Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

mercoledì 6 ottobre 2021

Discorsi da Nobel: Grazia Deledda

 




Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.

Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruì una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.

Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.



Grazia Deledda

Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura (1926/27)

martedì 5 ottobre 2021

Quinta dimensione, scrittura e fruizione nella realtà parallela.

 




Quinta dimensione, scrittura e fruizione nella realtà parallela.


I due più bei twitt che io conosca sono stati scritti decenni prima l'avvento di Internet e di Twitter. "Mi illumino di immenso." E anche: "Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera." Naturalmente né Ungaretti né Quasimodo avrebbero mai sospettato di far parte dei cinguettanti comunicatori contemporanei. Possiamo immaginare, con un sorriso sulle labbra, il vecchio Ungaretti seduto sulla sua sedia mentre Pasolini lo intervista, interrompere per un attimo il collega, estrarre uno smartphone e cinguettare una delle sue brevissime ma profondissime poesie, condividendole con migliaia di followers e subito dopo riprendere la conversazione. Oppure, immaginare Quasimodo amministratore di un gruppo su Facebook dedicato alla città di Tindari. Il gioco potrebbe continuare. Leopardi, per esempio, sarebbe morto su Second Life, nello scandaloso postribolo "La Ginestra" dove realizzava ben altre fantasie da quelle poetiche: probabilmente ce lo saremmo perso come poeta. Dante, avrebbe vissuto il suo esilio nella Silicon Valley, realizzando il più impattante e avvincente videogame di tutti i tempi: "Hell vs Paradise"! E così via.
Si tratta naturalmente di boutades, ma i paradossi possono essere usati per rendere chiara la determinazione di una realtà attuale che si avvale di una (o più) dimensione nuova. La quinta dimensione del web, che amplifica, si irradia, permea e viene agita come un'estensione del mondo, nel mondo. Il web, come esattamente scrive Antonio Spadaro, non è una tecnologia, ma un ambiente. Assolutamente vero, e da qui bisogna partire per qualsiasi ragionamento, anche critico su di esso. Qualunque ambiente è buono o cattivo, a seconda di chi lo abita e di come vi agisce. Siamo noi a determinarlo.

La critica maggiore (e il rifiuto conseguente) al web è quella che lo vorrebbe opposto e in contraddizione con la realtà. Oppure lo si riduce ad una opposizione tra tecnologia, vista come un mostro freddo e alienante, e l'umanità del mondo reale. Il web fa paura. Ci si dimentica che è l'umanità ad abitarlo.

Bisognerebbe piuttosto interrogarsi e ricercare, non soltanto in modo passivo, come e cosa possiamo produrre, sperimentare, creare, comunicare grazie e attraverso il web.

Cosa può significare l'esperienza del multitasking, la ricettività reticolare, la sinestesia continua che ormai è comune, anche se ci ostiniamo a negarla, ma ne siamo comunque coinvolti? Non è forse una amplificazione delle nostre possibilità, qualcosa che scardina l'orizzontalità monotematica del pensiero strutturato? Certo, spiazzante, ma guardiamo come per i giovani sia invece semplice, persino naturale. Non è che, come spesso si sente dire, anche qui, che i giovani sono distratti e la tecnologia li rende ancor più tali. È forse più vero e giusto dire che tutti i giovani, di tutti i tempi, sono distratti e, come in ogni tempo accade, sono gli adulti che devono aiutarli a concentrarsi e dare contenuti stimolanti a questa richiesta di concentrazione. Ma per farlo oggi, dobbiamo far nostri  linguaggi e strutture che non sono più quelli con i quali, noi, nativi non digitali, siamo cresciuti e ci siamo strutturati. Mentre i giovani ne sono naturali fruitori. Ed è quindi a noi richiesta non una negazione ma uno sforzo e la presa di coscienza di una responsabilità, che non possiamo ignorare, a rischio di lasciare vuoto ciò che può e deve essere riempito di valori ed azioni positive.

Le possibilità educative che il web offre sono immense. Quelle creative, straordinarie. Ed è sciocco, persino malfidato, dire che se ne può fare a meno. Ci sono, continueranno ad esserci, fino a qualche altra rivoluzione tecno-antropologica. Possiamo chiudere gli occhi e restare pietre inerti, tronfi della nostra dura sostanza o impegnarci a dare sostanza e valore al fluire, apparentemente indistinto e caotico del web. Sforzarci quantomeno di farlo. Questo secondo me è un valore etico e morale imprescindibile al giorno d'oggi.

Bisogna apprendere per insegnare. Essere mobili e modificabili per muovere e modificare.


Il sommo bene è come l'acqua:
l'acqua ben giova alle creature e non contende...
...
Nulla al mondo è più molle e più debole dell'acqua
eppur nell'abradere ciò che è duro e forte
nessuno riesce a superarla,
nell'uso nulla può cambiarla.
La debolezza vince la forza,
la mollezza vince la durezza:
al mondo non v'è nessuno che non lo sappia,
ma nessuno v'è che sia capace di attuarlo.
Per questo il santo dice:
chi prende su di sé le sozzure del regno
è signore dell'altare della terra e dei grani,
chi prende su di sé i mali del regno
è sovrano del mondo.
Un detto esatto che appare contraddittorio
(Tao-te-ching)



Ed è infatti il mare del web fluido e mobile. Le nuvole che ne nascono sono gravide di quel che l'acqua contiene, sta a noi immettere ciò che di buono ce ne tornerà.


Chi scrive (e chi legge), trova nel web una serie di opportunità e offerte d'espressione, creatività e condivisione, che se di per sé non sono risolutive, in quanto devono necessariamente essere riempite di contenuti e presuppongono una continua formazione che le modificazioni d'uso che il web propone continuamente, ma sono oramai imprescindibili.

Per concludere, nel web si scoprono nuovi linguaggi, ne muoiono altri, ma, per esempio vorrei notare che la tanto bistrattata concisione richiesta dal tempo medio di lettura di un utente nel web, ha portato ad un benefico proliferare ed un crescente interesse verso la poesia. Se rimane pur vero che il lettore accorto dovrà separare il grano dal loglio (come sempre d'altronde), al di là di un certo velleitarismo poetico nazionale, nel web si trovano le migliori opportunità di lettura  per chi vuol fruirne o di proposta poetica per gli autori. Di fronte al fatto che la poesia editorialmente non vende, nel web (gratuitamente) è fruita in numeri inimmaginabili nel cartaceo (certo in proporzioni di numeri sempre piccoli in assoluto ma esponenziali nello specifico).

Da questo proliferare si sono venute sviluppando, per esempio, modalità poetiche, quali la video poesia, che pur giungendo dagli anni "70, hanno trovato nel web possibilità ed esiti sempre più interessanti e di qualità.

Abitare lo spazio virtuale, rendersi conto che ci si muove e ci si esprime, si comunica e condivide, attraverso qualcosa che se pur impalpabile, ha una sua corrispondenza e una connessione continua con l'umano, agire di uomini per altri uomini, attraverso una dimensione sterminata di compresenza spaziale, temporale e persino ontologica, inimmaginabile fino a trent'anni fa. Ma che oggi esiste quale normalità con la quale dobbiamo volenti o nolenti confrontarci. Astenersene o rifiutarla sarebbe inutile, ostinatamente sciocco ma soprattutto renderebbe certo che proprio ciò che di negativo giustamente critichiamo prevalga. Dobbiamo esserci. Il resto - come diceva Amleto - è silenzio.

Francesco Randazzo

lunedì 4 ottobre 2021

La Malaeredità di Maribella Piana


 

La Malaeredità

romanzo di Maribella Piana

Armando Curcio Editore

2020


Ogni vita è segnata da un destino, lo sappiamo da millenni che il Fato è persino superiore agli Dei, agisce per vie imperscrutabili e impossibili da evitare. Ma è più forte l’illusione di potenza della nostra volontà, la pervicace ostinazione di alcuni che pretendono di ribaltare l’esito della propria esistenza, compiendo atti di sublime e scellerata disubbidienza, dipende dai punti di vista. I più si adattano, non ci pensano nemmeno, seguono il solco già tracciato, attraversano la vita come un treno che scorre sui binari già tracciati, serenamente o stolidamente, dipende dai punti di vista.

Molte storie sono state scritte e ci raccontano ancora questa consapevolezza vissuta come contrasto e lotta, come hybris inevitabile, sconcertante, anche se illusoria: Edipo, Medea, Lady Macbeth, Amleto, Madame Bovary, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Malavoglia, Il Gattopardo, per citarne alcuni non a caso. La letteratura si plasma continuamente in grandi narrazioni che ci avvincono, rendendoci partecipi e per immedesimazione protagonisti di questa eterna lotta degli esseri umani contro il destino.

Così adesso, ci cattura e coinvolge l’ultimo romanzo di Maribella Piana, dall’inquietante titolo “La malaeredità”, che già prelude a vite e destini segnati da una sorta di tragico fato familiare. La piccola e inquieta protagonista, giovane nobildonna data in sposa per interesse e senza amore a un nobilotto insignificante e disinteressato per educazione e consuetudine al sentimento, sembra predestinata ad una vita segnata, privilegiata per censo e status sociale, ma già scritta nel grigio libro delle esistenze accondiscendenti a norme e regole condivise e protette, perché l’ordine civile resti quel che è, con l’illusione che sia per sempre e sia perfettamente compiuto. Ignara di quasi tutto, del mondo, della società, della vita, della storia, quasi inconsapevolmente, Concettina, tenta disperatamente di vivere una vita degna d’essere vissuta, come molte eroine romantiche cerca e brama l’amore, vibra e palpita per qualcosa che è, anche per lei, soprattutto l’empito romanzesco dei libri che legge, il turbamento pericoloso che nel suo corpo vibra. In un epoca, quella della fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Sicilia gattopardesca, dominata da regole di cattolicissima ipocrisia e forgiata in un maschilismo quasi onnipotente, questa giovane eroina muove la sua personale guerra contro ogni consuetudine e condiscendenza, ama per scelta, tradisce, fugge, rompe ogni legame con quel mondo dorato e protetto di cui faceva parte e, persino perdendo l’affetto e la vicinanza dei figli legittimi, precipita in un’oscurità insidiosa che le darà sì l’amore tanto voluto, ma anche la cancellerà, come un errore da dimenticare, da tutta quella società imbalsamata e intrecciata di connivenze, le cui regole ha osato infrangere. L’amante, non sarà poi molto diverso dal marito, perché mai abbandonerà la moglie cui per convenienza è legato. Concettina vivrà in una sorta di limbo, nell’illusione di un amore che la anima, ma che la relega ai margini, madre di figli illegittimi che sono quasi ombre di colpa e madre di figli che la rinnegano pur sentendo un inevitabile afflato filiale, che sentono tradito e si distaccano, tra nostalgie e risentimento. Tutti porteranno con sé, nella loro esistenza, i segni di quella “malaeredità” della madre che sfidando il destino, ne rafforzerà e amplierà gli effetti per sé e per la sua discendenza. Fino all’oblio, che il tempo e la cancellazione segnarono. Maribella Piana, che della protagonista è una discendente, compie in quest’opera, la sua più matura e profonda, una “queste” che è sia un risarcimento a questa straordinaria donna che fu la sua bisavola, ma anche e soprattutto una coinvolgente narrazione letteraria di vite e destini perduti, grazie a questo romanzo, non inutilmente. Lo specchio della letteratura riflette con commovente forza e struggente nostalgia, lo straordinario affresco della vita di una giovane che osò sfidare il mondo, il destino già scritto, e vinse e perse al medesimo tempo.

Francesco Randazzo




domenica 3 ottobre 2021

Sumeri del terzo millennio

 



L'odore dei libri è meraviglioso. La consistenza della pagina un'esperienza sensoriale magnifica. Le copertine seducenti ammiccamenti. Di questo sono convinto anch'io. Amo i libri, da sempre. Nel corso del tempo ne ho accumulati quattromila o giù di lì. Una casa senza libri per me è vuota, e non lo nego, mi ispira il sospetto dell'ignoranza. La mia casa l'ho anche scelta proprio pensando allo spazio per loro, c'era. Or non c'è più. Gioie e dolori del bibliofilo. Ci sono anche controindicazioni. I libri pesano, pesano molto. I libri occupano spazio, parecchio. Si accumulano e invadono ogni spazio libero. Vanno in seconda fila, in terza. Finiscono negli scatoloni, nei magazzini, nei garage. Se viaggi spesso, come faccio io, per lavoro o vacanza e vuoi portarti da leggere, studiare, etc. ti sobbarchi chili e chili di soma al costo degli esosi sovrapprezzi che le compagnie aeree esigono o di lombalgie e colpi della strega che con l'età diventano croniche ernie discali.

Così, ad un certo momento, sei mesi fa, ho comprato un ebook reader. La parola è un po' scostante, poco attraente, bisogna ammetterlo; d'altra parte "lettore di libri elettronici" fa passare la voglia di leggere mentre lo pronunci. Ciononostante l'ho comprato. Al prezzo di circa sei/sette libri di fascia media.

È una tavoletta. Tipo quelle dell'antichità. Non è un tablet. È una tavoletta priva di luce. Si ricopre di lettere, frasi, narrazioni, rotoli, papiri, libri insomma. Per leggere si ha bisogno di una luce esterna, esattamente come per un libro cartaceo. Non si stanca minimamente la vista. Pesa pochissimo. "Infinite Jest", per esempio, lo si legge reggendolo con una mano. Lo Zanichelli, idem.

La magica tavoletta sumera può contenere migliaia di libri. Li si porta appresso e pesano sempre soltanto quanto la tavoletta (duecento grammi circa). Sono sempre disponibili, si possono sottolineare, ogni libro si ricorda a che pagina eri l'ultima volta che l'hai aperto, se non sai il significato di una parola (o vuoi tradurne una straniera) si va sopra col cursore e si apre una nota del dizionario che spiega tutto. Non è poco.

Se voglio comprare un libro, vado on line con il wifi e in pochi minuti ce l'ho già dentro la tavoletta. E costano meno, non tanto meno quanto potrebbero, secondo me, comunque di meno, mediamente il trenta per cento. Ma in rete si trovano migliaia di titoli, i classici per esempio, gratuitamente. Ci sono anche dei siti di sharing tra lettori. Insomma questo per dire che anche economicamente conviene. E il costo per l'acquisto della tavoletta si ammortizza velocemente.

Come un Sumero o un antico romano, ormai vado in giro ovunque con la mia tavoletta. Leggo saporitamente. Molto, come al solito. Forse anche di più.

L'odore dei libri mi circonda ugualmente, visto che la mia casa ne è piena, ma quest'arte antica della tavoletta sumera, è molto, molto pratica e utile, ha persino un suo fascino tenere in mano quest'antenato del libro che sfrutta la tecnologia più avanzata per un piacere antico, sempre attuale: leggere.

I miei libri non sono invidiosi. Anzi, si sentono degli eletti, perché grazie alla tavoletta, sanno che per occupare spazio negli scaffali, se lo devono meritare. Stanno là, difatti, e ogni tanto qualche altro li raggiunge, per merito ovviamente.

Ogni tanto mi viene persino voglia di avvolgermi in un lenzuolo a mò di toga e con la tavoletta in mano, immortalarmi in un autoscatto (con la camera diglitale, ovviamente), stile Seneca, va'. Ma questi sono ghiribizzi strambi. Leggere è una cosa seria. E divertente. As do you like it.

Eh, sì, lo so che Seneca coi sumeri non c'entra niente, ma un costume da sumero dove lo trovo?

Ah, sì, lo so, le tavolette sumere pesavano un accidente, peggio dei libri... Ma pensate che se i Sumeri avessero avuto la tecnologia che abbiamo oggi non l'avrebbero usata?





©francescorandazzo

sabato 2 ottobre 2021

Elogio dell'errore

 



"Il senso di colpa è il segnale dinamico di un’elaborazione tra quelli che Freud chiamava l’io attuale e l’io ideale. L’errore in questo modo non è più valutato dall’esterno ma è oggetto di una autovalutazione."

In una società che ci vuole sempre perfetti, diventa ogni giorno più importante tornare a comprendere la valenza di uno sbaglio e la sua portata all'interno del cammino di formazione di ciascun individuo. Vittorino Andreoli e Giancarlo Provasi si confrontano sul significato psicologico e sociale dell'errore: le motivazioni da cui scaturisce, gli effetti che produce, la percezione che se ne ha, il contesto sociale in cui si verifica, la ragione e la volontà implicate. Come si valuta uno sbaglio e quali sono quelli più gravi? Di una scelta errata si devono giudicare anche le intenzioni o semplicemente gli effetti? E cosa ha più peso, le conseguenze immediate o quelle a lungo termine? Due voci e due approcci differenti che insieme tracciano un ritratto a tutto tondo dell'essere umano colto nel suo agire quotidiano, nella dimensione privata così come in quella sociale. Un dialogo stimolante costruttivo, un'intensa riflessione sulla vera natura dell'uomo e sulla sua irripetibile fragilità.


Presentazione video su Rai Cultura: clicca qui.

Scheda del libro su IBS: clicca qui.


venerdì 1 ottobre 2021

Della pietra e della fionda





 Quanto poco la pace sia un sentimento o meglio un’aspirazione universale, ce lo dimostrano le innumerevoli morti che ogni giorno affollano i media e i social network. Alle guerre reali si sovrappongono quelle dei commenti, feroci e divisi, che si leggono su Facebook o su Twitter, o le orribili conte delle vittime per servire lo stato di vittima piuttosto che di aggressore. Una catena lunga e infernale, aberrante. Palestinesi, israeliani, siriani, libici, irakeni, americani, ucraini, russi, coreani, etc, etc. La ridda di ragioni per uccidersi assaltando o uccidere per non essere assaltati è infinita e senza soluzione. Quel che più colpisce è lo scandalo ipocrita che provoca tra noi, quel sentirsi minacciati e dover abbracciare sempre una spiegazione perché si debba sempre e soltanto adoperare la violenza. E chi difende l’uno contro l’altro, la adopera, se pure non con le armi, ma sono pure armi terribili quelle dell’espressione brutale, per scagliarsi contro qualcuno o qualcosa. La rissa faziosa ha sempre la meglio, avvince gli animi, arma le tastiere e innesca le bombe. Senza fine, né soluzione. Ognuno con la sua idea parziale di pace, armata, pavimentata con i cadaveri degli altri.

E questo, a guardar bene, pensando e rileggendo la Storia, è sempre lo stesso meccanismo che l’umanità adopera e conduce, purtroppo, naturalmente.

La natura dell’uomo, è questa. Brandire il bianco della ragione, colpire con il nero della furia, sgorgare il rosso della vita, fino a che non sia distrutta.

Allora mi viene da pensare a Walter Benjamin che si uccide poco prima che arrivino i nazisti, ma lui morì e i nazisti non arrivarono più. Che sfortuna, si pensa, avesse avuto più fiducia, più speranza. Ma forse lui, come l’Angelus di cui scrisse, aveva visto, questo orribile serpente che morde la sua stessa coda, che si uccide continuamente, che è l’umanità, la sua storia, il suo eterno presente, la sua illusione di futuro, dunque sapeva che dal male non poteva fuggire.

Dalla brutalità manifesta e ideologica del secolo breve, con le sue guerre mondiali che resettavano il sistema, siamo passati a quelle manichee e settoriali, mirate e chirurgiche, sparse dappertutto, ognuno contro qualcuno o qualcosa. La pace è diventata la maschera della violenza. Siamo ancora quelli della pietra e della fionda, ci sfoghiamo con le playstation, per drenare l’aggressività o massacriamo qualcuno sulla nostra bacheca di facebook, siamo pronti a manifestare per la pace, ma soltanto la nostra, piccole paci a scapito di altre. Ognuno con la rabbia di voler prevalere, perché è nel giusto, per il suo dio plagiato, per la propria ottusa visione dell’umanità.

Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. È raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace? Almeno non si farebbero le guerre. No! Perché se non si fanno le guerre che servono ad evitare le guerre, vengono le guerre.

Da Quasimodo a Campanile il passo non è bizzarro, è breve, ma è un passo verso un abisso doloroso e spietato. Infinitamente stupido.



©francescorandazzo

giovedì 30 settembre 2021

Voler morire - Capire l'eutanasia


 

Testamento biologico e cure palliative:il diritto di scegliere

In questo pamphlet ci si interroga anzitutto sul senso dell’eutanasia, che è solo l’altra faccia del senso della vita. Si è scelto di farlo nel modo più diretto e, paradossalmente, meno ovvio: analizzando con approccio semio-linguistico e non meramente giuridico i differenti e problematici aspetti che definiscono il comportamento di chi vuole morire (e di chi sceglie altrimenti). Nella consapevolezza che a partire da semplici parole – suicidio assistito, eutanasia, sedazione profonda, omicidio del consenziente ma anche accanimento terapeutico, consenso informato, relazione di cura, disposizioni anticipate di trattamento... – si articola una complessa e spesso contraddittoria narrazione immanente soltanto umana, che chiama in causa nozioni inevitabilmente controverse: autocoscienza, libertà del volere, responsabilità morale.



Antonio Perri insegna Linguistica generale e Sociolinguistica presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. I suoi interessi di ricerca vertono sugli aspetti antropologici e linguistici dei sistemi di scrittura e delle notazioni grafiche (soprattutto la pittografia azteca, a cui ha dedicato molti articoli e due monografie). Si è a lungo occupato di teoria della traduzione e, più in particolare, della traduzione intersemiotica. Fra le pubblicazioni più recenti Repertori grafici e scrittori, in M. Mancini, B. Turchetta (a cura) e Etnografia della scrittura (Carocci 2014). È curatore per Graphofeel della collana Formniveau.


Editore: Graphofeel Edizioni
Codice prodotto: FOR025
Disponibilità: Disponibile
Autore: Antonio Perri
Pagine: 180
ISBN: 978-88-32009-90-3

mercoledì 29 settembre 2021

Asterischi e schwa: la risposta della Crusca

 


Paolo D'Achille, Accademico della Crusca, risponde sul sito dell'Accademia, con un lungo articolo, che chiarisce molti aspetti di questa nuova tendenza ad usare asterischi e schwa, dicendo in sostanza che non è proprio il caso, gli usi linguistici non possono essere imposti dall'alto. Al di là di ogni speculazione politica, da qualunque parte venga, l'articolo è di olimpica chiarezza.



"Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti."

Da leggere per intero: qui.

Un mistero irrisolto

 




E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. (Mt27,50-53)

Questo passo di Matteo è molto inquietante. C’è un coup de théâtre straordinario, persino esagerato, un effetto speciale che sfugge di mano al suo autore. Tutti ricordano l’eclisse e il terremoto ma dei sepolcri che si aprono e ne vengono fuori i morti, poco si sa. Questi uomini santi che si alzano dalle loro tombe e rimangono immobili finché tre giorni dopo Cristo risorge e finalmente si muovono, entrano in città, si mischiano ai vivi.

Sembra una scena di “Walking dead”, in chiave positiva, forse. Forse no, se si ricorda la ritrosia e quasi il disgusto che Gesù ha nei confronti del corpo putrescente e risorto di Lazzaro, dal quale praticamente fugge via.

E le donne, le pie donne, quando vanno al sepolcro, che scena hanno attraversato? Tutte le tombe sono scoperchiate. Probabilmente avranno incontrato qualche risorto che andava in direzione opposta alla loro. Avranno riconosciuto qualcuno? Saranno corse verso il sepolcro del loro amato, sperando d’incontrarlo? Certo che in questo scenario, l’annuncio dell’angelo diventerebbe una conferma di quanto già hanno visto e intuito.

Nel mistero della resurrezione del Messia, fortemente simbolico, salvifico, radiante, ecco che se ne apre un altro, profondo, sconcertante, perturbante, oscuro: tutti quei risorti che invasero la città, cosa fecero, come vissero, cosa dissero, a chi? E perché risorsero?

Cristo risorto ascenderà al cielo, ma loro, che fine avranno fatto? Nessuno lo saprà mai.

Molte storie, su di loro, potrebbero scriversi. Ma il silenzio è un enorme foglio bianco che li avvolge e assorbe, per sempre.



©francescorandazzo