Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

sabato 9 aprile 2011

"Pagelle" di Antonio Pizzuto, a cura di Gualberto Alvino


di Filippo Secchieri



All’impresa di leggere Pizzuto — ché tale perlopiù si configura l’accesso alla sua pagina letteraria — Alvino ha dedicato, nel corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la munitissima edizione di Pagelle che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana tra un pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio, incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole, un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene alla fase della «sintassi nominale» o tout court «narrativa», se possibile ancor più catafratta delle precedenti, che informa la produzione estrema dell’ex-questore palermitano; così, tra i brani meno impegnativi, càpita ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro): «Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e squattrinato in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a abbaini, fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro – il sostantivo di cui si asserisce la mancanza – che non può non lasciare interdetti e sul quale torneremo. In origine le Pagelle apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese (qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in maggior considerazione nell’apparato). Già l’intromissione, nelle rispettive principes, di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con favore la nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri documenti (dagli apografi autoriali di 37 Pagelle inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni gruppi di pagelle). Ma, naturalmente, c’è di più. L’esame degli autografi, spesso tormentati al limite dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito di ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha altresì fornito un importante spaccato del laboratorio pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle. Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî, annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in effetti inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio introduttivo (Fragments à réassembler) e la Nota al testo che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri adottati, Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia riservata alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica. A seguire viene ristampato, come dalla princeps del ‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle, mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più di un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni così concepite; a richiederla è infatti l’oggetto stesso nella sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile densità. Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie, «non c’è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l’universo». Ed è una presupposizione di complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la cui oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle estreme conseguenze le virtualità del sistema linguistico non – o non solo – a scopi comunicativi, bensì d’instaurazione di mondi» (Fragments, p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita la potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei mondi linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di punti d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente. All’auspicio della sua esistenza l’autore fa esplicito appello nella pagella proemiale – Lettura – come a una desiderata controparte verso la quale «protendere ancor poco la mano» (p. 71) affinché abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana caro a Pizzuto, quella contuizione che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al riassuntivo glossario) si apprenderà che l’altrimenti enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante è un neologismo coniato sul «jordan» dell’Henry IV di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus: che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è sprovvista anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano ogni pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale (esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova che «l’ultimo Pizzuto stampato nudo è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché il suo scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments, p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica di Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.

[Da «Oblio (Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca)», a. I (2011), n. 1, pp. 304-305]

mercoledì 6 aprile 2011

Epitaffio

"Qui giace un famoso Cardinale
che fece piu' del male che del bene
Il bene che fece, lo fece male
Il male che fece, lo fece bene".
(Anonimo)






Quanti bei coccodrilli lacrimano
adesso è facile e commuove
celare il sollievo nascosto
il rimpianto per la lunga attesa
Era ora Questa è la verità Cruda
Ma vera Nessun Auden griderà
il suo accorato funeral blues
Nessun amore lascia Soltanto
capriccio e bizzoso potere
Troppo e per troppo tempo
La corrente del fiume scivola
ma non guardo nemmeno
Seguito il mio cammino
non sorrido e non piango
Addio senza rimpianti stronzo



©francescorandazzo2011

mercoledì 30 marzo 2011

Dopamine flash

Vorrei una vita isometrica
come una canzonetta
tutta scandita facile facile
col ritornello minchionello
Tutto preciso ripetitivo bello
Tralla zumpa zumpa ppà
Faccio 'sta vita che pare
una cosa di Stockhausen
Mi sento gli elicotteri in testa
e mi produco dopamine flash

Non voglio vivere così
col frullatore in fronte
m'incasino tanto beatamente

La donzelletta che vien dalla campagna
in sul calar de sole Chissà che cosa vuole
Vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole pagar con Visa
Mona Lisa, Mona Lisa men have fucked you
Let it be Let it be Let it be
Tubì o non tubì Comsì comsà
Pacch'i ta nanna chi minkia va pinsannu
Control/Alt/Shift/Esc - Melaqqu
Cuccuruccuccù Palomar
Mann ist was er isst
Bon appetit
Arigatò Gosaimashità
Una mano lava l'altra
Somewhere under the raincoat
spuntano cactus perversi
e sulle spine c'attaccano santini
Ma com'è bello andare in giro
senza scopo e senza meta
To die To sleep like a sheep
elettrica naturalmente

Non voglio vivere così
col frullatore in fronte
m'incasino tanto beatamente

M'illumino d'immenso senza senso


© francescorandazzo-2011



Francesco Muzzioli. "Là comincia il Messico" di Gualberto Alvino

Fin dal suo titolo, Là comincia il Messico (Polistampa, 2008) annuncia un passaggio di confine. Il confine, innanzitutto, è quello della forma-romanzo nei suoi contorni convenzionali. Il testo di Alvino è decisamente un testo fuori norma, una risoluta e coraggiosa alternativa agli standard attuali della produzione narrativa e della fiction in genere, nell’odierno stato di inflazione dei racconti scorrevoli e semplificati. Non solo, ma il testo assume in proprio il dovere della polemica, andando direttamente e senza perifrasi al cuore del problema e cioè al modo della fruizione corrente basata sulla sostituzione dei personaggi alle persone, sullo scambio surrettizio «di chi confonde parole e cose, letteratura e vita; non so che farmene d’intrecci scintillanti come luna park, sono il vostro trastullo? chi vi dice che quelle filze indigeste d’aneddoti possano avvincermi? non ho bisogno d’epopee di cartapesta, turpiloquî sotto specie di meditata mimesi, sagre famigliari spalmate nei secoli e stipate di personaggi soverchi, scene madri arroganti e interminabili che di materno hanno solo la pazienza di chi s’acconcia a patirle; smettete, ve ne prego, d’infliggermi i vostri dialoghi monocordi, soporiferi (…)» (p. 61); ed ognuno riempia con nomi, cognomi e titoli questo elenco delle nefandezze consumistiche. Certo, l’autore può vantare una indubbia professionalità critica, evidenziata anch’essa esplicitamente in corso d’opera («Uno scrittore è solo uno scrittore, ma un grande critico può far brillare l’universo nel palmo della mano», p. 74), che gli garantisce una maggiore sorveglianza e difesa contro la banalità. Ma, anche a non voler affermare che il romanzo del critico è oggi l’unico possibile, in quanto i “narratori nati” restano per forza di cose dentro l’ideologia insita nella loro stessa infusa naturalezza, è chiaro che una dose di criticità risulta assolutamente necessaria allo scrittore che voglia guardarsi da fuori e non soccombere al “cerchio magico” della finzione.
La capacità di sdoppiarsi è assunta da Alvino come la radice stessa della disposizione narrativa: l’enunciazione narrante, infatti, si stabilisce come una voce che parla rivolta al personaggio, il quale non fa altro che ascoltare ed agire (ammesso che ascolti davvero: «E non mi ascolti, so che non ascolti una parola di quanto dico», p. 135). Un simile monologo o dialogo asimmetrico marca già diversi punti di contrapposizione verso la forma-romanzo: mentre il romanzo corretto deve raccontare al passato, qui si racconta al presente, in situazione; mentre il romanzo tende a nascondere il narratore che tira i fili della vicenda, qui invece l’emittente avanza al proscenio e si esibisce spudoratamente. Per la verità, non l’io, ma il tu la fa da protagonista («E tuttavia ti farò credito, ancora una volta»: questa la battuta iniziale, p. 11): sì, questo è uno dei rari romanzi che narrano alla seconda persona. Lo statuto di questo tipo di voce resta ambiguo: potrebbe essere infatti la voce della coscienza e quindi un soggetto che parla con se stesso, nel cosiddetto “foro interiore”; ma potrebbe essere anche una voce esterna, che comunica non si sa come col personaggio, lo stimola e lo controlla. La seconda ipotesi potrebbe venir rafforzata, durante la lettura, non dico dalle espressioni di odio dell’io nei confronti del tu, ma dalle indicazioni di una sorta di complotto che coinvolgerebbe il personaggio. Quello che è chiaro è che la voce “alle spalle” vuole che il personaggio compia determinate azioni (si potrebbe parlare — nei termini di Jakobson — di un accento posto sulla funzione conativa) e in questo senso utilizza tutta una serie di strategie, tra blandizie e minacce, rammemorazioni e ordini. Un personaggio eterodiretto da chissà quale forma di condizionamento mentale? Certo è che lo sdoppiamento rimanda agli stadi della follia. Tanto più che la voce è, in tutta evidenza, la voce della paranoia, una voce che va ad instillare e installare di grado in grado il terrore e l’avversione per “l’altro”, ne mostra la presenza invasiva e il moltiplicarsi implacabile da ogni parte, in una sorta di soffocante assedio. Un esempio tra i molti: «La minaccia aumenta, gli indizî si susseguono, ogni anfratto può celare un predatore in agguato. Davvero non t’accorgi che tutto accade contro di te, e le possibilità di salvezza si riducono di minuto in minuto? Anche un cieco lo vedrebbe» (p. 29). Da questo punto di vista, il testo di Alvino è assolutamente realistico, arrivando a mimare proprio i passaggi tipici della cosiddetta “richiesta di sicurezza” e della sua progressiva impercettibile accettazione della violenza più barbara. Se la società non sa più che farsene della scrittura (lusso aristocratico che non va più di moda), allora alla scrittura non resta altro che vendicarsi scoprendo il cuore nero della società, la sua brutalità fondatrice.
Ed è un testo di contenuti davvero “forti”, questo. Il lettore è avvertito, fin dal titolo: Là comincia il Messico è la frase dei banditi che trovano rifugio in un paese dove la legge non ha corso. Ogni disagio è dunque nel conto. Eccedendo soprattutto nella Scena della violenza, ma non lesinando in ampie parti la smodatezza dell’eros, fino a una sorta di misticismo della carne («Il misticismo non è cosa da monache», p. 158), Alvino lancia la sfida del “troppo” o del “ritorno del represso”, come direbbe Orlando. Si tratta di una sfida che chiama in causa certamente la psicoanalisi (che avrebbe difficoltà a rintracciare il livello “latente”, tanto tutto è in superficie) e il femminismo (che avrebbe difficoltà ad accettare un “elogio della femmina” così poco spirituale e con esiti tanto crudeli), ma che va soprattutto a colpire l’attuale ondata neopuritana e fondamentalista, lasciando emergere il desiderio come macchina incontrollabile e enigma insocievole, fino al finale dell’omicidio, anzi fino ad una distopica distruzione generale: «Il deserto, dovranno trovare il deserto quando verranno. Un mare di sabbia. Macerie» (p. 151).
Ma ciò che viene chiamato in causa e viene sfidato è la letteratura stessa, in un gioco che è sempre anche metanarrativo. Il personaggio è uno scrittore, sepolto tra libri e manoscritti. Questo potrebbe voler dire che la cultura non è una garanzia e che anche l’uomo più sapiente del mondo può trasformarsi in un mostro. Ma la cosa rimanda anche ad un principio di dissipazione, per cui la letteratura viene trascinata e travolta nell’orrore del mondo. La scrittura di Alvino, infatti, è di tipo torrenziale. Il monologo del suo sottosuolo porta con sé le materie palpitanti del vissuto e i segnali inquietanti del quotidiano, ma insieme pure tutto un bagaglio di memorie e di conoscenze, di letture e di modelli retorici. È una scrittura spettacolare, degna della scena, rutilante e mutevole, che non esita a trasformarsi, come quando nell’ultima parte lo sdoppiamento della voce e del personaggio si traduce in un’alternanza tra frammenti in tondo e in corsivo. Una emissione straripante che però non ripete (questo mai: «Scongiurare le ripetizioni moleste», p. 98), ma appare animata, piuttosto, dai due princìpi congiunti della elencazione e della variantistica, dove ciò che conta è il ritmo, prolungato fino all’estenuazione del respiro o incisivo come una coltellata. Una scrittura iper-retorica, che contrasta nettamente con la narrativa-sceneggiatura oggi in auge e si ricongiunge, semmai, ad una delle grandi linee di tendenza del romanzo sperimentale.
Esuberante e spietata, la scrittura procede e produce deformando il contenuto e accettando stoicamente di rasentare di continuo lo “sgradimento” e il dispiacere del testo.

In «La Nuova Antologia», a. 145°, aprile-giugno 2010, pp. 391-93.

giovedì 17 marzo 2011

Parole alte, libere, franche...



«Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà nell'Italia – de' vizi che contrastarono al concetto rigeneratore di farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.
O noi parliamo parole alte, libere, franche – parliamo coll'occhio all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro – parliamo, come detta la carità della patria, senza por mente ad uomini, o pregiudizi, snudando l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e gli orrori ovunque si manifestino – e un grido si leva dagli uomini del passato contro a' giovani che s'innoltrano nella carriera, ignoti alle genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con Dio e la coscienza d'una missione: voi violate l'eredità de' padri, perdete la sapienza degli avi: voi usurpate un mandato, che il popolo non v'affida esclusivamente: voi cacciate l'ambizione di novatore frammezzo a' vostri fratelli!
O noi rineghiamo ispirazioni, studi ed affetti per una illusione di universale concordia – ci soffermiamo nella predicazione di principii nudi, teorici, astratti, senza discendere all’applicazione, senza mostrare nella storia de’ tempi trascorsi le violazioni di questi principii – erriamo intornoall’albero della scienza senz’attentarci di appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo sociale, senz’ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: là è la piaga! – e gl’Italiani indurano nell’abitudine degli errori...

O sospetti, o colpevoli – condannati al silenzio o alla guerra – esosi agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla patria, che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste. –

Noi parliamo tra i sepolcri de’ padri e le fosse de’ nostri martiri – e le nostre parole hanno ad essere forti, pure, incontaminate di lusinga e d’odio, solenni come i ricordi dei padri, come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro concittadini. –

E chi siamo noi perché abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L’epoca degli individui è sfumata. Siamo all’era de’ principii... Gli uomini passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii rimangono: – e guai all’uomo che tenta una impresa generosa e s’arresta davanti alle conseguenze quali esse siano!
Una idea – e l’esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una idea generosa, spirata dalla potenza che creava l’uomo ad essere grande, lampo della primitiva ragione, quando l’anima giovine, vergine di pregiudizi, di vanità e di meschine paure s’affaccia ai campi dell’avvenire, che l’angiolo dell’entusiasmo illumina d’un raggio immortale – ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in tutte le fasi dell’esistenza, nelle menome azioni, come ne’ rari momenti che vagliono un’epoca, in una epistola famigliare, come in un volume di meditazioni, ne’ segreti della cospirazione come nella pubblica testimonianza del palco. A questi patti s’è grande e del resto avvenga che può, perché l’uomo il quale si slancia nella crociata dell’umanità senz’aver dato un addio a’ calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioie della vita, non ha missione....
In politica, non v’è che un sistema d’azione stabilmente efficace: il sistema che matura i principii, sceglie l’intento, medita i mezzi, poi si pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche de’ principii e guardando innanzi. –
La verità è una sola – l’ecclettismo applicato alla scienza d’ordinamento sociale ha prodotta una dottrina che l’Europa de’ popoli infama e rinnega – e la stolta pretesa di voler conciliare elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest’ora più sorti di popoli, che non l’armi aperte o le insidie della tirannide. – Oggimai s’è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini, affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti, aspettando che i loro istitutori s’intendano fra di loro.
Applichiamo queste idee all’Italia.»

Giuseppe Mazzini

da "D’ALCUNE CAUSE CHE IMPEDIRONO FINORA LO SVILUPPO DELLA LIBERTÀ IN ITALIA".

link al testo completo:


martedì 15 marzo 2011

Troppo sincero


Sento il rumore dei peli
che crescono nelle mie
orecchie Come crepitano
frusciano spingono in su
Certe mattine sono antenne
Certe sere sono inferriate
Per fortuna il naso è lontano
lì tutto cresce in silenzio
misteriosamente nel buio
s'intrecciano due baobab
irsuti Tutta un'attività c'è
in me di caos ipertricotico 
insospettabile in un calvo
Mi viene da ridere mentre
mi strappo meticolosamente
pelo su pelo con due dita
Combatto l'orso che mi abita
o forse lo nascondo e proteggo
Il corpo è tutto Mi tiene in vita
Ma certe volte è ridicolo
O troppo troppo sincero





©francescorandazzo2011




 

sabato 12 marzo 2011

Tanka jishin 短歌地震




Solleva il sole
di terra e d'acque smosse
rapide morti.
Cerimoniali antichi
d'obliate divinità.

*

Voci pacate
di cronisti in diretta.
Zen e panico.
Furiose acque fangose.
Animi verticali.

*

Sulla battigia
auto, e cadaveri.
Schiuma e compianto.
Amaterasu oggi
celata piange, muta.









©francescorandazzo-2011

lunedì 7 marzo 2011

LETTERATRONICA

LETTERATRONICA
Riviste, editoria e scritture nella rete globale
Mercoledì 9 Marzo 2011
ore 15.30 -19,30
BIBLIOTECA VALLICELLIANA
Piazza della Chiesa Nuova 18 - 00186 ROMA

Saluto
Maria Concetta Petrollo Pagliarani
Direttrice BIBLIOTECA VALLICELLIANA

Intervengono (a/z)

Luca Benassi - NOIDONNE.ORG
Luigi Bosco - POESIA2PUNTO0.COM
Franco Buffoni - NAZIONEINDIANA.COM
Maria Teresa Carbone - ALFABETA 2 ON LINE, IL MANIFESTO
Luigi Cecere - Direttore Generale Sezione OLAF della SIAE
Tiziana Colusso - FORMAFLUENS.NET
Claudio Del Bello - ODRADEK- BLOG
Massimo Giannotta - LA CITTÀ E LE STELLE
Carlo Infante - URBANEXPERIENCE.NING.COM
Roberto Maggiani e Giuliano Brenna - LARECHERCHE.IT
Fabrizio Palasciano - Digital Dramaturgist
Marco Palladini - LE RETI DI DEDALUS.IT
Francesco Randazzo - MIRKAL e-publisher
Paolo Ruffini – critico e operatore culturale
Sara Crimi - QUIAPPUNTIDALPRESENTE.IT
 

 

Dopo gli interventi, dibattito instant blogging via TWITTER (con visualizzazione della Tag Cloud Live) e lancio di una piattaforma di discussione sulle tematiche trattate formazione di una rete di operatori attraverso eventi condivisi.


in collaborazione con: 
URBAN EXPERIENCE 
GIOCARE LA CITTA'  
TRA WEB E TERRITORIO 
 
Organizzazione FORMAFLUENS 
Con il patrocinio F.U.I.S
 
A cura di: LE RETI DI DEDALUS.ITFORMAFLUENS.NET
...«L’inarrestabile avanzata del Web 2.0 (Facebook ha raggiunto i 600 milioni di utenti a fine 2010) ci fa comprendere come, accanto al social networking, ci siano enormi margini di crescita per il literary e cultural networking. Il problema è capire come indirizzare questo sviluppo e per fare che cosa. La galassia cibertronica in espansione formata da web-reviews, blog, forum, focus-groups, chat-lines, varie tipologie di virtual communities e, ora, dal lancio su vasta scala degli e-books ci impone di interrogarci: quale sarà il profilo degli scrittori e degli agenti culturali del XXI secolo? La mutazione è già in corso e i modelli novecenteschi non ci servono più. Occorre sforzarsi di guardare nel futuro.»
Marco Palladini - direttore
LE RETI DI DEDALUS.IT
«La comunicazione internautica è globale, ma in quale lingua i globalnauti comunicano? L’editoria scientifica e i siti commerciali internazionali sono ormai tutti stilati in un inglese asettico e standardizzato, ma come possono i letterati e gli autori restituire ad Internet lo spessore e il sapore delle diverse tradizioni linguistiche e culturali? Umberto Eco ha sancito che “la lingua dell’Europa è la traduzione”, ma al di là del passaggio da una lingua ad un’altra la comunicazione letteraria si complica in ibridi fluidi e imprevisti, di multilinguismi, translinguismi, comunicazioni millefoglie che corrono le mille miglia lungo le maglie infinite della Rete»
Tiziana Colusso - direttrice
FORMAFLUENS.NET

SNS 
SINDACATO NAZIONALE SCRITTORI
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