Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

lunedì 4 ottobre 2021

La Malaeredità di Maribella Piana


 

La Malaeredità

romanzo di Maribella Piana

Armando Curcio Editore

2020


Ogni vita è segnata da un destino, lo sappiamo da millenni che il Fato è persino superiore agli Dei, agisce per vie imperscrutabili e impossibili da evitare. Ma è più forte l’illusione di potenza della nostra volontà, la pervicace ostinazione di alcuni che pretendono di ribaltare l’esito della propria esistenza, compiendo atti di sublime e scellerata disubbidienza, dipende dai punti di vista. I più si adattano, non ci pensano nemmeno, seguono il solco già tracciato, attraversano la vita come un treno che scorre sui binari già tracciati, serenamente o stolidamente, dipende dai punti di vista.

Molte storie sono state scritte e ci raccontano ancora questa consapevolezza vissuta come contrasto e lotta, come hybris inevitabile, sconcertante, anche se illusoria: Edipo, Medea, Lady Macbeth, Amleto, Madame Bovary, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Malavoglia, Il Gattopardo, per citarne alcuni non a caso. La letteratura si plasma continuamente in grandi narrazioni che ci avvincono, rendendoci partecipi e per immedesimazione protagonisti di questa eterna lotta degli esseri umani contro il destino.

Così adesso, ci cattura e coinvolge l’ultimo romanzo di Maribella Piana, dall’inquietante titolo “La malaeredità”, che già prelude a vite e destini segnati da una sorta di tragico fato familiare. La piccola e inquieta protagonista, giovane nobildonna data in sposa per interesse e senza amore a un nobilotto insignificante e disinteressato per educazione e consuetudine al sentimento, sembra predestinata ad una vita segnata, privilegiata per censo e status sociale, ma già scritta nel grigio libro delle esistenze accondiscendenti a norme e regole condivise e protette, perché l’ordine civile resti quel che è, con l’illusione che sia per sempre e sia perfettamente compiuto. Ignara di quasi tutto, del mondo, della società, della vita, della storia, quasi inconsapevolmente, Concettina, tenta disperatamente di vivere una vita degna d’essere vissuta, come molte eroine romantiche cerca e brama l’amore, vibra e palpita per qualcosa che è, anche per lei, soprattutto l’empito romanzesco dei libri che legge, il turbamento pericoloso che nel suo corpo vibra. In un epoca, quella della fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Sicilia gattopardesca, dominata da regole di cattolicissima ipocrisia e forgiata in un maschilismo quasi onnipotente, questa giovane eroina muove la sua personale guerra contro ogni consuetudine e condiscendenza, ama per scelta, tradisce, fugge, rompe ogni legame con quel mondo dorato e protetto di cui faceva parte e, persino perdendo l’affetto e la vicinanza dei figli legittimi, precipita in un’oscurità insidiosa che le darà sì l’amore tanto voluto, ma anche la cancellerà, come un errore da dimenticare, da tutta quella società imbalsamata e intrecciata di connivenze, le cui regole ha osato infrangere. L’amante, non sarà poi molto diverso dal marito, perché mai abbandonerà la moglie cui per convenienza è legato. Concettina vivrà in una sorta di limbo, nell’illusione di un amore che la anima, ma che la relega ai margini, madre di figli illegittimi che sono quasi ombre di colpa e madre di figli che la rinnegano pur sentendo un inevitabile afflato filiale, che sentono tradito e si distaccano, tra nostalgie e risentimento. Tutti porteranno con sé, nella loro esistenza, i segni di quella “malaeredità” della madre che sfidando il destino, ne rafforzerà e amplierà gli effetti per sé e per la sua discendenza. Fino all’oblio, che il tempo e la cancellazione segnarono. Maribella Piana, che della protagonista è una discendente, compie in quest’opera, la sua più matura e profonda, una “queste” che è sia un risarcimento a questa straordinaria donna che fu la sua bisavola, ma anche e soprattutto una coinvolgente narrazione letteraria di vite e destini perduti, grazie a questo romanzo, non inutilmente. Lo specchio della letteratura riflette con commovente forza e struggente nostalgia, lo straordinario affresco della vita di una giovane che osò sfidare il mondo, il destino già scritto, e vinse e perse al medesimo tempo.

Francesco Randazzo




domenica 3 ottobre 2021

Sumeri del terzo millennio

 



L'odore dei libri è meraviglioso. La consistenza della pagina un'esperienza sensoriale magnifica. Le copertine seducenti ammiccamenti. Di questo sono convinto anch'io. Amo i libri, da sempre. Nel corso del tempo ne ho accumulati quattromila o giù di lì. Una casa senza libri per me è vuota, e non lo nego, mi ispira il sospetto dell'ignoranza. La mia casa l'ho anche scelta proprio pensando allo spazio per loro, c'era. Or non c'è più. Gioie e dolori del bibliofilo. Ci sono anche controindicazioni. I libri pesano, pesano molto. I libri occupano spazio, parecchio. Si accumulano e invadono ogni spazio libero. Vanno in seconda fila, in terza. Finiscono negli scatoloni, nei magazzini, nei garage. Se viaggi spesso, come faccio io, per lavoro o vacanza e vuoi portarti da leggere, studiare, etc. ti sobbarchi chili e chili di soma al costo degli esosi sovrapprezzi che le compagnie aeree esigono o di lombalgie e colpi della strega che con l'età diventano croniche ernie discali.

Così, ad un certo momento, sei mesi fa, ho comprato un ebook reader. La parola è un po' scostante, poco attraente, bisogna ammetterlo; d'altra parte "lettore di libri elettronici" fa passare la voglia di leggere mentre lo pronunci. Ciononostante l'ho comprato. Al prezzo di circa sei/sette libri di fascia media.

È una tavoletta. Tipo quelle dell'antichità. Non è un tablet. È una tavoletta priva di luce. Si ricopre di lettere, frasi, narrazioni, rotoli, papiri, libri insomma. Per leggere si ha bisogno di una luce esterna, esattamente come per un libro cartaceo. Non si stanca minimamente la vista. Pesa pochissimo. "Infinite Jest", per esempio, lo si legge reggendolo con una mano. Lo Zanichelli, idem.

La magica tavoletta sumera può contenere migliaia di libri. Li si porta appresso e pesano sempre soltanto quanto la tavoletta (duecento grammi circa). Sono sempre disponibili, si possono sottolineare, ogni libro si ricorda a che pagina eri l'ultima volta che l'hai aperto, se non sai il significato di una parola (o vuoi tradurne una straniera) si va sopra col cursore e si apre una nota del dizionario che spiega tutto. Non è poco.

Se voglio comprare un libro, vado on line con il wifi e in pochi minuti ce l'ho già dentro la tavoletta. E costano meno, non tanto meno quanto potrebbero, secondo me, comunque di meno, mediamente il trenta per cento. Ma in rete si trovano migliaia di titoli, i classici per esempio, gratuitamente. Ci sono anche dei siti di sharing tra lettori. Insomma questo per dire che anche economicamente conviene. E il costo per l'acquisto della tavoletta si ammortizza velocemente.

Come un Sumero o un antico romano, ormai vado in giro ovunque con la mia tavoletta. Leggo saporitamente. Molto, come al solito. Forse anche di più.

L'odore dei libri mi circonda ugualmente, visto che la mia casa ne è piena, ma quest'arte antica della tavoletta sumera, è molto, molto pratica e utile, ha persino un suo fascino tenere in mano quest'antenato del libro che sfrutta la tecnologia più avanzata per un piacere antico, sempre attuale: leggere.

I miei libri non sono invidiosi. Anzi, si sentono degli eletti, perché grazie alla tavoletta, sanno che per occupare spazio negli scaffali, se lo devono meritare. Stanno là, difatti, e ogni tanto qualche altro li raggiunge, per merito ovviamente.

Ogni tanto mi viene persino voglia di avvolgermi in un lenzuolo a mò di toga e con la tavoletta in mano, immortalarmi in un autoscatto (con la camera diglitale, ovviamente), stile Seneca, va'. Ma questi sono ghiribizzi strambi. Leggere è una cosa seria. E divertente. As do you like it.

Eh, sì, lo so che Seneca coi sumeri non c'entra niente, ma un costume da sumero dove lo trovo?

Ah, sì, lo so, le tavolette sumere pesavano un accidente, peggio dei libri... Ma pensate che se i Sumeri avessero avuto la tecnologia che abbiamo oggi non l'avrebbero usata?





©francescorandazzo

sabato 2 ottobre 2021

Elogio dell'errore

 



"Il senso di colpa è il segnale dinamico di un’elaborazione tra quelli che Freud chiamava l’io attuale e l’io ideale. L’errore in questo modo non è più valutato dall’esterno ma è oggetto di una autovalutazione."

In una società che ci vuole sempre perfetti, diventa ogni giorno più importante tornare a comprendere la valenza di uno sbaglio e la sua portata all'interno del cammino di formazione di ciascun individuo. Vittorino Andreoli e Giancarlo Provasi si confrontano sul significato psicologico e sociale dell'errore: le motivazioni da cui scaturisce, gli effetti che produce, la percezione che se ne ha, il contesto sociale in cui si verifica, la ragione e la volontà implicate. Come si valuta uno sbaglio e quali sono quelli più gravi? Di una scelta errata si devono giudicare anche le intenzioni o semplicemente gli effetti? E cosa ha più peso, le conseguenze immediate o quelle a lungo termine? Due voci e due approcci differenti che insieme tracciano un ritratto a tutto tondo dell'essere umano colto nel suo agire quotidiano, nella dimensione privata così come in quella sociale. Un dialogo stimolante costruttivo, un'intensa riflessione sulla vera natura dell'uomo e sulla sua irripetibile fragilità.


Presentazione video su Rai Cultura: clicca qui.

Scheda del libro su IBS: clicca qui.


venerdì 1 ottobre 2021

Della pietra e della fionda





 Quanto poco la pace sia un sentimento o meglio un’aspirazione universale, ce lo dimostrano le innumerevoli morti che ogni giorno affollano i media e i social network. Alle guerre reali si sovrappongono quelle dei commenti, feroci e divisi, che si leggono su Facebook o su Twitter, o le orribili conte delle vittime per servire lo stato di vittima piuttosto che di aggressore. Una catena lunga e infernale, aberrante. Palestinesi, israeliani, siriani, libici, irakeni, americani, ucraini, russi, coreani, etc, etc. La ridda di ragioni per uccidersi assaltando o uccidere per non essere assaltati è infinita e senza soluzione. Quel che più colpisce è lo scandalo ipocrita che provoca tra noi, quel sentirsi minacciati e dover abbracciare sempre una spiegazione perché si debba sempre e soltanto adoperare la violenza. E chi difende l’uno contro l’altro, la adopera, se pure non con le armi, ma sono pure armi terribili quelle dell’espressione brutale, per scagliarsi contro qualcuno o qualcosa. La rissa faziosa ha sempre la meglio, avvince gli animi, arma le tastiere e innesca le bombe. Senza fine, né soluzione. Ognuno con la sua idea parziale di pace, armata, pavimentata con i cadaveri degli altri.

E questo, a guardar bene, pensando e rileggendo la Storia, è sempre lo stesso meccanismo che l’umanità adopera e conduce, purtroppo, naturalmente.

La natura dell’uomo, è questa. Brandire il bianco della ragione, colpire con il nero della furia, sgorgare il rosso della vita, fino a che non sia distrutta.

Allora mi viene da pensare a Walter Benjamin che si uccide poco prima che arrivino i nazisti, ma lui morì e i nazisti non arrivarono più. Che sfortuna, si pensa, avesse avuto più fiducia, più speranza. Ma forse lui, come l’Angelus di cui scrisse, aveva visto, questo orribile serpente che morde la sua stessa coda, che si uccide continuamente, che è l’umanità, la sua storia, il suo eterno presente, la sua illusione di futuro, dunque sapeva che dal male non poteva fuggire.

Dalla brutalità manifesta e ideologica del secolo breve, con le sue guerre mondiali che resettavano il sistema, siamo passati a quelle manichee e settoriali, mirate e chirurgiche, sparse dappertutto, ognuno contro qualcuno o qualcosa. La pace è diventata la maschera della violenza. Siamo ancora quelli della pietra e della fionda, ci sfoghiamo con le playstation, per drenare l’aggressività o massacriamo qualcuno sulla nostra bacheca di facebook, siamo pronti a manifestare per la pace, ma soltanto la nostra, piccole paci a scapito di altre. Ognuno con la rabbia di voler prevalere, perché è nel giusto, per il suo dio plagiato, per la propria ottusa visione dell’umanità.

Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. È raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace? Almeno non si farebbero le guerre. No! Perché se non si fanno le guerre che servono ad evitare le guerre, vengono le guerre.

Da Quasimodo a Campanile il passo non è bizzarro, è breve, ma è un passo verso un abisso doloroso e spietato. Infinitamente stupido.



©francescorandazzo

giovedì 30 settembre 2021

Voler morire - Capire l'eutanasia


 

Testamento biologico e cure palliative:il diritto di scegliere

In questo pamphlet ci si interroga anzitutto sul senso dell’eutanasia, che è solo l’altra faccia del senso della vita. Si è scelto di farlo nel modo più diretto e, paradossalmente, meno ovvio: analizzando con approccio semio-linguistico e non meramente giuridico i differenti e problematici aspetti che definiscono il comportamento di chi vuole morire (e di chi sceglie altrimenti). Nella consapevolezza che a partire da semplici parole – suicidio assistito, eutanasia, sedazione profonda, omicidio del consenziente ma anche accanimento terapeutico, consenso informato, relazione di cura, disposizioni anticipate di trattamento... – si articola una complessa e spesso contraddittoria narrazione immanente soltanto umana, che chiama in causa nozioni inevitabilmente controverse: autocoscienza, libertà del volere, responsabilità morale.



Antonio Perri insegna Linguistica generale e Sociolinguistica presso l'Università di Napoli Suor Orsola Benincasa. I suoi interessi di ricerca vertono sugli aspetti antropologici e linguistici dei sistemi di scrittura e delle notazioni grafiche (soprattutto la pittografia azteca, a cui ha dedicato molti articoli e due monografie). Si è a lungo occupato di teoria della traduzione e, più in particolare, della traduzione intersemiotica. Fra le pubblicazioni più recenti Repertori grafici e scrittori, in M. Mancini, B. Turchetta (a cura) e Etnografia della scrittura (Carocci 2014). È curatore per Graphofeel della collana Formniveau.


Editore: Graphofeel Edizioni
Codice prodotto: FOR025
Disponibilità: Disponibile
Autore: Antonio Perri
Pagine: 180
ISBN: 978-88-32009-90-3

mercoledì 29 settembre 2021

Asterischi e schwa: la risposta della Crusca

 


Paolo D'Achille, Accademico della Crusca, risponde sul sito dell'Accademia, con un lungo articolo, che chiarisce molti aspetti di questa nuova tendenza ad usare asterischi e schwa, dicendo in sostanza che non è proprio il caso, gli usi linguistici non possono essere imposti dall'alto. Al di là di ogni speculazione politica, da qualunque parte venga, l'articolo è di olimpica chiarezza.



"Ma non dobbiamo cercare o pretendere di forzare la lingua – almeno nei suoi usi istituzionali, quelli propri dello standard che si insegna e si apprende a scuola – al servizio di un’ideologia, per quanto buona questa ci possa apparire. L’italiano ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, ma non il neutro, così come, nella categoria grammaticale del numero, distingue il singolare dal plurale, ma non ha il duale, presente in altre lingue, tra cui il greco antico. Dobbiamo serenamente prenderne atto, consci del fatto che sesso biologico e identità di genere sono cose diverse dal genere grammaticale. Forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti."

Da leggere per intero: qui.

Un mistero irrisolto

 




E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. (Mt27,50-53)

Questo passo di Matteo è molto inquietante. C’è un coup de théâtre straordinario, persino esagerato, un effetto speciale che sfugge di mano al suo autore. Tutti ricordano l’eclisse e il terremoto ma dei sepolcri che si aprono e ne vengono fuori i morti, poco si sa. Questi uomini santi che si alzano dalle loro tombe e rimangono immobili finché tre giorni dopo Cristo risorge e finalmente si muovono, entrano in città, si mischiano ai vivi.

Sembra una scena di “Walking dead”, in chiave positiva, forse. Forse no, se si ricorda la ritrosia e quasi il disgusto che Gesù ha nei confronti del corpo putrescente e risorto di Lazzaro, dal quale praticamente fugge via.

E le donne, le pie donne, quando vanno al sepolcro, che scena hanno attraversato? Tutte le tombe sono scoperchiate. Probabilmente avranno incontrato qualche risorto che andava in direzione opposta alla loro. Avranno riconosciuto qualcuno? Saranno corse verso il sepolcro del loro amato, sperando d’incontrarlo? Certo che in questo scenario, l’annuncio dell’angelo diventerebbe una conferma di quanto già hanno visto e intuito.

Nel mistero della resurrezione del Messia, fortemente simbolico, salvifico, radiante, ecco che se ne apre un altro, profondo, sconcertante, perturbante, oscuro: tutti quei risorti che invasero la città, cosa fecero, come vissero, cosa dissero, a chi? E perché risorsero?

Cristo risorto ascenderà al cielo, ma loro, che fine avranno fatto? Nessuno lo saprà mai.

Molte storie, su di loro, potrebbero scriversi. Ma il silenzio è un enorme foglio bianco che li avvolge e assorbe, per sempre.



©francescorandazzo

martedì 28 settembre 2021

La droga che crea indipendenza

Faccio outing. Soffro della stessa dipendenza. Non credo ne uscirò mai, le ho provate tutte, ma per me è impossibile. Sono spacciato.
La testimonianza coraggiosa di questa ragazza, però, sarà utile ad altri che, forse, potranno farcela.



Il lettore di Schrödinger


 



– Dove lo trovo il libro?

– In libreria e su internet.

– Internet? Tipo?

– Tipo Amazon.

– Ah, no! Amazon no!

– Ok, era un esempio, ci sono tanti altri bookstore.

– Io non compro niente su internet. Ti fregano i dati della carta di credito e ti prosciugano il conto.

– Allora vai in libreria.

– Non c’è.

– Ci sei stato?

– No, ma lo so, figurati se qui a Quattrocase sul Brenta e sul Simeto, c’hanno i libri che cerchi.

– Anche se non ce l’hanno, possono ordinarlo, è distribuito da Messaggerie, in tre giorni arriva.

– Seeeee…

– Sì, prova.

– No, poi il libraio mi sta antipatico.

– Infatti Amazon lo sta uccidendo.

– Ma non è che tu ce l’hai una copia per me?

– No.

– Ma allora ‘sto libro dove si trova?

– È introvabile.

– Ah.

©francescorandazzo