Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 30 settembre 2016

Statale 18, un racconto di Giuseppe Di Maio



  Il più distratto dei tre era l’autista. Nonostante avesse assicurato che su quella strada aveva fatto il pendolare per più d’un mese quando era stato commissario d’esame in una scuola di Sapri, non riusciva a infilare la stramaledetta statale. Con voce stridula l’ospite seduta accanto — che aveva mal d’auto, diceva — cercava a suo modo di tenere compagnia. Aveva di continuo l’ossessione di sentirsi fuori posto: in quel basso Cilento, nella piana di Paestum, nella valle dell’Agno, sulle Dolomiti, a casa sua perfino, come se vivesse in un enorme albergo senza pagare la pigione, e non cessava di dire grazie, grazie a tutti e dappertutto.
  Dietro c’era l’altro: a lui non facevano male le curve, ma cominciavano a stancarlo. S’era seduto nel mezzo a braccia spiegate, afferrato alle maniglie delle porte posteriori e pretendeva di fare il navigatore. La veneta era amica sua, e con l’autista, che da qualche settimana era stato abbandonato dalla moglie, l’aveva scarrozzata per tutto il giorno dal Vallo di Diano al golfo di Policastro. Ora stavano tornando a casa.
  Il professore alla guida del mezzo aveva spento da poco le melodie dei suoi noiosissimi cantautori, forse per stare più attento alle curve, ma continuava a viaggiare come un ubriaco, ora sul ciglio vicino al parapetto ora sotto il costone di roccia. Pensava, sognava: certamente quella «puttana» di sua moglie e le sue due bambine rinchiuse nel chiasso della cinta muraria di Lucera.
  Era buio ormai. L’ospite vicentina lanciò al navigatore uno sguardo di scherno complice, e le riuscì, malgrado mezza faccia fosse coperta da lunette spesse come culi di bottiglia: «Non andremo mica a sbattere, — pensava — ce la faremo ad arrivare a casa?». L’autista era imperturbabile: stava attento al consumo del carburante e alle prestazioni della vettura, e poi non parlava molto, anzi si poteva dire che certi giorni non parlava mai.
  Il navigatore, invece, acquetò per un momento la sua ciarla e pensò: «Speriamo che ‘sta padovana se ne torni a casa, se no come farò a vedermi con mia moglie?». Lui era già separato dalla sua, e anche la veneta era da tempo divorziata. Insomma, se quei tre si fossero rotti l’osso del collo non avrebbe pianto nessuno, forse qualcuno ne avrebbe addirittura gioito.
  «Ma non pensi che i fari siano un po’ bassi?» disse il conducente al navigatore. Glielo aveva già detto poco prima, e anche la sera prima, e la settimana prima, ma se n’era dimenticato. Pensava ad altro. Ma perdio, quando si ricordava di parlare parlava solo della sua auto nuova. Che noia!
  «Sei tu che non vedi un tubo, i fari stanno benissimo» rispose spazientito il navigatore. E come a conferma di quanto aveva detto, l’autista imboccò una piazzola di sosta credendo fosse un bivio.
  «Vuoi che guidi io?».
  «No no, ce la faccio, questa poi è una strada difficile… Io la conosco».
  Altra occhiata di scherno tra l’ospite padana e il navigatore.
  «E se mia moglie mi ha cercato? Se la riconciliazione non riesce, dovrò restare con questa qui, e ci dovrò restare per parecchio tempo» pensò l’uomo sul sedile posteriore. «Non mi fido. Sì, mi vuole bene, ma è svampita, stiamo insieme perché entrambi siamo incapaci di stare soli, ma se potessimo scappare immediatamente, l’uno dall’altra… Chissà».
  Il caldo torrido che li aveva perseguitati durante il giorno cominciava a dissolversi: l’aria era più fresca, specialmente nei tornanti che scavalcavano le gole dei dirupi della costa. Con entrambe le mani fuori dai finestrini e le palme larghe come il Cristo di Maratea, l’uomo cercava di flettere all’interno dell’abitacolo la corrente d’aria.
  «Dunque — fece il navigatore d’un tratto — su questa strada ci si potrebbe anche smarrire».
  «È escluso» rispose laconicamente l’autista.
  «Eppure ti sei infilato in una piazzola di sosta credendo che fosse un bivio».
  «E come ti smarrisci su una piazzola?».
  «Su quella no, ma se fosse stato un vero bivio e tu avessi imboccato un ramo della biforcazione e avessi percorso qualche centinaio di metri, e… diciamo che la strada fosse tanto stretta che tu, conoscendoti, avresti evitato sia una lunga retromarcia sia un’inversione, saremmo stati costretti ad andare avanti sperando di trovare uno slargo per girarci».
  «E va bene saremmo arrivati allo slargo e ci saremmo girati, e quindi non ci saremmo persi».
  «Sì, invece, se tornando indietro la strada si fosse fatta improvvisamente bianca, senza asfalto».
  «Che cos’è, — disse la vicentina — un racconto dell’orrore?». Contenta, però, che il parlare distraesse l’autista dai suoi pensieri.
  «No, è un indovinello» disse il navigatore.
  «Bene! — fece l’autista — e che cosa bisognerebbe indovinare, come siamo finiti sulla strada senza asfalto?».
  «No, non proprio, piuttosto se e come ne vogliamo uscire».
  «Io ho già indovinato, — ripeté l’autista — e la risposta è sì e al più presto».
  «E per dove?».
  «Facendo la strada a ritroso fino al bivio» disse la veneta tranquillamente.
  «Ma infatti, è quello che stavamo già facendo, solo che la strada non è più la stessa».
  «E allora andiamo avanti — fece l’autista — seguendo la stradina bianca».
  «Bene, — disse il navigatore — siamo tutti e tre d’accordo nel proseguire?».
  «Sì» risposero gli altri due.
  «La stradina continua in leggera salita, e da lontano scorgiamo una luce fioca, che resta fioca anche quando siamo a poche decine di metri. Il chiarore viene infatti da una lampadina di pochi watt sotto un pergolato; e quando siamo ormai nei pressi ci accorgiamo d’essere arrivati davanti a una casa di campagna, grande, con un minuscolo portico appena illuminato: una tipica casa del Cilento, con la stradina che sbocca in uno spiazzo antistante simile a un’aia. Ora vi domando: ci giriamo ancora, o ci fermiamo? Cerchiamo di domandare alla gente che è in casa come fare per ritornare sulla statale?».
  «Domandiamo, domandiamo, io sono per la domanda» disse la veneta.
  «E facciamo questa domanda, — fece l’autista accendendo un’altra sigaretta — ma non ho capito se anche tu partecipi al gioco».
  «Certo, — rispose il navigatore — «infatti anch’io sono favorevole a chiedere la strada. Perciò fermiamo la macchina e scendiamo».
  L’autista, in compagnia della sua sigaretta, ripiombò nei suoi pensieri. L’aria era ormai fresca e l’appetito sopito dalla calura si risvegliò di colpo.
  «Non so quanto ci manca, ma la pizza che avevamo in progetto stasera va a finire che salta» fece la donna.
  «Ce la facciamo, ce la facciamo. Io non ci mettevo più d’un’ora qualche mese fa. Mettiamo anche mezz’ora in più per la maggiore distanza e per l’ora tarda, e al massimo per le undici siamo seduti in pizzeria».
  «Mettiamo un’altra mezz’ora per aver sbagliato strada…» fece la veneta, e risero.
  «Giusto! — disse il navigatore. — «Siamo dunque scesi dall’auto, e da sotto un arco del portichetto si fa avanti un uomo, di cui s’immagina la mole ma non si riesce a vederlo in viso. Dietro di lui due donne, e mentre ci avviciniamo l’uomo saluta e ci invita sotto la pergola. Esponiamo la nostra disavventura, e quei tre, con molta gentilezza, ci invitano in casa a bere qualcosa. Ognuno di noi parla col suo simile, col suo naturale complemento, insomma siamo due uomini e una donna, e quelli l’inverso».
  Si udì un lungo gemito nella macchina, quasi sopraffatto dal rumore del diesel.
  «Dopo poche battute iniziali, siccome i tre della casa stavano per mettersi a tavola per la cena, c’invitano al loro desco, rassicurandoci sulla distanza della statale. E noi, accettiamo?».
  «Certo che accettiamo, qui la cosa si fa piccante. Non solo, ma abbiamo risolto anche il problema della pizza» disse l’autista.
  «Anch’io accetto — confermò ridendo l’amica del navigatore. — Quando si dice l’ospitalità del sud».
  «Ci mettiamo a tavola e ci accorgiamo che l’interno, a differenza della fioca luce del portico, è straordinariamente illuminato, e anche le stanze, quelle che siamo riusciti a intravvedere al pianterreno, non sembrano d’un’abitazione rurale, ma sono rifinite con gusto: ed eleganti sono i mobili e le suppellettili. Un posto, per dire, estremamente gradevole, e ancora più gradevole è la compagnia dei nostri ospiti. Ognuno di noi parla col suo uomo o con la sua donna, accoppiati come per magia, senza sforzo; se non fosse per l’abituale legame che abbiamo con la realtà, specie alla nostra età, avremmo detto che quelle donne e quell’uomo sono per ognuno di noi il partner ideale, l’amore sognato fin dagli anni della nostra giovinezza, che sta lì, a tavola, vicino a noi».
  «Oh, era tanto che l’aspettavo!» disse la veneta ridendo.
  «Lo dicevo io, che era piccante.» ribatté l’autista.
  «Insomma, chiacchiera chiacchiera, si fa tardi».
  «E c’invitano a dormire…» cantilenò il professore precorrendo la storia.
  «Sì, c’invitano proprio a restare là per la notte, ché per raggiungere la piana di Paestum avremmo fatto mattino. E noi che cosa facciamo?».
  «Accettiamo» risposero in coro gli altri due.
  Avevano anche tentato per un momento d’immaginare il volto di questi amori ideali, ma all’autista non veniva nient’altro in mente che la moglie lucerina. La padovana ricordò un suo amore americano e il navigatore una compagna di scuola.
  «Ottimo! Perciò ci accomodiamo per la notte, ognuno col suo partner. È la prima volta in tutta la nostra vita che ci sentiamo bene, a nostro agio: qualcosa a mezza strada tra i più rosei e ardimentosi sogni, e la calma serenità dello stare in mezzo a figure familiari. Ognuno passa la notte come più gli aggrada, svegliandosi al mattino con il cuore, come si dice… colmo di gioia? Bene: stracolmi di felicità!».
  «Ma abbiamo fatto l’amore?» chiese l’autista.
  «Ciascuno ha fatto quel che ha voluto. Ogni cosa è stata perfetta» sorvolò il narratore.
  L’immaginazione della padovana si fece più nitida e ricordò un amico di suo marito col quale avrebbe potuto andare a letto, immediatamente sfuggendo lo sguardo dell’amico seduto dietro di lei.
  «Ora, al risveglio, uno di quei risvegli come capitano raramente in una vita, col cielo terso, l’aria maggiolina, e le energie e il sangue rinnovati come quelli che abitano i corpi dei ventenni, ci affacciamo sul retro della casa dal piano superiore dove ci appare un giardino d’un incredibile rigoglio, con tutti i toni dei verdi che emergono da sfondi nitidi sovrastati dall’incredibile blu della volta celeste: tutte le cose brillano illuminate da una luce incorrotta che troviamo sinceramente solo nei sogni. E giù, nel giardino, i tre hanno preparato una colazione ricca, deliziosa, accurata. Ebbene, inutile dire che ci fermiamo per la colazione e poi ci mettiamo, ognuno col proprio uomo o con la propria donna, a passeggiare in questo giardino di biblica bellezza. Bene, ragazzi, il fatto è che ci fermiamo a pranzo, a cena e passiamo ancora una notte. A proposito, voi siete d’accordo a passare ancora un giorno e una notte?».
  «Ma che domande,» — fece la veneta — «è naturale che ci fermiamo in un posto così. E poi siamo in vacanza, non abbiamo niente da fare».
  L’autista non rispose, ma annuì. Il navigatore invece pensò che lui da fare ne aveva: se non fosse tornato subito a casa dai suoi parenti poteva indispettire la moglie, e la sperata, temuta riconciliazione sarebbe definitivamente saltata.
  «Ora, al nuovo risveglio — continuò — la costante preoccupazione del professore per la sua auto nuova si fa più insistente».
  «Che cosa vorresti dire, che sono fissato per la mia macchina?».
  «No, è solo un espediente, un passaggio narrativo».
  «Sì, passaggio narrativo…» fece l’autista storcendo il muso.
  «Va bene, andiamo avanti. Il nostro professore, dicevo, il secondo mattino va nel piazzale antistante la casa, e guardando e riguardando la sua auto, s’accorge d’una ruota sgonfia e d’un graffio sul retro completamente arrugginito. “Ma quando l’avrò fatto ’sto graffio? — si domandava — e quando avrò forato? Forse un chiodo o uno spuntone, l’altra sera per la stradina”. Ma viene subito rassicurato dal padrone di casa, che lo distoglie dal suo mezzo meccanico promettendogli di aiutarlo a mettere tutto a posto prima di partire. Senza farla tanto lunga, passiamo là una settimana, la più bella e la più felice che possiamo ricordare, ma alla fine ognuno di noi, incalzato dai propri impegni, propone di partire. Allora… partiamo?».
  «E sì, — fece l’autista — mi sembra anche ora».
  «Peccato! — esclama la padovana, — se stavamo così bene. Mah! diciamo che le ferie sono finite, e anche se a malincuore, partiamo».
  «E partiamo — fece il navigatore. — Solo che quando ritorniamo sul piazzale, su quella specie d’aia dov’era parcheggiata l’auto, vediamo uno spettacolo terribile: la macchina è un rottame, la carrozzeria ha due palmi di ruggine, gli interni sono sfilacciati, impolverati e cadenti. Delle ruote, restano appena le gomme, diventate quattro pezze accartocciate; un lato non appoggia manco sui cerchi, e gli assi toccano il terreno. Un disastro! Guardiamo per un po’ la scena, stravolti, soprattutto per il dolore del proprietario. Ma alla fine i tre ospiti, con molto garbo, ci dicono che se proprio vogliamo andare, al termine della stradina, laddove incomincia la benedetta statale, a meno d’una cinquantina di metri sulla destra, c’è la fermata d’una corriera che passerà di lì fra poco. Senza aspettare oltre, un po’ sconcertati, un po’ tristi, ci muoviamo accompagnati dai nostri amici. Appena la stradina finisce troviamo un cancelletto che chiude la proprietà, e in quel punto l’uomo e le due donne si fermano e non proseguono. Ma la fermata dell’autobus è così vicina che noi insistiamo per essere accompagnati fino al segnale: ci saremmo salutati là, e per bene. Loro, invece, non vogliono. Ma noi insistiamo, e alla fine quei tre, quasi rassegnati, ci accontentano. Tenendoci vicini alla nostra compagna o compagno, copriamo quei pochi metri che ci separano dalla fermata. A ogni passo i visi di quelli che ci stanno accanto cominciano a cambiare. Sui loro volti nascono piccole rughe, poi s’accentuano; le chiome diradano e ingrigiscono, invecchiano con rapidità proporzionale alla distanza dalla loro proprietà. L’autobus arriva, si ferma, e ci abbracciamo ormai con dei poveri vecchi curvi e malconci, che passano le loro mani rugose sui nostri visi, e i loro occhi lucidi di commozione ci carezzano mentre ci guardano andare. Pur se sbigottiti, partiamo. Un pullman così nuovo, così confortevole, da quelle parti non s’era mai visto. E avendo detto al conducente che ci fermasse ad Agropoli, ad Agropoli ci porta in un baleno, per un paesaggio che ha un che di strano nella luce della sera… La cittadina che abitiamo da qualche giorno pare cambiata. Non c’è più lo stesso terribile inferno di turisti chiassosi, né gli stessi negozi, e anche le case sembrano diverse. Per l’appunto, quando siamo nella strada che crediamo via Voso (forse il solito letterato e martire della libertà) c’è il cartello d’una certa via Ferrandina. Allora chiediamo a qualcuno dove sta via Voso, ma nessuno sa indicarcela. Finché un vecchio, facendosi pensieroso, comincia a farfugliare con le dita sulla fronte: “Via Voso, via Voso, via Voso… Ma è questa!”. “Questa, replichiamo noi rileggendo il cartello, sembra sia via ... Ferrandina!” “Sì, risponde il vecchio, via Ferrandina, già via Voso”. Ciò che stiamo temendo da qualche ora ci viene inequivocabilmente chiaro: quella che a noi è sembrata una settimana, nella casa del basso Cilento, è un tempo molto più lungo. Ma quanto?».
Nell’auto s’era fatto silenzio; i due sui seggiolini anteriori guardavano fissi la strada. Da un po’ nessuno aveva interrotto la narrazione e l’aria sempre più fresca sembrò gelida, tanto che qualcuno chiuse il suo finestrino. E il navigatore continuò.
«All’istante decidiamo di raggiungere le nostre città, nel mondo che ormai è così terribilmente estraneo. Scopriamo così, per quelli che ce l’hanno ancora, che i nostri genitori sono morti. A te… — disse il navigatore rivolto all’autista — è morta anche la moglie, e i nostri figli sono più vecchi di noi. Perciò, non avendo più il nostro lavoro, quasi nessuna delle nostre amicizie, e buona parte dei parenti perduti, essendoci nel frattempo tenuti in contatto, uno di noi propone di ritornare in quella casa. Ora ragazzi, che cosa facciamo?».
La domanda, pur così semplice, tardava ad avere risposta. L’autista, silenzioso, restava attento alla strada; la veneta si torceva nella sua posizione. L’uomo seduto sul sedile posteriore aspettava che qualcuno parlasse; aspettava soprattutto la decisione della sua amica padana, che aveva, sì, intuito qualcosa, ma aveva la parallela intenzione di mantenere il gioco banale e innocuo. E poi era davvero un po’ impaurita, di sera, su una strada buia, con quei due, e quelle storie un po’ infelici e un po’ raccapriccianti.
«No — disse sinceramente. — No, io in quella casa non ci torno. Resto su. Cercherò di arrangiarmi in qualche modo».
«Bene! — rispose il navigatore. — E tu — fece rivolto all’autista — che cosa faresti, eh?»
L’autista non se lo fece ripetere due volte: «Sì, io ritorno» disse presto e concisamente.
«Ebbene, — ricominciò il narratore — anch’io ritorno. E siccome io e il professore vogliamo la stessa cosa, ben presto ci accordiamo per ritrovarci entrambi innanzi al cancelletto socchiuso che dà sulla stradina bianca. A poche decine di metri verso l’interno ci sono le due donne: le nostre donne, vecchie, oramai, così come le avevamo lasciate, che lentamente e con gli acciacchi evidenti dell’età ci stanno venendo incontro».
«E l’uomo? — fece la veneta — l’uomo non c’è?».
«No, — rispose il navigatore — non c’è! Anzi, è come se non ci fosse mai stato».
Fece una piccolissima pausa dopo aver risposto all’amica, con una punta d’acredine e una di compiacimento. Poi riprese. «Noi, io e te caro professore, siamo davanti a quel cancello, ci guardiamo in faccia e contemporaneamente abbiamo la certezza di che cosa ci accadrà passando dall’altra parte. Perciò, adesso che sai, che cosa decidi, passi?».
«Passo» fece l’autista mesto e con voce fioca.
«E anch’io varco la soglia — rispose il narratore. — «Appena siamo dall’altra parte ci fermiamo, guardiamo le nostre mani e ci sentiamo improvvisamente pesanti, dolenti e incerti sulle gambe: stiamo rapidamente invecchiando, ma non ce ne importa. Le nostre donne lentamente ci hanno raggiunto, e restiamo lì, insieme, ognuno con la propria, fino alla fine dei nostri giorni».
Il navigatore disse che la narrazione finiva lì, e si sarebbe aspettato un brevissimo silenzio, almeno; invece la veneta, pronta, si girò verso il sedile posteriore e disse: «Guarda, guarda che cosa hai fatto, m’è venuta persino la pelle d’oca». Ma poi quasi immediatamente, con la solita ansia di chi è eternamente ospite in questo mondo: «E io, io che cosa faccio, questo non l’hai detto. Come finisce per me?» fece con voce piagnucolosa, come per canzonare.
«Tu — rispose con durezza il navigatore — hai scelto. Hai scelto di restare con i tuoi anni e nel tuo mondo… in quello che restava del tuo mondo, e hai finito la tua vita come hai voluto».
«E no, non vale, avresti dovuto dirmi quello che sarebbe successo. Io ho avuto paura di tornare in quel posto… forse ci avrei pensato».
«Seh» — fece ostile il navigatore — «hai avuto paura!»
I tre dopo un po’ raggiunsero la Piana e stettero assieme ancora qualche giorno, poi ognuno ritornò a casa. La vicentina riprese il suo lavoro abituale; l’autista dopo qualche mese riuscì a trarre la moglie fuori dalle mura lucerine: parlarono, parvero capirsi, e tornarono insieme. Il narratore si affrettò a tornare a casa dai parenti, e seppe che la moglie in effetti l’aveva cercato, ma alla fine, spazientita per l’assenza e l’irreperibilità del marito, tornò sui suoi passi e non volle più riconciliarsi; continuò la causa di separazione. In quel periodo lui conviveva con la vicentina, ma dalla sera del racconto la sua amarezza si trasformò in avversione verso di lei. E quando l’autunno stette per far posto all’inverno, quando i boschi si colorarono dei rossi vividi e bruni, e i fossi furono colmi d’acqua, si fece insofferente e ritornò sui suoi monti. Ed ebbe nostalgia di quando, qualche mese prima, gli era sembrato di poter scegliere il proprio futuro con la moglie, con la convivente… Con un altro amore, perfino. Così, una mattina si mise alla guida della sua, di macchina, e prese la via del mare, andando a zonzo per i posti dove aveva passato le ferie.
I giornali del posto riportavano la notizia che una banda di malviventi profittava delle assenze dei proprietari per alleggerire le case isolate di oggetti preziosi, mobili e attrezzature di vario genere.
Lo straripante desiderio di libertà si fronteggiava con la paura della solitudine, col terribile legnoso e fetido programma d’una vita già prevista, già consumata. E lui non voleva. Si doleva, anche, che la sua convivente padovana fosse troppo legata alle cose materiali; che inseguisse le paure quotidiane più abile d’un furetto appresso al sangue. Questo pensava mentre correva per le strade della costa e in quelle che portano all’interno dell’acrocoro cilentano. Pensava alla moglie, che aveva ripreso il suo atteggiamento astioso, persecutorio; che era incapace d’amare. Lui, invece, in quegli ultimi tempi non aveva fatto mistero di disprezzare le donne, ma aveva il petto gonfio come se un’enorme lacrima si fosse accasata tra il collo e il diaframma, e faceva fatica a respirare se non a colpi profondi e palpitanti singulti.
Dietro il portone di una casa sperduta sulle falde del monte Sacro, un uomo aveva appoggiato uno schioppo alla parete dell’ingresso, e rivolto al resto della famiglia sentenziò: «Questa è l’ultima volta che mi faccio fregare! Giuro che se li vedo non chiamo più la polizia, ma li concio io per le feste».
Gira e rigira per quelle strade montane, che facevano soffrire il motore, le sospensioni e anche la schiena del navigatore, il giorno breve del trapasso invernale spense d’improvviso la sua luce, sicché le cose cominciavano ad apparire più nelle aree visive del cuore, che in quelle della normale coscienza. I boschi neri cingevano le cime spoglie dei monti come lugubri corone attorno ai picchi lapidei di color grigio azzurrino, e lentamente si confondevano e scomparivano nel buio incalzante della sera. Ad un tratto vide un cancello, socchiuso, e dietro, incredibilmente, una stradina bianca in leggera salita. Arrestò la vettura e prima di smettere di stupirsi aveva già aperto il cancello. Da poco, con estrema fiacchezza, scendeva una pioggerella finissima.
All’interno della casa l’uomo, rivolto alla famiglia, ordinò: «Voi, spegnete le luci».
Fuori dalla macchina cominciò a gironzolare per lo spiazzo, tentando di vedere se ci fosse un pergolato, un piccolo portico, ma era difficile distinguere con quel buio.
«Aspetta, che fai? — disse la donna — Vediamo prima che intenzioni ha».
Poi, lasciato lo spiazzo, al navigatore venne l’idea di aggirare la casa per vedere se dietro ci fosse un giardino.
«No, non ti compromettere» implorava.
Non si riusciva a vedere bene: qualcosa c’era, certamente, ma la pioggia era diventata insistente, e poi era buio. Sentì violentissima una fitta alle spalle: eppure ci doveva essere, il giardino. Un volto con gli occhi pieni di lacrime si mise chino su di lui. E quando la vide, per quel poco che la vide, esclamò con lieve sussurro: «Finalmente, amore mio… t’ho trovata». Poi reclinò la testa da un lato.
La donna si levò subito dopo e sempre piangendo disse furente al marito: «Sei contento? Hai visto che cosa hai fatto per questa tua mania delle armi? Chissà chi era questo poveraccio!».

lunedì 12 settembre 2016

"Chi non sogna un futuro radioso?" di Mauro Mirci


Una statua. Un soldato seduto con fucile e pallone. Questo vede Lorenzo Nullo in cortile, il primo giorno di lavoro al municipio di Petra Gerace. Non immagina che lo scultore, Michelangelo Scarso, sia anche poeta, pittore naïf e ostinato speculatore edilizio. Le loro vite si incrociano anni dopo: c’è da lottizzare il podere del Gerbinello. L’affare interessa lo stesso Scarso, ma anche il preoccupante Vincenzo Neri e il suo anziano padrino. Lorenzo Nullo è adesso un funzionario privo di scrupoli e sempre compiacente verso il potere. Cinico e spregiudicato fuori dalle mura domestiche, in casa è però oppresso dalla madre e dalle sue sorelle. Tutte vedove. Perché, si vocifera, i mariti hanno preferito morire giovani piuttosto che averci a che fare nella vecchiaia.
Ma nel tran-tran quotidiano di Lorenzo, fatto di tradimenti, episodi boccacceschi, soperchierie e mazzette, s’insinua un imprevisto: il ritrovamento in Russia del primo marito di nonna Carmela, morto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Un meccanismo narrativo ben oliato. Un romanzo ironico e disincantato sul marcio e il malaffare dei cosiddetti “colletti bianchi”.


NullaDie, piccola editrice di qualità, radicata in Sicilia, ma ben proiettata nel panorama nazionale, ha pubblicato il romanzo di Mauro Mirci, “Chi non sogna un futuro radioso?”. L'autore approda al romanzo dopo alcune felici uscite editoriali, prevalentemente con racconti pregevolissimi, a volte fulminanti. Qui il respiro si allarga e nell'espansione letteraria si realizza una storia a scatole cinesi che contengono altre storie, attraversate direttamente o indirettamente dal protagonista, con uno stile che intriga il lettore e lo conduce quasi a perdersi, mentre la lettura scorre piacevolmente e spesso con tono divertente, nei meandri scuri della condiscendenza al sistema di relazioni falsate e corrotte, della vita di tutti i giorni. È una sorta di “resistibile ascesa” del protagonista nell'intrigo, nella corruzione, nel mammismo auto compiaciuto, nell'essere perfettamente mimetizzato e anzi manipolatore di una realtà che va usata, fin dalle piccole azioni quotidiane, per il proprio vantaggio, nel compromesso continuo, nell'illecito che da piccola infrazione, diventa sempre più grande, fino a incastonarsi perfettamente nel sistema del malaffare, con la meschina giustificazione che tanto, lo fanno tutti e se vuoi vivere bene devi farlo anche tu. 
Ascesa e caduta di un piccolo furbo, anche simpatico (qui l'autore è abilissimo a suscitare un'iniziale empatia col personaggio), che diviene specchio della società e dei suoi opportunisti camaleonti. La Sicilia è lo sfondo e l'ambiente perfetto, ma si proietta e sviluppa con sottile maestria, fino a diventare una impietosa stimmate del costume nazionale, sorridente, simpatico, infido, corrotto.
Da leggere, anche perché, mai la penna dell'autore, si compiace di stereotipi e ammiccamenti che spesso fanno da filtro falsificante nella produzione letteraria siciliana, mai tenta di cavalcare il mainstream della cartolina patinata e precompilata.


Francesco Randazzo



Storia di un impiegato e di una salma
  • Copertina flessibile: 288 pagine
  • Editore: Nulla Die (1 gennaio 2016)
  • Collana: Lego parva res. I romanzi Nulla die
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8869150534
  • ISBN-13: 978-8869150531