ho preparato il primo pranzo per tutta la sua famiglia: cose di mare, quasi a voler mostrare la mia provenienza da un mondo diverso, un mondo litoraneo d’acqua salmastra, invece che da altre montagne tanto somiglianti a queste anche nella vegetazione. E cosi alla fine mi hanno accettato. Fanno quasi finta di non sapere che io sono uno di fuori, che io non sono per niente quella specie di miracolo che pareva piombato in mezzo a loro, che non ho mai rubato questa ragazza a suo marito. Mi sento una specie di Barry lindon, mi sono sempre sentito così - uno che gira per trovare un posto dove stare inevitabilmente si appropria della roba altrui. Ma non ho guadagnato alcuna eredità, e poi - certo non per il fatto che questa sia povera gente - io non lotto per restare; al contrario! Suo figlio è enorme, e mi guarda sospettoso.
     L’altro giorno la mia passeggiata l’ho protratta fino all’ingresso della gola; sono settimane che passo dopo passo mi allontano sempre più dal paese. L’ultima volta lei, la ragazza, mi aspettava in macchina nello spiazzo della pompa di benzina appena fuori dal centro abitato. «Ho avuto paura che ti fossi perso.» — ecco cosa mi ha detto. Io ho disegnato col dito il cerchio alto dello steccato di rocce che ci stava intorno e le ho mimato con afflizione qualcosa che assomigliava a: «Dove vuoi che mi perda». Ho l’impressione a volte che mi tenga d’occhio. Una cattiva impressione, ingiustificata: non mi allontanerei mai dal suo letto, dalle sue mani, dalla sua bocca, dalle sue gambe che mi attorciglia dietro la schiena, dal suo petto... «Le tedesche sono belle ma sono fredde.» — diceva mio padre. Niente di più sbagliato! Non mi allontanerei mai dal suo piumone caldo con cui qui ci si copre quasi fin dentro la buona stagione. Stasera dopo cena, però, andrò a digerire l’arrosto su per la strada a nord: potrò fumare indisturbato una sigaretta, lei non mi seguirà - se non mette sulle spalle uno zaino ella non s’allontana.
     Una bella cena. Siamo restati spesso con le posate inattive o con i bicchieri levati a guardarci fisso negli occhi: suo figlio era al piano di sopra davanti alla tv, non ci ha importunato. Alla fine sono uscito. Ma quando mi sono trovato in strada invece che continuare a piedi ho preso l’auto quasi di soppiatto e ho puntato verso l’imbocco della gola. Li ho fatti quasi tutti i tornanti che portano alla sommità, sulla forca del passo. Purtroppo a questa quota e in questa stagione c’è ancora ghiaccio e le ruote hanno cominciato a slittare trascinandomi più volte sul ciglio del dirupo. Allora ho continuato a piedi.
     Sto salendo, cercando di poggiare i piedi sul fermo del ghiaino. Se scivolo e sbatto col muso a terra, se mi sbuccio un ginocchio, che cosa racconterò quando sarò tornato in paese? Devo stare attento, non mancherà molto. Per fortuna è una sera di luna piena. Me ne ricorda un’altra... Mio padre non c’era, e io insieme ad un mio coetaneo ero andato ad acquistare pastori di terracotta per il presepe proprio la notte di Natale. Che matti! E poveracce, mia madre e la sua - un’altra che aveva il marito costretto ad emigrare - ci avevano cercato per tutti i pozzi e i boschetti di quercia che fiancheggiavano un sentiero di campagna lungo il quale presumibilmente avremmo tentato l’impresa. La luna era bella tonda quella sera, e si vedevano nitidi tutti i paesi della valle. Anche stasera è così, ma qui c’è poco da vedere: alberi senza foglie, questa strada così stretta e ghiacciata su cui riverbera il chiarore della luna, nient’altro. Dall’altra parte, invece... Cosa ci potrà stare dall’altra parte se non le stesse cose che ci sono qui? E la luna, cambierà forse la luna? Io mi domando chi me lo fa fare ad andare avanti come uno scemo per una strada ripida ed infida a quest’ora di notte: se cado e mi rompo una gamba come farò a tornare indietro? Era meglio restare al caldo, in cucina, con lei seduta a cavalcioni sulle mie ginocchia: mi avrebbe riempito di baci appena avesse messo a posto i piatti, la colazione per il figlio; finché non avesse fatto la sua doccia nella piccola cabina fumante e, slacciata la cinta dell’accappatoio, nuda e morbida, avrebbe incollato il suo corpo affettuoso contro il mio.
     Qui fa freddo, invece. Se non fosse per lo sforzo esagerato che impiego per ascendere, la mancanza di fiato che mi viene da queste maledette sigarette, invece che sudare per la fronte e per la schiena, potrei morire assiderato e nessuno sarebbe qui ad aiutarmi. Ma non dovrebbe mancare molto: la strada mi pare si sia leggermente addolcita, anche se continuo a vedere il costo ancora alto sotto il cielo pieno di stelle. Ecco, lo temevo: puntualmente è successo... Per Dio, com’è duro il ghiaccio! Speriamo che non mi sia fatto niente. Si è asciugato il sudore e dentro di me sono secco e disperato. Mi sento abbandonato... Quella volta alla stazione mio padre aveva baciato tutti i parenti, aveva baciato mia madre e mi aveva sollevato tra le braccia. «Tornerò presto.» — aveva detto. Io lo pregavo di non andare via, di non lasciarmi. Ma quando il treno sparì e sparirono le mani che si sporgevano dai finestrini per salutare, io non ebbi dubbi: lo stavo odiando, e non piangevo. Lo odiai ancora di più perché nei mesi che seguirono fui preda delle grida isteriche di mia madre, intervallate da peggiori e più paurose ore di carezze e pianti schiacciato sul suo seno. Ore asfittiche, ore con le gote rosse di vergogna.
     Devo andare avanti. E devo stare attento. Questa volta non è successo niente ma il pericolo non è passato: sono uno che cade facilmente sul ghiaccio, e anche sulla ghiaia. Beh! scivolo bene anche sul fango e sono capace di storcermi le caviglie su una strada piana e asciutta. Non sono saldo, ho una salute cagionevole. Mi vanto d’essere una creatura dei boschi, ma starei a mio agio solo sul lattice di un morbido divano. Ho passato l’infanzia a fare il giro dei medici: con me c’era mia madre con gli occhi pieni di lacrime, e mio padre, lui, non c’era mai.
     Sono sicuro di andare verso nord? Ma certo, questa è l’unica strada. E poi in una notte come questa trovare l’orsa maggiore è uno scherzo: prendo le ultime due stelle del carro, traccio una linea immaginaria, e la prima stella che incontro alla destra è la stella polare. Ho letto un libro da ragazzo su un contrabbandiere la cui salvezza nella notte era il grande carro dell’orsa. Stanotte il cielo è straordinariamente limpido. Chissà che ora sarà! Ormai quella in paese sarà preoccupata, allarmata, potrebbe anche avere avvisato i parenti. E va bene, aspetteranno... Quando mio padre tornò dalla Germania, noi stavamo sulla banchina della stazione a battere i piedi dal freddo. C’era molta gente. C’erano donne con lunghi vestiti e larghi scialli che mi chiedevano se fossi contento di rivedere ‘papà’: io rispondevo di sì, ma non avevo nella testa alcuna immagine, nel petto alcuna emozione. Poi arrivò. Mi risollevò tra le braccia, mi baciò, e mi regalò un Santa Klaus di cioccolato completo di barba e vestito rosso alto quanto me. Lo tenni per giorni nel cellofan, e mi dispiacque infine di doverlo mangiare. Sarà stato tre chili! E pensai che il posto da cui era arrivato mio padre fosse interamente fatto di cioccolato.
     Ormai lo vedo il valico. La luna l’illumina tutto. Vedere quello che sta dall’altra parte sarà anche più facile. Potrebbero esserci dei centri abitati e... che idiozia! Mi è sorta l’idea che i tetti delle case potessero essere di cioccolato. In fin dei conti sto sognando, i miei pensieri non hanno niente di logico: sarà per la stanchezza, per il freddo - è forse logico stare qui, a questa altezza, di notte, sul ghiaccio, col rischio di rompermi una gamba? No, non c’è niente di logico, se non la determinazione a forzare la mia natura casalinga e intraprendere una specie d’avventura, l’unica che mi è possibile da queste parti.
     Ci sono quasi. Alle mie spalle c’è sicuramente un fosso, una buca orlata da tre montagne che chiudono la valle, non ho bisogno di guardare. Non ne ho voglia. Sono inebriato, conquistato dalla trepidazione per ciò che vedrò da un momento all’altro. Ma, per la miseria! Lo so bene che cosa c’è dall’altra parte... C’è il Trentino, ecco cosa c’è. Come è potuta venirmi in mente questa storia della Germania… Tra qualche centinaio di metri passerò la linea dello spartiacque che ha fatto sì da frontiera, ma quasi cent’anni fa, e semmai con l’Austria! Fa troppo freddo, e il cappotto il maglione i guanti cominciano a non bastare; quel poco di saggezza che dovrebbe gridarmi: «Che diavolo fai qui?» — s’è completamente ghiacciata.
     Continuo a camminare. Il cielo davanti a me s’è aperto, e tira un po’ di vento. Nel fondo di un’amplissima valle mi è parso di vedere delle luci. Lontano, le vette di alcune montagne si tingono di rosa, un quarto di cielo ha perso le sue stelle: tra poco sparirà anche l’orsa maggiore. Pure le luci al fondo della valle cominciano a sfocare. Ormai l’intero paesaggio è di turchino chiaro, e le piramidi alpine illuminate dal primo chiarore si perdono in ogni direzione. Mi fermo. Il freddo è lancinante, ma non m’importa. E’ bello qui, mi sento addosso un moto crescente di libertà che pare addirittura riscaldarmi. Faccio ancora alcuni passi. La valle è limpidissima, la luce si confonde con la luce: in alto il blu pulito, in basso i verdi tenui di una primavera gentile, tra i due la maestà di una terra irta e scintillante sotto i primi bagliori del sole.
     Giro lo sguardo in ogni direzione, il petto mi prude di felicità. Mi sento leggero. Respiro: l’aria mi riempie tutto fin dentro la testa. Si vede ogni cosa da qui: i boschi d’abete e di faggio, gli estesi riquadri di meleti e vigneti, due specchi d’acqua lontani, le rocce che brillano alte di svariati colori. Ce l’ho fatta! I pensieri torbidi della notte sembrano svaniti. Ho la chiara sensazione di sapere perché sono giunto fin quassù, anche se forse non saprei proprio spiegarla. Sono troppo occupato a sentirmi felice.
     E’ da un bel po’ che sto fermo e i piedi si sono infreddoliti. Li batto sull’asfalto ghiacciato e mi accorgo che le scarpe sono rovinate dal fango; anche il lungo capotto beige è lacerato su un lembo. Forse dovrei ritornare: quella mi aspetta, i suoi parenti potrebbero anche essere partiti a cercarmi. Sono sporco: di certo non avrò un bell’aspetto. Mi giro e vedo la strada da cui sono venuto: è bianca di gelo e stretta da due sponde di roccia scavate. E’ sopraggiunta una leggera inquietudine. Non avrei voglia di muovermi. Ancora uno sguardo dall’altra parte: sorrido. Il ghigno di soddisfazione mi resta incollato sulla faccia anche quando con smisurata lentezza ho intrapreso la via del ritorno.
     Il paesaggio ora si restringe e i boschi fitti incupiscono nuovamente il cammino. Cerco di tenere a mente la visione dell’alba sull’altro versante: non è stato un sogno. Come non era un sogno la scalata di una collina assieme a mio padre in un mattino pieno di luce. Già, solo ora me ne sono ricordato!
     Appena arriverò a casa farò un bagno, mangerò, e mi metterò a dormire sotto il morbido piumone. E quando mi sveglierò lei mi colmerà di carezze, e baci per tutto il corpo al caldo del letto. E’così comprensiva lei, mi farà poche domande, mi proteggerà anche da quelle dei suoi parenti, così come ha fatto quando mi ha portato in mezzo a loro - i suoi hanno dovuto soffocare la rustica schiettezza e accettare questa unione inconsueta.
     Comincio ad essere stanco. Una nuvola densa di nebbia è attaccata ad un fianco del monte un centinaio di metri più in basso - quando il sole spunterà da una delle creste di roccia che stringono questa valle in una morsa anche la nebbia sparirà: con il sole ormai alto io avrò raggiunto la macchina e infine... a casa! Mi sembra quasi di udire delle voci. Sarà solo un’impressione: chi vuoi che stia di primo mattino quassù? Ebbene no! Ci potrebbero essere dei boscaioli, lo sono un po’ tutti da queste parti, ed è ancora il periodo buono per far legna da ardere. Mi fermo un istante per non coprire col mio calpestìo un eventuale rumore; trattengo il respiro e apro bene le orecchie... Niente! Ora proseguo spedito e m’infilo nel chiarore soffuso della nebbia. Gli alberi spogli mi sfilano di fianco come due ali di un corteo che procedono verso l’alto, verso la forca del passo.
     «Oooh, oh!». Mi pare di aver sentito un richiamo che sale dal fondo. Anzi non… mi pare, ho sentito davvero: saranno proprio boscaioli. Non ci mancherà molto e giungerò a destinazione. «Eeeeh, eh!» Un richiamo più acuto rintrona nella nebbia dei tornanti più in basso. Sembra una voce di donna, una voce stridula - niente a che vedere con la melodia sussurrata della mia: nei toni più alti ha un timbro semmai argentino, lei. E come la sua voce canora, morbide sono le sue carezze. Tutto il suo corpo è un abbraccio, caldo, rovente, le braccia sono incredibilmente forti, tanto forti che se volesse potrebbero strozzarmi. Scendo veloce giù per la strada ghiacciata cercando di poggiare i piedi sulle foglie marcite: sono sicuro che da un momento all’altro in uno dei tornanti comparirà la mia macchina. «Oooh, oh!» — «Eeeh, ehi». Voci roche, voci fonde s’inseguono. Voci terribili e acute.
     Sono incredibilmente stanco. Chissà se avrò ancora la forza di essere stretto tra le braccia della mia ragazza, che si spoglia ogni volta che può, che mi spinge sul suo petto con la perentorietà del suo impeto giovanile, che contorce nel letto le sue membra chiare, che apre le gambe come una delle evanescenti figure di Bosch dei vizi capitali: la lussuria, di certo! E poi il caldo, il sudore, il dolore d’essere compresso dal suo amore selvaggio. «Eeeeh, eh! Giu-se-ppeee!» Mi fermo di scatto. Ho visto qualcosa muoversi sul costone di fronte: appena dopo la svolta c’è uno con un bastone tra le mani, zaino e scarponi. Dal numero dei richiami altri ancora ci saranno. Resto immobile finché non vedo chiaramente salire su per la strada un manipolo di persone. Qualcuno a volte si stacca dal gruppo per guardare giù dal dirupo.
     Che sia stato una specie dì scherzo? Un assurdo timore? O chissacché: mi dileguo veloce scivolando giù dal pendio. Resto nascosto tra i fusti di faggio. Sopra di me si ripetono le voci gridate: i richiami di tre parenti seguiti da quelli della mia ragazza. E infine passano. Li vedo distintamente: lei ha un cipiglio feroce; i suoi, gente silenziosa. Tutto questo un po’ mi diverte: sto già pensando che da un momento all’altro spunterò dal mio nascondiglio di foglie e di nebbia e li chiamerò. Ma il tempo passa e quelli arrancano su per gli altri tornanti che io ho scalato durante la notte.
     Ormai sono lontani. Mi inerpico fino alla strada e continuo spedito il cammino verso il basso. Non c’è un vero pensiero nella mia testa, ma solo la volontà di fare quello che faccio. La macchina! adesso la vedo. Ce ne sono di fianco altre due. Chissà quante ricerche e supposizioni, certamente litigi, prima di riuscire a trovarla. Mi metto prontamente alla guida, inverto il muso e corro per la strada in discesa fino al fondo della valle, sulla strada veloce che la fiancheggia, fino a che il paesaggio perde le sue mura di roccia e s’appiana. Sono fuori. Libero! La pianura è davanti a me sfolgorante, verde del primo tepore e frenetica del lavoro degli uomini. Mi ritorna la leggerezza piacevole che ho provato di primo mattino alla forca del passo, e di nuovo sorrido. Se mi domando perché, non so darmi una vera risposta. Ma in fin dei conti anche mio padre, dopo qualche anno passato assieme a me e mia madre, ripartì per la sua Germania e non è ritornato mai più.