Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

domenica 2 maggio 2010

Gualberto Alvino. Much ado about nothing

Paolo Sorrentino
Hanno tutti ragione
Feltrinelli, Milano 2010, pp. 319, € 18,00.



Il regista cinematografico Paolo Sorrentino (Le conseguenze dell’amore, Il divo) debutta in letteratura con un futile, logorroico, fluviale perfino nei Ringraziamenti, prevedibile sin dall’incipit, snervante sproloquio camuffato da romanzo di formazione, la cui stupefacente esilità strutturale e di pensiero (oro per il lettore medio, platino per i nostri editori) consente di condensare in un fiat la trama, se tale può definirsi un’insulsa sequela di bozzetti ispirati al cinema criminale e on the road suturati alla bell’e meglio.
Il narratore-protagonista Tony Pagoda, cantante napoletano «mediamente famoso», cocainomane, tombeur de femmes, rabbioso odiatore – per motivi imprecisati – di tutto e tutti (la donna moderna, i premi Nobel, la scuola, la popolazione mattutina, gli involucri di finta pelle, i docenti universitari, i musei civici di provincia dell’Italia centrale, i «dediti al sudore diffuso sotto l’ascella» [sic], gli psicanalisti, gli uomini in tuta, la solidarietà [ma «ho sbagliato: intendevo beneficenza» rettifica in un’intervista il consapevolissimo romanziere]), di punto in bianco e per motivi altrettanto indefiniti («dopo una vita fissata a terra col cemento, avverti […] che si sta abbattendo la fine di un periodo») mette un punto alla propria esistenza matta e sregolata – chissà perché, visto che essa «possiede la potenza, la linearità e la coerenza della vita del papa o di quella di un monaco tibetano» – e si trasferisce prima a Rio de Janeiro, poi a Manaus. Rompe i ponti con l’Italia; smette d’emblée di cantare e di drogarsi; stringe amicizia col salernitano Alberto Ratto, un mutilato rissoso e invincibile, poco meno che una bestia, il quale si dichiara il depositario assoluto di tutti i misteri del Belpaese (che, a suo dire, nascerebbero «perché noi [italiani] non ci abbiamo un cazzo da fare»), senza svelarne, manco a dirlo, uno che sia uno. Dopo diciott’anni di caldo asfissiante e tormentosi bacherozzi (uno dei quali spasseggia intontito in copertina), Tony riceve la visita di Fabio, imprenditore-parlamentare sbucato dal nulla, e accetta per una cifra astronomica di suonare a casa sua, in Corsica, alla festa di fine millennio (come sia possibile rammentarsi d’un cantante non celeberrimo dopo due decennî di silenzio e che senso abbia andarlo a cercare in capo al mondo quasi fosse l’ultima ugola disponibile, resta un enigma). Lascia con lui il Brasile e ne diventa il cantante personale per un mensile da capogiro. Lo segue a Roma, dove incontra Tonino Paziente, «procuratore di esseri umani femminili [perché non, semplicemente, donne non è dato sapere] destinati a distrarre l’imperatore Fabio dai suoi impegni miliardari [leggasi ‘impegni da miliardari’]», il quale gl’insegna il principio elementare in base a cui «prospera il benessere e il conto corrente»: dar ragione a chicchessia per non farsi inimicizie (donde il titolo).
Il tutto spruzzato di sgangherati filosociopsicologismi da trivio – frutti d’una improbabile ambizione saggistico-moralistica – e di indigesti stereotipi spacciati per diamanti di suprema saggezza («La distrazione. La massima invenzione dell’essere umano per continuare a tirare avanti. Per fingere di essere quello che non siamo», «In questa città se ne cadevano i palazzi e nessuno diceva niente, tanto qualche doppiopetto di buona volontà si metteva lì certosino e ci pensava lui a ricostruirli peggio di prima», «Tutto ciò che chiamano progresso continua a sembrare, solo a pochi, o forse solo a me, una fantastica, sconcertante delusione», «questa cazzo di vita […] dà un po’ di gioia e subito dopo te la toglie»).
Un universo piatto e monologico (tutti i personaggi parlano la medesima lingua del narratore e ne condividono in toto gli ideologemi), una blaterazione infinita, una filza di battutacce da variété di quart’ordine (le più, va da sé, sversatamente e vanamente turpiloquiali: «il brillantino che gli incula l’orecchio sinistro»), un grido a squarciagola incessante e insensato, una declamazione altrettanto insaziata che demenziale desolantemente priva di coscienza linguistica, nella quale più d’un gazzettiere in estro di parallelismi e consacrazioni ha ritenuto ravvisare, scomodando nientemeno che i gran nomi di Gadda e Céline, una straordinaria originalità di pensiero fomentata da una potenza espressiva al calor bianco capace di registrare la molteplicità del reale in tutte le sue sfumature.
Nessuna meraviglia: in un deserto, in questo deserto delle patrie lettere, anche una frasca arsa può parere un rigoglioso giardino.
In verità, nell’opera di Sorrentino il reale, lungi dall’essere complesso e prismatico, non è che un maldipinto fondale di cartapesta, e quanto al livello espressivo («Ho lavorato molto – asserisce l’Autore – sul napoletano di oggi, sul parlato piccolo-borghese che conserva la costruzione dialettale dentro un nuovo italiano») nessunissima sorpresa: trattasi del solito idioma di plastica ad alto tasso di mimetismo, il “neostandard” tipico della nostra narrativa di consumo, trapuntato d’improprietà («accadono degli spartiacque», «Che danni inenarrabili siamo stati in grado di eseguire»), arcaismi involontarî più o meno sontuosi («la guardo con la stessa guisa con la quale si guardano…», «tirar un sospiro di sollievo»), eccessi cromatici e metaforici che di umoristico hanno solo la pia intenzione («uno di quei brani che taglierebbe a pezzettini anche il cuore di un serial killer svedese», «gagliardo e pretenzioso come il pappagallo Portobello», «è partito in quarta come Niki Lauda», «più opportunista e tempestiva di Paolo Rossi sotto rete, mia moglie si presenta nella stanza», «chiaro come la Schweppes», «chiaro e lampante come la Ferrarelle», «ha detto col dolore che gli sta devastando il corpo come un eczema curato malissimo», «Semplice come la prima guerra mondiale»). Una lingua che si sbraccia ma non si muove, radamente irrorata di succhi regionalistici o francamente dialettali («a capa sotto», «sopra alla rivoluzione», «quanto è vero la madonna», «di nessuna maniera» ‘in nessun modo’, «quest’è» ‘tutto qua’, «me ne sono visto bene» ‘me la sono goduta’, stare per ‘essere’ — «papà sta stanco assai» —, cosce per ‘gambe’, tenere per ‘avere’, inversioni del tipo «sono stessi i napoletani»): chiazze di colore dislocate ad arte nella speranza – ahinoi assai ben fondata – di guadagnare l’ingresso nella società letteraria dalla porta principale.

Da "Le reti di Dedalus", maggio 2010 (http://www.retididedalus.it)

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