Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 27 maggio 2011

La cottura del pane - B. de Angelis

Trovarsi di fronte alla morte senza niente da dire a riguardo.

Trovarsi di fronte a dio senza domande da porre.

Quello che Bernardo de Angelis propone nel suo “La cottura del pane” è un viaggio che nella stessa capsula spaziotemporale tiene insieme materia e antimateria, umano e divino, anima e corpo, fede ed esperienza del divenire quotidiano.

C’è una nudità che cerca di spogliarsi ulteriormente, continuamente, che afferma ad alta voce quanto la purezza sia il traguardo di un percorso e non un temporaneo stato di grazia infantile.

C’è consapevolezza ma sono bagliori (come è giusto), meditazione che può essere turbata dalla visione di un seno, spirito che non dimentica la carne celebrando un’ascesi forzosa e forzata.

De Angelis non cerca la decontaminazione soggettiva, cerca la coniugazione universale tra cielo e terra trovandosi intrappolato nel mezzo, spesso con le spalle al muro, in una dimensione fluttuante che è il miglior terreno poetico per l’indagine della natura umana (e divina).

L’apparente semplicità del cuocere il pane nasconde un’energia enorme che si trasmette immediatamente come il calore del forno ai polpastrelli incauti e a tratti le pagine scottano, lasciano bolle da ustione nei pensieri che dalla notte dei tempi vorticano dentro ognuno di noi. De Angelis ha scelto di affrontarli con apocalittica pazienza, di usare i gesti come countodwn verso il grande giorno, di non finire sepolto dalla frenesia del mondo moderno e continuare il proprio cammino. Solitario, come altrimenti non potrebbe essere, anche se il prezzo da pagare è alto, altissimo, lasciando che tutto si perda meno il nome di dio.

Il nome di dio e la poesia.

Il picco di intensità mistica genera il picco di intensità artistica, e nascono versi senza titolo, come francescani scalzi e coperti dal saio di iuta.

Versi che pesano di una semplicità sconfortante e non lasciano scampo, non c’è modo di rifugiarsi in una pianura senza alberi però è possibile rendersi conto delle proporzioni di sé, ricalibrare l’ego in funzione del prossimo, del tutto e dell’assoluto.

Ma non è affatto semplice la relazione con dio, non si risolve in immanenza opposta a consunzione, è anzi pervasa di questioni e sensazioni che hanno necessità di essere rappresentate ai simili, senza intento didattico – “non so spiegarvelo il mondo”- bensì divulgativo. Non è previsto feedback, non ci sono dibattiti da aprire o ragioni da comporre, non ci sono neanche verità da scovare tra le righe, De Angelis (missionario idente) cammina sulle stesse strade che ogni giorno ci portano agli uffici, alle case, ai luoghi dello svago ma non partecipa al rinfresco, sa essere vuoto, rimanere all’interno della bolla che lo protegge e da cui può vedere “anche Cristi afferrare i polsi ai perduti”. La sua calma è affollatissima, brulica come un dipinto di Pollok tanto che la silloge appare come un unico grande mantra senza capo né coda –un rosario circolare- fondamentale per rimanere concentrato ed evitare le distrazioni, per non avere luogo stabile dove posare il capo quando un altro giorno finisce.

“Perché stanotte le ore erano quiete? Ho paura d’una pace ingiusta”.

Non c’è pausa nella ricerca, la quiete –anche un solo attimo- è mancanza di dialogo con dio, è paura di rimanere davvero solo, di trovarsi all’improvviso ad aver inseguito una chimera e bruciato un’esistenza.

È impaziente De Angelis, la sua poesia è un catalizzatore di eternità, un acceleratore della lievitazione che gonfia l’impasto fino alla tangenza celeste, mentre la vita terrestre scorre.

Lorenzo Pezzato

B. de Angelis -La cottura del pane, Lombar Key 2010

martedì 17 maggio 2011

Ricordi

Nascere
sudare nel pieno dell’agosto
sgusciare
pio pio fa il pulcino
rotta l’incorruttibile figura
architettonica ovale
angurie succose semi cosparsi sputati
Elvis dalle Hawaii canta via satellite
mondovisione rock scontri tra studenti
manganelli fasci falci lacrime lacrimogene
lacrime di neo-nato contrappunto nel duetto
patria vita- vita privata.
***
Di asfalto alcuna traccia
via secondaria ghiaiosa
e piazzetta divoratrice di ginocchia carnose
e le rose del vicino
furti conclamati eseguiti ad arte
dai passanti e ripassanti
stupri spinosi consentiti dalla legge personale
dell’orgoglioso lui le cui falangi verdi.
Contorni ingialliti
Alfasud grigia
punta al garage.
***
Spasmi
coda caduta
fuggitiva lucertola infrattata
mattoni più edera invincibile rifugio
ombra corre sulla meridiana
la tana assediata
pargoli primitivi appiccano
fuochi fumosi
finché voci materne
sopra il grido delle rondini
rintoccano per cena.
Sciamare (ronzando).
***
Dieci metri di cemento
armato fino ai denti
torcicollo con vertigine
(schianto di motorino in un tempo dimenticato)
beata vergine rinchiusa cla-usura
con-vento il mondo fuori
il mondo dentro
specchi asimmetrici divisi da muro grigio
intervalli regolari di curiosità reciproche
quotidie sulle vie del gioco o dello studio
un pensiero rimane intrappolato
come attirato da marzapane.
***
Pi greco per raggio al quadrato
formula del campo da gioco
selciato ruvido
sferici scacchi in cuoio
prede per lo squartatore
(qualcuno deve avergli rubato l’infanzia)
poco spazio massimo cinque per squadra
scoperta la prepotenza
dei grandi –ma il pallone è mio!-
ammesso il sopruso malizioso suggerimento
sul di lì in avanti.
***
Spunta dal fienile
muso di fusoliera propaggine puntuta
bombardante fuori uso
già intuisce col grigio pescecane
future brandite secessioni
lo stringere bulloni
basta attrezzi agricoli
saltare tra i covoni
toglie serietà alla situazione
pericolo latente si racconta
il contado graduato
spari a sale grosso.
***
Numeri in colonna
somme microscopiche
tracce di passaggi rapporti
fiduciari baratto a credito
nelle botteghe
madre infuriata alla resa
dei conti so-spesi
ghiaccioli di menta dolciumi
al pezzo al piccolo prezzo
nello scartoccio come il pomeriggio
in pugno.
***
Senza macchia o paura
prode in armatura scintillante
auto parcheggiate in fila
sputano fiamme mostrano
zanne corna corpi squamosi
Pirelli con artigli
emettono versi infernali
giù la visiera sguainata la spada
legno mutato in acciaio
prodigio del mago di corte
solco stridulo altezza mezza portiera
corsa a perdifiato
peccato
dal balcone del castello
alla scena assiste lo sgherro
nobiluomini piangono creature sfregiate
calcolano il danno.
Il prode ritira in ripostiglio.
***
Uomo con pipa
scolpito su ciocco
vicino al camino
consunta compagnia
nella vacanza in montagna
consueta
lo slittino pendii al parco giochi
frutti di bosco man-giati a man-ciate
le marmellate nei krapfen.
Si(gn)ora Rita –mia cara- sei ancora quella?
Di quando cento chilometri non viaggio ma avventura?
***
“Quattro in buca
tentando senza schiocco”
la partita si fa tesa
rotola una biglia
radici foglia secca una formica
la speranza vincere rincasare
con sacchetto gonfio (nichelino in osso preziosissimo)
pollice e indice del trionfo
baruffe partoriscono sfide
platani frondosi ombreggiano.
***
Cresce la città
orizzonti escono dai portici
del centro quadricipiti a pedali
motorizzano interessi oltre il videogioco
quadrupedi saltano ostacoli
circolo equestre scoppia di belmondo
profumato di grasso per finimenti
attenti i piccoli cani
a non sporcarsi di sterco.
Nel rettangolo alfabetico
l’isterico colonnello sorretto a stampella
grida regole del dressage.
***
Pioggia nel pineto
mentre cielo sereno ripara
con tiepido sipario oscuro
la prima Ermione
che inaspettato bacio silvestre
regala regola lingua
sussume esperienza (invece prima)
battesimo con saliva
di sfuggita palmo cinge seno
zaino Invicta cuori a pennarello
cestino bicicletta pupazzetti pendenti
delizioso odore di erba tagliata
fuori dal resto.
***
Pellicola corrotta
luce bianca dal proiettore
parete torna parete
scompare ogni immagine
dall’avanzare nel tempo-roulant
prodigo l’enfant
vorrebbe tornare tra braccia
il cambio di scorta nella borsa rossa
Fissan in pasta a incollare ricordi
quei pochi. Che poi per gli altri
sono nulla.

(Lorenzo Pezzato - 2011)

giovedì 28 aprile 2011

Ad un palmo dal naso

Sei mesi –forse più- di vicinato
addirittura dirimpetto sullo stesso
pianerottolo stesso civico
barra uno e barra due identico
numero di appartamento,
ma si sono sempre cortesemente ignorate
al massimo salutate per le scale
o davanti al cancello arrugginito
agli scheletri dei campanelli
dei motorini che qualcuno ha smontato
rubati davanti alle scuole rivenduti
a pezzi dai tossici per comprarsi la dose.

Una vera e propria ragione
per quel loro atteggiamento
non c’è, è più una sensazione
epidermica la classica antipatia
spontanea senza fondamenta
assolutamente niente di personale
basta continuare a ignorarsi.

L’unica spiegazione plausibile
l’intenzione di stare fuori dai guai
che non mancano mai in un palazzo
come quello, basta cercarseli
e spuntano da ogni parte
tra puttane, spacciatori e immigrati
clandestini un semplice ciao il voler essere
carini si può trasformare in iattura
nell’inizio di una brutta avventura
perciò meglio evitare non peggiorare
una situazione già difficile
a dir poco e dirne bene.

Per Annah le due stanze
fetide dove adesso abita
sono state la salvezza una schifezza
–è vero- neanche i topi ci fanno la tana
e quant’è lontana l’idea
di una casa accogliente
le sembra che una marea improvvisa
abbia spazzato via tutto
come lo tsunami in Indonesia
il mare che ribolle rabbioso
di schiuma e si innalza
minaccioso per infrangersi
con cattiveria sulla costa.

Era felice quel giorno
prima della tragedia inaspettata
era stata dal ginecologo
del consultorio "lei è incinta
signora" e quella parola
suonava bene come il risultato
di una partita vinta
ma la vita è starna bastarda
a volte e si ti è toccata la sorte
di avere un uomo frustrato
alcolizzato col cervello imbottito
di calcio di eventi sportivi
non puoi sapere come possa reagire.

Potrebbe finire male infatti
quell’animale l’aveva picchiata
a sangue schiaffoni sulle guance
un occhio tumefatto il naso rotto
"puttana!" le aveva detto
"già mantengo te, che dovrei fare?"
ed era finita in strada
in un attimo senza sapere
dove andare nessun parente
da chiamare sola come un cane
anzi no, con un futuro
figlio cui badare.

Qualche sera prima al telegiornale
aveva sentito dire che molti
immigrati irregolari senza soldi
senza lavoro occupavano case
poco dignitose ma l’unica soluzione
per molti di loro e ora
anche per lei. E pensare
che c’aveva creduto ad Antonio
credeva che l’avrebbe sposato
che tutto si sarebbe sistemato quanto prima
con l’arrivo di un figlio –magari
una bambina- e del permesso
di soggiorno un sogno
diventato realtà.
Forse un’altra volta però.

C’era voluto tanto coraggio
ad andare da sola in quel posto
dove un’ora era troppo
lunga da passar per qualunque
persona normale sana di mente
ma quando non hai niente
non hai nemmeno la possibilità
di scegliere, al massimo
se vivere o morire rimane
nella tua disponibilità.
Se prima non ci pensa qualcun altro.

Francesca invece abita lì
da tempo è tutto quello che sa
di lei oltre al fatto che ogni tanto
passa qualche giorno dentro
per reati minori comunque
non ha per niente l’aria
di una che fa male alla gente.
Forse ha trentacinque anni
e per la metà si è bucata
la faccia segnata da rughe
profonde –soprattutto sulla fronte-
come fosse sempre crucciata
o lo fosse sempre stata
e la pelle sembra bruciata dal sole
che non sapresti dire se è una giovane
vecchia o una vecchia giovane
ma guardando con attenzione
in quelle rughe le sofferenze
le conti una per una.

Ha le mani tatuate Francesca
pareti affrescate cadenti
con pollice opponibile
ricoperte di motivi floreali
come quelli che le orientali
fanno con l’henné solo
sbiaditi slavati squagliati
dallo stesso sole dalla luce
forte che ha segnato la fronte.
Sono due donne diverse
Annah e Francesca allo stesso modo
perse nei vicoli di una metropoli
indifferente ma l’affinità
non va oltre, magari per questo
non si piacciono.

Poi una notte verso le due
con anticipo sul programma
si erano rotte le acque
il caldo tra le cosce
il materasso inzuppato
e il fiato veloce a rischio
iperventilazione, la voce
che manca in gola realizzare
di essere sola in un condominio
fatiscente un anonimo
inquilino abusivo, una partoriente
nel posto sbagliato al momento
sbagliato la paura non per sé
per la creatura senza colpe
che porta in grembo.

Tra quelle quattro mura
ammuffite giallastre le finestre
oscurate con la carta del giornale
la tensione sale, difficile
qualcuno possa sentirla gridare
aiuto in un italiano accentato
da paesi dell’est Europa
un’invocazione a qualche anima
buona nei paraggi.

Francesca è stesa a letto
ancora sveglia fissa il soffitto
pensieri in fila come auto
al casello autostradale
accalcate accodate, sente gridare
distingue una voce femminile
chiedere aiuto, viene dal pianerottolo
dal cassetto prende la pila
senza pensarci un attimo
si precipita fuori i rumori
vengono dall’appartamento di fronte
un calcio ben piazzato e la porta
è aperta stravolta sul materasso Annah
tiene lo sguardo fisso su di lei
gli occhi sbarrati "sto per partorire"
e non riesce a dire altro.

Silenzio per un attimo
Francesca si guarda attorno
"ce l’hai un telefono?"
Nessun telefono nessuna auto
con cui andare all’ospedale
ormai è tardi per pensare
sapere cosa fare sarebbe utile
ma arrangiarsi è l’unica soluzione
la situazione precipita
la natura non aspetta l’ignoranza
degli umani non rispetta la paura
o l’inesperienza.

Interminabili minuti infiniti
vissuti un secondo dopo l’altro
scanditi dalla goccia regolare
dal rubinetto che perde che tiene
il ritmo della respirazione
le spinte le carezze il sudore
le tenerezze gli sguardi dolci
la complicità profonda
anche se nata tardi come
una verità tenuta segreta.

Tra un mare di lattine di birra
vuote uniche amiche
viene al mondo Giulia
la loro Giulia dal faccino
rotondo rubicondo si direbbe
se una delle due conoscesse
il significato della parola,
sottopeso piange a squarciagola
tra le mani candide di Francesca
tatuate sozze masticate
ma sante.

Francesca si alza dal pavimento
ogni movimento calcolato
come avesse tra le braccia
bucate l’oggetto più prezioso
delicato dell’universo intero
un vaso di cristallo tanto fine
da rompersi solo a guardarlo
di traverso.
In una nuvola di felicità
indescrivibile si trovano vicine
bocca a bocca non parlano
quel bacio racconta tutto
un reciproco download di sensazioni
un fuoco che le scotta entrambe
contemporaneamente.

Uscendo ha detto sarebbe tornata
presto Francesca ignorata
vicina lontana una manciata
di metri chilometri in verità
annullati in una frazione di secondo
da un’emozione gigantesca.
È uscita Francesca
per cercare aiuto per chiamare
un’ambulanza e l’ha lasciata lì
estasiata di punto in bianco
innamorata di due donne.

Lorenzo Pezzato - 2011

domenica 24 aprile 2011

L'agnello morto nel frigo



Vado a cuocere l'agnello
L'agnello morto nel frigo
stecchito a marinare
Adesso lo risveglio
sopra la fiamma blu
gli faccio risorgere
il gusto e l'odore
Ah attizzarsi la bestia
cucinando di notte
È il bello d'essere
uomini feroci
dentro un pacato
quotidiano vivere
e cercare nella morte
una possibilità di riscatto
cucinato a dovere
E poi mordere Mordere
Masticare Ingoiare
Assimilare simili
Trasumanar per terga

Confiteor
Agnus Dei
Miserere nobis
Alleluja

©francescorandazzo2011



Splash qua



Passare dall'altra parte
tornare indietro sempre
Spalancare le acque alte
e correre sul fondo duro
Attraversare attraversare
Verso dove Verso chi
Lanciarsi senza farsi male
Ferisci e sana Ferisci e sana
Piove sulle campane elettriche
Mezzanotte che libera e sorge
senza sole né consolazione
All'alba dormirò nel mio buio
Rimbalzo rimbalzo sulla terra
sempre più in alto in alto alto
Sono una palla Sono una palla
Sono una palla Sono una palla
E se fossi un budino    Splash


©francescorandazzo2011



 

giovedì 21 aprile 2011

Davvero

Nessuna rivelazione è utile
Nè le grandi parole svuotate
Né l'idiozia di credere sempre
in un luminoso avvenire
Piiccole verità che accadono
sotto la lingua misteriosa
I tocchi brevi sulla pelle
Il fumo esalato in calma
Occhi regalati ogni giorno
e una stanchezza buona
come una coperta soffice
Il mormorio e l'aroma di caffè
La giovane sorpresa dell'acqua
La mano avvinta dai tuoi capelli
E scivolare insieme nei giorni
sudando respiri incoscienti
Dire tutto pensando a niente
Non ringraziare e non scusarsi
Attentamente scorrere attimi
Questo mi è utile Davvero

©francescorandazzo2011



martedì 12 aprile 2011

Istanti così



Tendeva verso l'alto
con la mano alzata
come se un palloncino
lo tirasse in su

Senza sforzo
sorrideva
sotto il sole
un po' sudava

Poi in un soffio
d'aprile caldo
volò via

Salutando
una rondine
disse addio
all'inverno

In primavera
pensò
accadono
istanti così

©francescorandazzo2011



sabato 9 aprile 2011

"Pagelle" di Antonio Pizzuto, a cura di Gualberto Alvino


di Filippo Secchieri



All’impresa di leggere Pizzuto — ché tale perlopiù si configura l’accesso alla sua pagina letteraria — Alvino ha dedicato, nel corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la munitissima edizione di Pagelle che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana tra un pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio, incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole, un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene alla fase della «sintassi nominale» o tout court «narrativa», se possibile ancor più catafratta delle precedenti, che informa la produzione estrema dell’ex-questore palermitano; così, tra i brani meno impegnativi, càpita ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro): «Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e squattrinato in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a abbaini, fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro – il sostantivo di cui si asserisce la mancanza – che non può non lasciare interdetti e sul quale torneremo. In origine le Pagelle apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese (qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in maggior considerazione nell’apparato). Già l’intromissione, nelle rispettive principes, di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con favore la nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri documenti (dagli apografi autoriali di 37 Pagelle inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni gruppi di pagelle). Ma, naturalmente, c’è di più. L’esame degli autografi, spesso tormentati al limite dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito di ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha altresì fornito un importante spaccato del laboratorio pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle. Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî, annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in effetti inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio introduttivo (Fragments à réassembler) e la Nota al testo che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri adottati, Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia riservata alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica. A seguire viene ristampato, come dalla princeps del ‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle, mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più di un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni così concepite; a richiederla è infatti l’oggetto stesso nella sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile densità. Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie, «non c’è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l’universo». Ed è una presupposizione di complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la cui oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle estreme conseguenze le virtualità del sistema linguistico non – o non solo – a scopi comunicativi, bensì d’instaurazione di mondi» (Fragments, p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita la potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei mondi linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di punti d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente. All’auspicio della sua esistenza l’autore fa esplicito appello nella pagella proemiale – Lettura – come a una desiderata controparte verso la quale «protendere ancor poco la mano» (p. 71) affinché abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana caro a Pizzuto, quella contuizione che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al riassuntivo glossario) si apprenderà che l’altrimenti enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante è un neologismo coniato sul «jordan» dell’Henry IV di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus: che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è sprovvista anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano ogni pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale (esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova che «l’ultimo Pizzuto stampato nudo è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché il suo scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments, p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica di Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.

[Da «Oblio (Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca)», a. I (2011), n. 1, pp. 304-305]