Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 31 ottobre 2008

Waz (8)

Waz non sa più dove si trova. Non ricorda nemmeno più dove stava andando. Le automobili sfrecciano intorno a lui, fermo ad un incrocio. Si guarda intorno e capisce che sta in una posizione pericolosa. Dovrebbe muoversi, prima che un'auto o una moto lo investa. Tenta un passo in avanti ma una ruota gli sfiora il ginocchio. Prova un passo indietro ma viene spinto con una gran botta metallica su culo. Vola in avanti, non volendo, senza paura, con gli occhi spalancati e infine atterra sul marciapiede di fronte, miracolosamente in piedi. Batte gli occhi e di nuovo si chiede dove va. Il traffico continua a scorrere, intricato e strombazzante, cento metri più in là, un vecchietto viene investito da una moto di cilindrata bulimica guidata da un motociclista dal cervello anoressico. Waz sente la sirena di un'ambulanza che arriva e piano piano si sposta, lento e deciso riprende a muoversi, come se sapesse di nuovo dove andare. Ma non lo sa. Però lo immagina.

© francescorandazzo - 2008


martedì 30 settembre 2008

"Niente birra ai nazisti"


Articolo di Riccardo Orioles tratto dalla Catena di San Libero n. 370 (27 settembre 2008)

"Niente birra ai nazisti"

"Non si serve birra ai nazisti". A Colonia, su tutti i tavolini, c'era questo cartello. C'erano folle di cittadini, in tutte le strade, decisi a non lasciar passare i nazisti. C'era un sindaco con le idee molto chiare: questa città è antinazista e nazisti non ne vuole. Così, pacificamente, senza eccitarsi troppo e ridicolizzando i violenti, i tedeschi hanno mandato a quel paese gli estremisti della "destra europea".

In Italia le cose sarebbero andate (e vanno) ben diversamente. Se invece che a Colonia fossimo stati a Verona, il corteo dei nazisti si sarebbe svolto, le grida di Heil Hitler e Duce Duce si sarebbero sprecate, ci sarebbe stato uno stillicidio di immigrati picchiati e gay mandati all'ospedale. Qualcuno dei cittadini, con "l'aria da sovversivo", magari ci avrebbe lasciato la pelle. E il giorno dopo il governo avrebbe tranquillamente dichiarato "vabbe', cose che succedono, niente di straordinario in fondo", mentre un ministro avrebbe inneggiato alla Gestapo e un altro alle Ss.

Due generazioni dopo Hitler e Mussolini, i tedeschi sono antifascisti e gli italiani no. I tedeschi hanno legge e ordine, gl'italiani camorra e Calderoli. I tedeschi sono civili e democratici, gl'italiani votano a destra e si menano a ogni occasione. I tedeschi, sicuri di sé, lavorano con due milioni di turchi senza problemi. Gli italiani, insicuri e svenevoli, sono il paese più impaurito del mondo e digrignano i denti appena vedono un altro essere di diverso colore. Eppure i fascisti "duri" erano i tedeschi, noi italiani eravamo i "brava gente", gli Alberto Sordi, anche in camicia nera, paciocconi e umani. Come mai tanto tempo dopo loro si sono civilizzati e noi no?

Il fatto è che il tedesco, persona seria, ha saputo fare i conti con se stesso. Ci voleva coraggio per farlo. Le guerre, Auschwitz, le grandi piazze vocianti di Norimberga. I tedeschi hanno guardato in faccia tutto questo, hanno ragionato freddamente sui loro orrori. Ne hanno individuato i meccanismi, le radici, e hanno deciso "mai più". Non hanno avuto un partito neonazista (come da noi il Msi) corteggiato e infine assunto al governo. Non hanno avuto un neonazismo giustificato e coccolato. Lì, se un ministro dicesse "Onore alle Ss!" sarebbe sbattuto a calci un attimo dopo fuori dal governo. Non c'è un sindaco neonazista di Amburgo o Brema. Lì si ricordano ancora del passato. Ne accettano la responsabilità, da uomini. Non lo vogliono più.

Noi, "brava gente", in realtà siamo dei minorenni. "Non siamo stati noi". Siamo stati ingannati da Mussolini, costretti dai tedeschi, imbrogliati. Noi non volevamo. Non volevamo ammazzare i sindacalisti, o impiccare i libici, o bombardare gli etiopi con l'iprite. L'abbiamo fatto senza accorgercene, senza volerlo davvero, senza colpa. E dunque, tranquillamente, ci siamo assolti - è stato un gioco. E adesso siamo pronti a ricominciare.

Qualunque operaio nero, qualunque straniero, dopo quindici giorni d'Italia capisce benissimo la differenza. Fra noi italiani simpatici, brava gente, ma in fondo semifascisti e violenti, e un qualunque europeo noioso e grigio, ma civile.

Per proseguire con la lettura della Catena di San Libero:
http://www.ritaatria.it/LeggiNews.aspx?id=642

sabato 27 settembre 2008

WAZ (7)

È una bellissima giornata, una giornata del cazzo come tante altre, piena di piccole stronzate inutili, di attese, noia, piccole nevrotiche compulsioni. Eppure è una bellissima giornata, Waz se lo ripete continuamente come un mantra benefico che dia un senso allo scorrere cazzonico delle ore e delle azioni che si stendono sulla sua pelle come gel per capelli seccato al sole. Il sole difatti se ne fotte e spara raggi tiepidi di meravigliosa banalità. Una signora nera si avvicina alla fermata dell'autobus dove Waz sta aspettando che passi qualcosa che lo sconvolga. "Che bella giornata!", dice Waz alla donna, tentando di renderla sua complice, di avere conferma anche da qualcun altro, tanto per essere sicuro che quella giornata del cazzo sia bellissima. "È da molto che aspetta?", chiede quella di rimando. E Waz come al solito risponde: "Ero giovane, quando sono arrivato qua." Quella sorride. Non ha capito un cazzo, sotto il sole cazzone di quella cazzo di giornata, non si pone nemmeno il problema, sorride ebete, ma ha una faccia simpatica e una panza strabordante sensualità afro de noantri. Anche Waz sorride. Poi ha un guizzo di lingua che balugina sotto il sole cazzone di quella giornata del cazzo e le dice: " Lei è fortunata sa? Sì, sì, proprio fortunata. È fortunata a vivere qua in questo nostro meraviglioso paese del cazzo, con questo sole del cazzo in questa bellissima giornata del cazzo, fortunata perché lei è nera, magari africana o sudamericana o yankee o chissadadove, nera e non cinese che sennò adesso toccava a lei che le facevano il culo e la mettevano a posto e c'andavano a frugare anche nel frigorifero di casa per vedere se c'aveva nascosto il cartone malefico del latte cinese avvelenato del cazzo e le controllavano pure se c'aveva bambini morti nascosti sott'al divano e tutte quelle stronzate del cazzo che qui c'abbisognano per sentirsi tranquilli che tanto i casini e le stronzate le fanno i cinesi oggi, i rumeni ieri, e domani, domani chissà? È fortunata lei, che è nera, ma chissà che domani non le fanno un controllino per vedere se c'ha qualche magagna che ci sturba questa meravigliosa vita nostra di italiani europei occidentucoli del cazzo, una cosa si trova sempre, lei lo sa, se uno si guarda allo specchio la mattina un difetto sulla pelle se lo trova sicuro e se si guarda la faccia di un altro è più facile ancora e se ne vedono di più e allora la colpa è di quell'altro, un bell'untore del cazzo che ci sta qui a scassarci la minkia e ci vuole distruggere la nostra way of life. È fortunata lei nera che non ci ruba i biscotti e non si becca una fraccata di legnate che l'ammazza, per i biscotti no perché è nera, è fortunata lei che sta qui a Roma e non a Castel Volturno. Se ne vada, signora, è fortunata che m'ha incontrato e glielo dico: se ne vada. E mi porti con lei. Ché tanto prima o poi mi tocca pure a me."
Intanto è passato l'autobus e la signora nera l'ha preso. Waz resta solo alla fermata e aspetta sotto il sole cazzone di quella cazzo di giornata, senza sapere più che cazzo dire. E si ripete nella sua testa: è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata è una bellissima giornata...

© francescorandazzo-2008



venerdì 26 settembre 2008


"MEGLIO DI SHARON STONE"
racconto di Francesco Randazzo
sul prossimo numero, in uscita ad ottobre, di TOILET, ironica e intelligente rivista letteraria in vendita presso le Librerie Feltrinelli e online.





toilet è una raccolta di racconti, frutto di alcune delle migliori energie della nuova narrativa italiana.

Una "maneggevole" pubblicazione, pensata per essere letta nella comodità del bagno.

Per ciascun racconto, è indicato il tempo previsto di lettura,

così da armonizzare esigenze fisiologiche e curiosità intellettuali!

martedì 9 settembre 2008

Waz (6)


Waz a volte viaggia nel tempo. Il passato lo assale, lo circonda, a volte lo strazia, a volte lo diverte. Ma non è mai un'esperienza priva di conseguenze emotive. Il tempo in un certo senso lo ossessiona. Ci sono zone nella sua memoria che stanno andando perdute o già lo sono,: persone che ha dimenticato e che all'improvviso riaffiorano come ombre. Un volto sfuocato, qualche leggero movimento su uno sfondo grigio, plumbeo. Si sente un po' male, perché è come se li avesse uccisi dentro di sé, anche se li ha soltanto sfiorati, in un tempo molto lontano e poco o niente in comune con loro c'era stato. In fondo la mente fa bene il suo lavoro di pulizia. Waz lo sa, ma sa anche che questo è un po' spietato e a volte, spesso, elimina degli innocenti. Vorrebbe scrivere un libro, con tutti i nomi dimenticati, i volti dimenticati, le vite sconosciute di tutta questa gente, un grande romanzo di memoria, storia e invenzione. Ma non ricorda, non sa più chi sono. Nessun romanzo è possibile senza personaggi e dunque la risma di cinquecento fogli bianchi davanti a Waz, contiene questo libro impossibile, col suo candido e denso contenuto di vite dissolte.

©francescorandazzo-2008


mercoledì 27 agosto 2008

Waz (5)


Waz fa rotolare un uovo sodo sul tavolo della cucina. Gira e ruota sbandando. Con un pennarello Waz disegna sul tavolo una specie di mappa, qualcosa che somiglia ad una pianta della città o addirittura del mondo. Linee rosse s'intersecano sul legno, secondo direzioni precise eppure prive di una logica assoluta. In cielo sarebbe impossibile tracciare un simile reticolato, anche perché sarebbe inutile. Waz non ha alcun bisogno di orientarsi fra le stelle, ma ha seri problemi a trovare la giusta direzione sulla terra. Finito di disegnare, fa la prova dell'uovo. “È un modello sperimentale, che esegue un esperimento ripetibile e quindi, se confermato dall'esperienza, vero e verificabile.”
Prende l'uovo e lo posa su un punto di partenza sulla mappa. Decide un punto d'arrivo in una linea retta. Posa un dito sul punto. Con l'altra mano fa rotolare l'uovo verso la meta. L'uovo ruota, gira, devia, ma non raggiunge il punto segnato. Waz ripete l'esperimento una decina di volte. Il risultato è sempre lo stesso. L'uovo non raggiunge mai il punto prefissato. Cambia il punto di partenza e d'arrivo e ripete la prova. Stessi risultati.
Cambia schema. Adesso il punto d'arrivo non è su una linea retta al punto di partenza, ma a zig zag o addirittura con una serie di linee rette e curve. Ripete l'esperimento. Tre volte su dieci l'uovo raggiunge la sua meta. Waz capisce che perché questo avvenga è necessario non lanciare mai l'uovo nella direzione verso la meta, ma sempre lateralmente o addirittura all'opposto. Non sa spiegarsi perché, ma funziona. Prova e ripete, tante volte, finché è certo che il risultato sia vero e verificabile.
Waz è stanco e soddisfatto, ma il risultato lo inquieta un po'.
Prende l'uovo e picchiandolo sul tavolo lo mette ritto al centro.
Finalmente un po' di pace.
Waz prende l'uovo, lo sguscia e lo mangia.
©francescorandazzo-2008


mercoledì 20 agosto 2008

Waz (4)

La valigia è aperta. Vuota e spalancata come una bocca che promette miracoli. Waz la guarda. Apre la bocca, la spalanca, tentando d'imitare l'espressione ottusa della valigia. Mette i piedi nel vano rigido, si siede, si acciambella lì dentro e con qualche difficoltà la chiude. Dall'interno riesce a fare scattare la chiusura. Si addormenta. Sogna di vivere su un tapis roulant, in un aeroporto internazionale. Gira sul nastro, senza che nessuno si accorga, come un bagaglio perduto. Dieci, cento, mille giri, mentre intorno si susseguono altre valigie e i viaggiatori le prendono, le caricano su carrelli stracolmi, vanno via. Waz, nella sua valigia, non vede nulla, ma sente il rollare leggero del nastro, il suono intermittente della spia che avvisa i viaggiatori, i tonfi dei bagagli che salgono dal fondo del magazzino e poi cadono sulla grande ellisse in movimento. Waz finge di essere felice, ma in realtà lì dentro non sta molto comodo e deve respirare piano perché non c'è molta aria. Quattordici giorni dopo, quando il cellulare squilla, Waz si sveglia di soprassalto e sussulta bruscamente, facendo riaprire la valigia. Risponde. Pronto? Sì, sono io. Sì, sì, proprio io. Tutto bene il viaggio, sì. Sono arrivato adesso. Sto al controllo bagagli, sì, va bene, domani ti chiamo. Sì, è stato un bel viaggio, sì, è durato poco purtroppo. Ma ho pensato molto, sai? A che? A niente in particolare e a tutto in generale. Sai come sono le vacanze, fai come ti pare, ti concentri sul culo delle turiste e salti su a pensare che se tutto al mondo era tondo a quel modo il suo teorema Pitagora col cazzo che lo formulava e poi ti ricordi che alle scuole medie il triangolo isoscele ti stava antipatico ma verso i sedici anni sognavi solo triangoli equilateri mentre studiavi l'antimateria e i buchi neri tanto per fare qualcosa che non stava nei programmi di studio ministeriali, nel frattempo la sabbia ti entra pure nelle orecchie, ti gratti e raschiandoti fino al timpano realizzi l'incontrovertibile verità che la musica dodecafonica è inascoltabile e che la sordità di Beethoven era un presagio del futuro assordante Novecento. Ma poi ti fai un bagno e te ne fotti, ché tanto ormai siamo nel XXI secolo. Esci dall'acqua e con un brivido realizzi che non vedrai il XXII. Per fortuna però le ferie sono finite e puoi tornare a lavorare, così non pensi più a tutte 'ste cazzate e torni ad essere normale. Vabbè, ci vediamo domani, dopo il lavoro. Ci beviamo una birra e ruttiamo come bestie. Ciao.
Waz butta il cellulare sopra il letto. Da un calcio alla valigia. Si butta sul letto anche lui.
Abbraccia il cuscino e gli sussurra: Meno male che non parto mai. Mentire è più divertente, quando torno. Agosto è il mese più cretino dell'anno.

©francescorandazzo - 2008


domenica 17 agosto 2008

Waz (3)

Waz non dorme. Sta in piedi al centro della stanza e guarda fisso la lampadina sul soffitto. Si gratta la natica destra. Il boxer fruscia come una pezza da spolvero. Spegne la luce e torna a guardare la lampadina. Pensa: - Questa è la notte, quando cerchi di vedere la luce e non c'è.
Dala finestra aperta entra un refolo di vento fresco che gli solletica i peli delle gambe. Waz riaccende la luce. Si affaccia alla finestra e guarda le finestre di fronte, nel tenue buio sussurra: - Perché non ho sonno? A che serve starmene così, sospeso tra l'essere e il non essere, in attesa di non so che, rompendomi le palle di me stesso?
Un gattaccio urla tentando d'abbrancarsi una gatta refrattaria. Ormoni felini accapigliati. Il malintenzionato scappa via. La gatta tutta inarcata e col pelo ritto, fa quattro salti isterici, poi si dilegua anche lei.
Waz ripassa mentalmente tutte le varie conformazioni di figa che ha visto nella sua vita. Allgemein. Quando ha finito, prova ad immaginare anche tutte quelle che non ha visto. Wunderbar. Si rammarica di non saper disegnare bene. Allora con gli occhi proietta sul muro di fronte tutte le sue immagini mentali. Fanno una bella luce, come un cinema notturno all'aperto. Monti di Venere carnosi, grandi, piccoli, ampi, stretti, morbidi, ispidi, e valli e colline nei rugiadosi dintorni, si susseguono tra dissolvenze incrociate e qualche effetto flou. Cuscinetti bruni, biondi, rossi, scarmigliati o pettinati, folti o radi. Labbra polpose o labbra strette, labbra che respirano serene o all'erta. Ognuna una sorpresa e una conferma. Leben. Ehrlichkeit.
E d'improvviso odore di pane caldo, profumo di brioche, un soffio d'aroma di caffè.
Waz chiude gli occhi.
Il giorno gli lambisce le palpebre come un fastidio ripetuto.


©francescorandazzo - 2008


giovedì 14 agosto 2008

Waz (2)

Waz sotto il sole, coperto dal suo cappellino floscio, cuoce e sulla guancia il trigemino s'infiamma, colpa dell'alveolite bastarda. Alla fermata del tram, aspetta. Beve cocacola ghiacciata. Fanculo, brucia ma almeno raffredda. Quando finalmente passa il tram, Waz decide di non prenderlo. Attraversa il binario, alla fermata opposta, andrà in un'altra direzione. Forse.
Decide di andare a piedi. Duecento metri avanti, fino a quella zona d'ombra dove un cassonetto dell'immondizia rigurgita rifiuti indifferenziati, puzzolenti come cani morti bolliti. Waz respira. Resiste. Respira ancora. Apre le braccia e inala, le chiude e sbuffa. Di più, di più, di più. Sta sudando come una cipolla marcia. Sta per crollare, ma continua e per darsi forza comincia a saltare. Salta, apre le braccia, inspira. Va giù, chiude le braccia, sbuffa.
Quando la pattuglia di polizia s'accosta lui non se n'accorge. Un poliziotto si sporge dal finestrino e gli chiede: - Cosa sta facendo davanti a quel cassonetto?
E Waz, continuando a saltare: - Quale cassonetto?
Il poliziotto storce la bocca: - Quello dietro di lei.
Waz, salta e gira, salta e gira: - Ah, quello. Non l'avevo visto.
Il poliziotto, comincia a sentire la puzza, quella del cassonetto e quella di Waz, zuppo di sudore: - Non avrà intenzione di frugare dentro al cassonetto, vero?
Waz, salta e ride: - Ma sta scherzando, fossi matto! Ho un sacco di soldi in banca, sa?
Il poliziotto si volta verso il collega e gli borbotta qualcosa, l'auto si muove. Mentre l'auto comincia a muoversi il poliziotto grida: - Stia attento a quello che fa! Potremmo arrestarla!
Waz salta e fa ciao con la mano.
Quando la pattuglia è lontana Waz si ferma. Aspetta ancora qualche secondo, l'auto svolta e scompare. Waz si fionda sul cassonetto, lo apre, fruga, acchiappa un sacchetto ben gonfio e scappa via. Veloce, veloce, corri, corri. Gli sembra di sentire una sirena. Uau uau uau uau uau! Uau che figata, pensa. Svolta per una traversa, nella mano stringe il sacchetto. Lo fa roteare. Lo lancia in alto, lo riprende. Lo lancia in alto, lo riprende. Al settimo lancio, sbaglia la presa e tutto si spiaccica in terra. Botto, schizzi, schifezze sparse. Waz guarda il marciapiede. Sembra un Pollock.
Waz abbaia ad un cagnolino che è spuntato dall'altra parte della strada. Il bastardino drizza le orecchie, oscilla la testina da un lato e dall'altro, poi s'avvicina guardingo a Waz. Il cane, la spazzatura, Waz. Il cane piscia sui rifiuti. Il polistirolo di un contenitore per carni fa: ptunk-ptunk-ptunk-ptunk-ptunk-nk-nk!
Quando ha finito il cane annusa un po' intorno, poi se ne va. Waz lo segue.

©francescorandazzo - 2008