Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

mercoledì 27 luglio 2016

Un racconto di Giuseppe Di Maio

Aprile



     La mia primavera comincia a gennaio. Sono il primo vegetale che corre dietro alla luce dei giorni che s’attardano.
     In febbraio i palpiti discreti dell’aria tengono il mondo in bilico: un sordo movimento tellurico che si registra fin dentro le ossa, e timidamente, fiorendo, si placa.
     Marzo è il mese in cui né i ciechi né i sordi e neppure quelli senza più olfatto hanno dubbi. La terra e il cielo si percuotono. Piove.
     Quando viene aprile la mia primavera è finita. La grossolana evidenza, cruda, dei cambiamenti, mi opprime insieme al caldo che prelude agli affanni e alle fornaci dei mesi successivi. È qui, in questo mese, che tento ancora gli eterni miei insuccessi e amo, con la pietà disperata di chi non gioirà delle gioie dovute… e muore.
     Amore, che cos’è amore!
     Nel Convito di Platone una spiegazione c’è, e non c’entra affatto con quello che nel linguaggio del popolo delle massaie e degli studentelli imberbi passa per “platonico”. Il vecchio greco racconta, anzi riferisce del racconto di Diotima, che Eros nasce da Penìa e Pòros, e io rifletto sul significato, sull’esatta traduzione di Penìa e di Poros. Penìa è la povertà. Pare del tutto indiscutibile. Necessità, dunque; e mancanza, infine. Ed Eros, come figlio della povertà, è esso stesso mancanza. Non c’è altro posto come la vita in questo mese cui più conviene questo significato. Sono disperatamente triste.
     Non è dunque l’amore sovrabbondanza, pienezza che tracima ed effonde pienezza in tutto l’Universo?
     Oh no! Dio, così pensando, avrebbe creato il mondo in una vacanza di divinità, se divinità è completezza. L’ha creato per solitudine, desiderando come il più povero degli uomini, e il desiderio è povertà, vuoto, paura: ricerca mitologica di qualcosa che possa riempire, soddisfare.
     Eros che nasce da Penìa, categoria endogamica, è dolore.
     Poi penso alla traduzione più adeguata di Poros.
     Già altri hanno meditato sulla cosa: chi l’ha chiamato “ingegno”, chi “acquisto”, chi “furbizia”. Un piopolo di mercanti, che alzava Hermes con fallo eretto nello strepito delle piazze e a lato dei quadrivi per il suo dio preferito, non poteva pensare a niente di meglio; perciò corro immediatamente verso le possibili precondizioni. Eros è frutto d’uno stupro, d’una mercatura, o d’una irresistibile attrazione? E resto fermo nell’aria atroce e sanguinolenta di questo aprile senza decidere; poi arriverà maggio che affogherà il mondo nella clorofilla e le domande troveranno mille nascondigli, le risposte mi cammineranno al fianco invisibili, mimetiche.
     La bellezza di Venere ciprigna nasce tra l’aria e la spuma del mare, tenue e delicata come la rugiada, perfetta, irreale — se non fosse per l’occhietto storto: il difetto da cui procede la misura, la realtà della sua esistenza. Proprio nello stesso giorno viene partorito Amore: completo nella sua temporalità; devastante, disastroso, forse, che non si confonde con la nostalgia, col timore della solitudine sentimentale, con la tenerezza di Filemone e della sua Bauci.
     Insomma, lo scambio: questo, pare il centro del contratto. Ma che cosa può offrire Penìa se non la propria incompletezza, la propria deficienza e insipienza? Ecco, è sempre dalla povertà che nasce la traduzione di Pòros, la spiegazione dell’accoppiamento. L’idea, che per S. Tommaso faceva muovere l’universo mancante del proprio creatore verso il suo completamento, continua a dettare i termini dell’amore e della vita.
     Se fosse ‘ingegno’, Pòros, sarebbe il creatore d’un artificio che acqueta la tragica eredità umana della paura dell’ignoto. Se fosse ‘acquisto’, sarebbe un ente geometrico che definisce grandezze spendibili e permutabili, dunque commensurabili. Se invece fosse ‘raggiro’ dovremmo pensare che nella povertà c’è già un’idea di completamento certo, con la quale il raggiro si sostituisce. «Et verbum caro factum est», che assomma le potenze astrattive, geometriche e affabulatrici. Profetiche. E s’è mai visto un profeta senza il suo popolo, senza la vita che gli viene dalla gente sua? Non poté essere anatra e divenne cigno, con tutta l’invidia per le semplici papere: che poi è fatto incontroverso come nel regno animale i maschi di tutte le specie siano gli unici in famiglia che si vestono alla moda.
     C’è un’idea che continua a ronzarmi nella testa, sarà colpa forse di questo mese così arcigno: non era forse gratuito l’amore? Il venire al mondo e la vita tutta, gratuita e ineludibile?
     «Vorrai dire automatico» mi risponde un’altra voce, «ma non senza prezzo! Ciò che è senza prezzo ha scarse probabilità di essere compreso, e perciò amato”.
     Oh, Diotima di Mantinea, che senso aveva il tuo racconto?
     Inondato dalla bellezza di questi giorni, atterrito dalla ferocia consapevole con cui volano via, desidero, ma non muovo un passo. Il fatto è che sarei in competizione con tutto l’universo, poiché ogni minuscolo essere vivente diventa vivo proprio in aprile. E io preferisco aspettare che il mondo svanisca, e che svanisca la mia smania, la voglia che anch’io ho di fiorire. Vorrei placarmi. Adagiarmi in una cuna odorosa e morire. Ma non c’è giaciglio o fossa, perché ora anche un filo d’erba seduce ma non accoglie. Poi, quando il destino d’ogni seduzione si compirà, al termine della stagione degli amori, ci s’affretterà ad accasarsi, e a chiunque verrà offerto un rifugio, fosse anche la morte. Ma non in aprile.
     Penìa è vortice, risucchio: abisso senza fine. Mare che gli antichi greci trapassavano, esploravano, coi loro meschini desideri di mercato, e passioni, e voglia di dominio.
     Trasgressione! Scaltri, bugiardi gli Attici, che rompevano i confini della legge, della giustizia; ladri e predoni gli Achei e i Dori.
     Pòros è abuso. Semplice e veloce, né violento né disperato, ma col suo prezzo; che erompe dall’ordine politico, osa; dimentica le regole e la ragione, lo Stato, e il recinto delle mura cittadine; conduce il furbo Hermes il carro d’Afrodite: a tirarlo ci pensa Amore e la mia Psiche.
     Per la via estranea ai percorsi previsionali, seminata dalle carcasse putrescenti degli sconfitti, s’aggira Eros, giudice creatore del mondo che verrà.
     È questo il mese acre della guerra, il mese che decide dei sopravvissuti.
     Tutto ciò che farei volentieri in inverno, per sopravvivere, devo tentarlo nell’aria di questo Aprile.




giovedì 5 maggio 2016

Dietro lo specchio opaco




Albeggi, tendaggi e sàgole,
pianto di rosmarino in bilico,
mentre sulla torre smemora
ogni sapienza esatta.

Dietro lo specchio opaco
ride la sfinge isterica
e con le mani stringe la cornice.


E poi silenzio, silenzio senza enigmi.


 ©francescorandazzo2016







martedì 26 aprile 2016

Un racconto inedito di Fulvio Pauselli

IL RITORNO


Saliva lentamente i gradini di una scala lunghissima con passo innaturalmente leggero. In un crepuscolo livido riusciva appena a vedere, attraverso una fittissima nebbia, il gradino sul quale poggiava il piede e quello immediatamente successivo. Era stordita e vacillante; mentre avanzava sentiva aumentare gradualmente il peso del corpo e il vigore delle gambe. Avvertiva il contatto della pietra sotto i piedi nudi e un debole dolore al calcagno sinistro. Era avvolta da un lenzuolo che lasciava scoperto soltanto il volto e sentiva freddo. All’inizio il silenzio era completo, ma dopo qualche tempo riuscì a percepire il suono dei suoi passi. Si accorse che qualcuno la precedeva, nascosto nella nebbia: aveva i piedi calzati. Alle sue spalle, altri piedi producevano un rumore frusciante come un battito di ali. Le note lontane di uno strumento a corda provenivano da una direzione imprecisata. Continuò a salire per un tempo che sembrava interminabile e quando iniziò a sentirsi affannata si rese conto che stava respirando. Per qualche oscura ragione la cosa le pareva sorprendente. Procedendo la nebbia si diradava. Vedeva, in fondo alla lunga scalinata, una lontana luce violenta, che le feriva gli occhi. Inizialmente faceva fatica a mettere a fuoco la figura che camminava davanti a lei alla distanza di una dozzina di gradini. Quando riuscì a distinguere con chiarezza si rese conto che era un uomo giovane. Dai movimenti delle braccia ripiegate davanti al corpo capì che stava suonando una cetra. Adesso le note si percepivano con nettezza e si articolavano in una melodia appassionata e seducente come un lungo discorso d’amore. Toccate da una mano prodigiosa le corde dello strumento le parlavano sommessamente, chiamandola per nome: finalmente ricordava il suo nome. In una sùbita reminiscenza le fu noto anche il nome del musicista e tentò di pronunciarlo, ma riuscì a emettere solamente un debole gemito inarticolato. Ascoltando la musica recuperò la memoria di abbracci vigorosi e baci ardenti. Rivide i boschi selvaggi e le lente danze delle ninfe. Ricordò i volti gioiosi delle compagne che la preparavano per le nozze e intrecciavano corone di fiori. Ricordò l’alta figura e il volto luminoso di un dio. Il suo sguardo era triste. Indossava una tunica color zafferano e dalla torcia che teneva nella mano destra si sprigionava un fumo nero e denso: era un cattivo presagio. Si sentì invadere da una struggente tenerezza mentre la cetra narrava la storia della perdita d’una donna amata, della solitudine dello sposo, della discesa agli Inferi, delle strazianti preghiere che avevano commosso i sovrani del regno delle ombre. Erano ormai arrivati alla fine della salita quando, al suono d’un accordo dissonante, un dolore acutissimo le trapassò il corpo, partendo dal calcagno sinistro. In un lampo fu assalita dal ricordo degli ultimi atroci istanti di vita. Vide la serpe maculata guizzare fra l’erba. Udì le urla disperate delle compagne diventare sempre più fioche e confuse. Vide sbiadire i lineamenti dei loro volti angosciati. Vide il sole spegnersi mentre l’anima fuggiva dal corpo con l’ultimo respiro. Comprese inorridita che se avesse varcato la soglia, se fosse tornata al sole, alla vita, all’amore avrebbe dovuto presto o tardi provare di nuovo l’esperienza dell’annientamento. Sconvolta dal terrore lanciò un grido lacerante.
Trafitto da quell’altissimo «No!» il citaredo cessò di suonare. Attese a lungo, immobile, di udire il suono dei passi della sua donna che saliva gli ultimi gradini. Quando capì che ogni speranza era vana si voltò. Si scambiarono un breve sguardo d’addio. Infine la ragazza chiuse gli occhi e il suo volto si mutò in una maschera bianca. Attraverso il corpo tornato evanescente traspariva il dio che la seguiva: le toccava la spalla, con un gesto di richiamo. L’uomo li guardò tornare indietro. Dopo che furono scomparsi nella nebbia continuò a contemplare con occhi vuoti l’abisso, le mani abbandonate lungo i fianchi, l’inutile cetra stretta nel pugno.

giovedì 31 marzo 2016

Fulvio Pauselli * Compianto per il giovane re inglese (Si tuit li dol e.l plor e.lh marrimen)



Il Phlan per la morte in battaglia di Enrico III Plantageneto, fratello di Riccardo Cuor di Leone, è tradizionalmente attribuito, con qualche riserva, a Bertran de Born. Il giovane Ezra Pound riprodusse in un maestoso inglese arcaico la complessa metrica e la solenne mestizia dell’originale, percettibile a chiunque abbia orecchio musicale. Nel tentativo di emulare l’impresa del miglior fabbro è stato inevitabile sacrificare parzialmente ai valori sonori la fedeltà alla lettera, senza peraltro omettere nulla di essenziale. Mi sono giovato, per l’accostamento al testo provenzale, della bella traduzione di Giuseppe E. Sansone (La poesia dell’antica Provenza, Milano 1984).



Tutti i dolori e il pianto e i patimenti
E le tristezze e il danno e le miserie
Che mai afflissero il secolo dolente,
Uniti insieme, più sono leggeri
Della morte del giovane re inglese.
Son virtù e giovinezza lacrimose
E il mondo è mesto cupo tenebroso,
Privo di gioia, pien di noia e pena.

Tristi ed affranti, in preda ai patimenti,
Sono rimasti i cortesi guerrieri
E i trovadori e i giullari valenti:
La morte è un avversario troppo fiero
Che li privò del giovane re inglese;
Dinanzi a lui fu avaro il generoso.
Mai vi fu al mondo lutto più gravoso
Di questo, né maggiore pianto o pena.

Morte che annienti e arrechi patimenti,
Vantar ti puoi che hai preso il cavaliere
Più valoroso fra tutte le genti,
Ché quanto a nobiltà v’è di mestieri
Nulla mancava al giovane re inglese:
Meglio se avesse voluto, pietoso,
Dio risparmiare lui e non gli odiosi
Che solo ai prodi danno affanno e pena.

Del mondo lasso e pien di patimenti,
Se fugge amor, la gioia è menzognera:
Tutto finisce in dolore cocente
E sempre oggi è peggiore di ieri.
Mirate tutti il giovane re inglese
Che d’ogni prode fu più valoroso.
Perduto è il bel sembiante suo amoroso,
Per cui soffriamo in smarrimento e pena.

Colui che per i nostri patimenti
Venne al mondo e fu nostro salvatore
E che volle morire fra i tormenti
Per noi, mite e benevolo signore,
Preghiamo perché al giovane re inglese
Voglia mostrarsi misericordioso
E che lo accolga in mezzo ai suoi, glorioso,
Dove mai fu dolor né sarà pena.