Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 11 settembre 2009

11 Settembre 1973


Salvador Allende

11 SETTEMBRE 1973

DOCUMENTI RADIOFONICI

Ultimo discorso del presidente Salvador Allende


7:55 a.m. RADIO CORPORACIÒN

Parla il Presidente della Repubblica dal Palazzo de La Moneda. Informazioni confermate segnalano che un settore della Marina avrebbe isolato Valparaìso e che la città sarebbe occupata, il che significa un sollevamento contro il Governo, il Governo legittimamente costituito, il Governo che è protetto dalla legge e dalla volontà del cittadino.

In queste circostanze, chiamo tutti i lavoratori. Che occupino i loro posti di lavoro, che accorrano alle loro fabbriche, che mantengano calma e serenità. Fino a questo momento a Santiago non c’è stato alcun movimento fuori dell’ordinario da parte delle truppe e, secondo quanto mi ha informato il capo della Guarnigione, Santiago starebbe aqquartierata e normale.

In ogni caso io sto qui, nel Palazzo del Governo, e resterò qui, difendendo il Governo che rappresento per volontà del popolo.

Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili e che evitino le provocazioni. Come prima cosa dobbiamo vedere quale sarà la risposta, che spero positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime stabilito, espressione della volontà dei cittadini, e che assolveranno la dottrina che rese prestigio al Cile e che trae questo prestigio dalla professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, ho la certezza che i soldati sapranno compiere i loro obblighi. Ad ogni modo, il popolo ed i lavoratori, fondamentalmente, devono mobilitarsi attivamente, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando la chiamata e le istruzioni che potrà fare e dargli il compagno Presidente della Repubblica.

8:15 a.m.
Lavoratori del Cile:
vi parla il presidente della Repubblica. Le notizie che abbiamo fino a questo momento, ci rivelano l’esistenza di una insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaìso. Ho ordinato che le truppe dell’esercito si dirigano a Valparaìso per soffocare questo tentativo di golpista. Dovete aspettare le istruzioni che emanerà la Presidenza. Abbiate la sicurezza che il Presidente resterà nel Palazzo de La Moneda difendendo il Governo dei Lavoratori. Abbiate la certezza che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha dato l’incarico di governare fino al 4 Novembre 1976.

Rimanete attenti nei vostri luoghi di lavoro aspettando le mie informazioni. Le forze leali rispettando il giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la Patria.

8:45 a.m.

Ai compagni che mi ascoltano:

La situazione è critica, siamo di fronte ad un colpo di Stato, al quale partecipa la maggioranza delle Forze Armate. In quest’ora oscura voglio ricordarvi alcune mie parole dette nel 1971, ve le dico con assoluta tranquillità, non ho stoffa di apostolo né di messia. Non ho propensione al martirio, sono un lottatore sociale che compie un incarico che il popolo mi ha dato. Ma, lo intendano coloro che vogliono far indietreggiare la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; Senza avere vocazione di martire, non farò un passo indietro. Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo registrino profondamente: lascerò La Moneda quando avrò compiuto il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perché questo è il mandato che il popolo mi ha consegnato. Non ho altra alternativa. Solo crivellandomi di colpi potranno impedire la volontà di compiere il programma del popolo. Se mi assassinerete, il popolo seguirà la sua rotta, continuerà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno più dure, molto più violente, perché sarà una lezione obiettiva molto chiara per la massa di questa gente che non si ferma di fronte a niente.

Tenevo in conto questa possibilità, non la offro né la facilito.

Il processo sociale non sparirà perché è sparito un dirigente. Potrà rallentarsi, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà essere fermato.

Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo ed il suo posto di lavoro. Rimarrò qui a La Moneda anche a costo della mia vita.

9:03 a.m. RADIO MAGALLANES

In questo momento passano gli aerei. È possibile che ci colpiscano. Ma sappiate che stiamo qui, per lo meno con il nostro esempio, dimostrando che in questo paese ci sono uomini che sanno compiere le obbligazioni che hanno preso. Io lo farò per il mandato del popolo e per mandato cosciente di un Presidente che ha la dignità dell’incarico affidatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche.

In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria vi chiamo per dirvi di avere fede. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine. questa è una tappa che sarà superata, questo è un momento duro e difficile. È possibile che ci schiaccino, però il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza per la conquista di una vita migliore.

... Pagherò con la mia vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria, l’insulto cadrà sopra quelli che hanno tradito i loro impegni, mancando alla loro parola, rompendo la dottrina delle Forze Armate.

Il popolo deve stare all’erta e vigile. Non deve lasciarsi provocare, né lasciarsi massacrare, ma deve anche difendere le sue conquiste. Deve difendere il diritto a costruire con i suoi sforzi una vita degna e migliore.

9:10 a.m.

Una parola per coloro che dichiarandosi democratici hanno istigato questa sollevazione, per quelli che dicendosi rappresentanti del popolo, hanno torbidamente e turpemente recitato per rendere possibile questo passo che porta il Cile alla rovina.



Compatrioti, è possibile che zittiscano le radio, e mi congedo da voi. In questo momento passano gli aerei. È possibile che ci crivellino. Ma sappiate che stiamo qui, per segnalare, per lo meno con questo esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno mantenere le obbligazioni che hanno assunto.
Io lo farò per il mandato del popolo e per la volontà cosciente di un presidente che possiede la dignità del suo incarico...

Forse questa è l’ultima opportunità che ho di potermi rivolgere a voi. L’Aviazione ha bombardato le torri di Radio Portales e Radio Corporaciòn. Le mie parole non hanno amarezza ma delusione, e saranno loro il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino che si è auto nominato comandate della Armada, più il signor Mendoza, generale vile che soltanto ieri manifestava la sua lealtà e solidarietà al governo, ed anche lui si è auto nominato anche comandante generale dei Carabinieri. Non rinuncerò!

Davanti a questi fatti solo questo mi resta da dire ai lavoratori: Io non mi arrenderò. Collocato in un transito storico, pagherò con la mia vita la lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che abbiamo innestato nella coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere dispersa definitivamente. Hanno la forza, potranno sottometterci, ma non si possono trattenere i processi sociali né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete posto in un uomo che fu solo interprete di grandi aneliti di giustizia, che impegnò la sua parola di rispettare la costituzione e la legge, e così fece. In questo momento definitivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi. Spero che impariate dalla lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, unito alla reazione, ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero con la loro tradizione (...)

Mi rivolgo soprattutto alla donna modesta della nostra terra: alla contadina che credette in noi, all’operaia che lavorò di più, alla madre che conobbe la preoccupazione per i figli. Mi rivolgo ai professionisti, patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la sedizione appoggiata dai collegi professionali, collegi di classe creati anche per difendere i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che cantarono e donarono la loro allegria ed il loro spirito di lotta; mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo già da molte ore è presente con molti attentati terroristi, facendo saltare ponti, tranciando linee ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti, di fronte al silenzio di chi aveva l’obbligo di intervenire.

Si sono compromessi. La storia li giudicherà.

Sicuramente Radio Magallanes, sarà oscurata ed il metallo tranquillo della mia voce non giungerà a voi. Non importa mi sentirete comunque. Sempre sarò con voi, per lo meno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale alla patria. Il popolo deve difendersi, ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi colpire e crivellare, ma nemmeno può umiliarsi.

Lavoratori della mia patria: ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio ed amaro, nel quale il tradimento pretende d’imporsi. Proseguite voi, sapendo che, non tardi ma molto presto, si apriranno i grandi viali alberati dai quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.

Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!

...ste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, almeno, ci sarà una sanzione morale per punire la fellonìa, la codardia ed il tradimento.



Ultimo discorso del presidente Salvador Allende al popolo, trasmesso l’11 settembre 1973. Fonte principale: Salvador Allende, Discorsi, Editorial de Ciencias Sociales, La Habana, 1975.

Traduzione di Francesco Randazzo

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mercoledì 2 settembre 2009

LibriDine su "Con l'insistenza di un richiamo"


LibriDine:
Racconti di un’Italia a Tinte Fosche, Peppe Fiore e Francesco Randazzo
di Angelo Orlando Meloni

(...)
Francesco Randazzo, giovane drammaturgo e regista siracusano attivo da tempo con la sua Compagnia degli Ostinati, è autore eclettico che gioca con le parole mischiando sacro e profano, e che con questa raccolta, intitolata Con l’insistenza di un richiamo, si è voluto calare in un delirio bianco rosso e verde a tratti bellamente pulp.
(...)

Leggi l'intero articolo su SIRACUSA NEWS


domenica 30 agosto 2009

Gualberto Alvino. Parodiando

2. Andrea De Carlo

Mio cognato Nicola aveva preso quattro in matematica e sua sorella, ossia mia moglie Manuela Cernitori, dalla quale sono separato da sette anni (o forse otto, o nove, dieci, non ricordo bene, da un po’ di tempo non ricordo bene le cose, il portinaio me lo dice sempre quando passo davanti ai suoi vetri, guardandomi in modo periferico come fossi un ectoplasma: «Lei non ricorda bene le cose, sa?»; «Davvero ― rispondo io ― se n’è accorto anche lei?»), mi telefonò per dirmelo, anche se sapeva benissimo che quel Nicola non l’avevo mai visto e che di lui, del quattro in matematica e di tutti i suoi parenti non mi importava niente; non per cattiveria, ma perché sono fatto così, non posso farci niente, non c’è niente da fare, assolutamente niente, se mi fisso su una cosa niente e nessuno può farmi cambiare idea, nemmeno mia madre, con quella voce chioccia che mi dice sempre: «Tu sei immerso fino al collo nel compiacimento di te stesso… cazzo di figlio di merda, madonna! mi stai sui coglioni da quando sei nato, avrei dovuto buttarti nel cesso, brutto bastardo schifoso!». Compiacimento? Non sono d’accordo. Non capisco mai se nelle parole di mia madre c’è pura sincerità, o voglia di provocarmi, o una leggera diffidenza nei miei confronti. Qualcuno dice che non voglio capire, ma non credo sia così. Non lo credo per niente. Una volta ho visto un film di Totò e l’ho capito tutto, dal principio alla fine, dunque stupido non posso essere, anche se non sono mai stato un afferratore, uno di quelli che tirano fuori la lingua come i camaleonti e prendono una mosca a mezzo volo.

Insomma, per farla breve, il telefono ha squillato e al terzo squillo ho attraversato tutto il salone, il corridoio, la cucina, il tinello, la camera da letto, la veranda, lo sgabuzzino, il ripostiglio, la sauna, il bagno padronale, quello di servizio, la biblioteca, l’androne, l’altro corridoio, la stanza dei bambini che non ho mai avuto, sono arrivato nello studio, ho preso la cornetta e la mia ex moglie Manuela Cernitori ha urlato: «Oh, sei tu? Ci sei?». Dio, non potevo credere alle mie orecchie.

«Cazzo di domande sono? Sì che ci sono ― ho detto, ― se no chi t’avrebbe risposto? T’ho risposto io, qui, al telefono, chi altri? Non riconosci la mia voce? Va be’, saranno pure passati sette, otto, nove, o forse dieci anni, non lo ricordo bene, da un po’ di tempo scordo le cose, lo dice anche il portinaio quando passo davanti ai suoi vetri, però sono sempre il tuo ex marito, e la voce del tuo ex marito dovresti riconoscerla, subito, immediatamente, senza esitazione. Del resto, se uno telefona a casa di un altro e l’altro risponde non può chiedergli “Oh, ci sei?”. Ma certo che c’è, t’ha risposto lui, cazzo! E per giunta è tuo marito, la voce di tuo marito, benché ex. Dovresti riconoscerla, porca di una puttana, non è mica un estraneo, uno che senti per la prima volta, l’avrai sentita mille, diecimila, l’avrai sentita un milione di volte quella voce». Il sudore mi si congelava sotto le ascelle e malgrado questo riuscivo a conservare un tono deciso che mi stupiva sempre di più, mi sconcertava nel profondo.

«Ciao, ti ricordi di Nicolino?» ha detto lei schiacciando le vocali come in una porta. Nella sua voce esitante stava esplodendo un turbine di sensazioni opposte e contraddittorie che mi faceva sentire fuori posto, ignoto a me stesso, al mio cervello, alla mia anima, nient’altro che un forestiero in terra straniera.

«Cazzo ne so io di Nicolino?» ho detto con un senso di durezza che mi saliva rapido dentro, anche se non ne ero sicuro, avrei voluto esserlo, ma non lo ero, non lo ero affatto. Era pazzesco, da un po’ di tempo mi sentivo così, e neanche il mio medico ci capiva qualcosa; i medici, tutti uguali, sono capaci soltanto di bussare a quattrini, centoquaranta a visita due volte a settimana per dodici mesi fanno tredicimilaquattrocentoquaranta, per dieci anni centotrentaquattromilaquattrocento, per tutta la vita, ammesso che campi ancora a lungo, e di questo passo non credo, viene fuori una cifra pazzesca. Avrei dovuto studiare medicina invece di fare il vetrinista, o il vetraio, o il veterinario, non ricordo bene, da un po’ di tempo scordo le cose, lo dice anche mia madre, colpa del compiacimento, dice. Sarà. Non credo.

«Come, cazzo ne so? Nicola, Nicolino, il più piccolo, quello che al matrimonio mi reggeva lo strascico e a un certo punto ha vomitato i confetti sulla guida rossa e a mio padre per poco non prendeva un infarto e mia madre per soccorrerlo è caduta e io per soccorrere lei ho messo male un piede e mi sono rotta un femore, otto mesi sulla sedia a rotelle» ha detto lei sorpresa, e forse anche un po’ delusa che non riuscissi a ricordare il giorno più bello della sua vita; non della mia, per carità, non della mia: io quel giorno lo cancellerei dal calendario, perché proprio da quel giorno sono cominciati tutti i miei guai. Non è che voglio fare la figura del santo. È proprio così.

«Strascico? Ma di che strascico parli?» ho detto stringendo tra le dita la cornetta fin quasi a fracassarla, mentre dalla finestra filtrava uno spiffero che mi solleticava le caviglie dandomi un senso di sottile benessere che non avevo mai provato prima d’allora, mai. O forse sì, ma non così forte, forte e intenso, e aguzzo, e penetrante, e avvolgente, e inebriante, e subdolo, e rigenerante, e completo.

«Ma vaffanculo! Sempre il solito stronzo! Una volta gli hai anche offerto un tè alla menta e un cappuccino con poca schiuma nel baretto sotto casa» ha detto lei. C’era un senso strano di attesa nel suo tono, un senso di non spiegato e di non richiesto, ordinario ed estraneo, gioioso e snervato e determinato e indeciso.

«Aspetta, che vado a controllare la pasta» le ho detto, e mi è salita dentro una rabbia furiosa verso di lei quando ho visto che le pennette rigate erano scotte: una pappa molle e appiccicosa da far venire il voltastomaco. Ho vomitato l’anima, poi ho rovesciato la pentola nel lavandino e sono corso di nuovo nello studio.

«Pronto, ci sei?» ho detto ansioso.

«Sì che ci sono, mi hai detto di aspettare e ho aspettato. Che dovevo fare? Riattaccare? Uno dice aspetta e io aspetto, che diamine! Questione di educazione. Se avessi riattaccato ti saresti offeso di brutto e avresti attaccato una delle tue solite tiritere, non dire di no, avresti fatto così, eccome se l’avresti fatto, Cristo, non ti conoscessi» ha detto risentita, più cupa che sollevata, più malinconica che allegra, più solenne che affabile. Poi c’è stato un attimo di silenzio e ha detto quasi balbettando: «Com’era… la pasta?». Forse ripensava al nostro passato, un passato da cui stento ancora a liberarmi. Ma prima o poi ci riuscirò. A costo di cambiare medico.

«Guarda, è meglio che lasciamo stare» ho detto io perentorio.

«Va be’, ti richiamo domani» ha detto lei smontata.

«Se potessi farne a meno sarebbe meglio» ho detto io con tono rassegnato, come se l’universo mi cadesse addosso, «molto ma molto meglio, giuro, non lo dico così, è che sono convinto, al cento per cento, mai stato tanto convinto come lo sono adesso, credimi. Domani no. Facciamo dopodomani. E comunque di matematica non ci capisco un tubo. Cioè, prima ci capivo, ci capivo parecchio, ma da quando scordo le cose è come se fossi immerso in una specie di nebulosa viscida e pastosa, mia madre lo attribuisce al mio autocompiacimento, non credo».

Manuela ha taciuto per un lungo istante, poi ha sorriso nel modo più trattenuto e incerto che avessi mai incontrato in vita mia.


venerdì 28 agosto 2009

Pensava fosse un cane e invece era la sua nemesi


di Mauro Mirci

(da ParolediSicilia.it)

Tatar Sarari ha 45 anni, è marocchino, vive a Enna. Il 25 di agosto del 2009, è martedì sera, se ne sta seduto davanti a un bar a Pergusa. Non conosciamo le condizioni climatiche. Data la stagione, la latitudine e la personale esperienza, immaginiamo condizioni caldo-umide degne di una foresta pluviale. A tali condizioni possiamo, volendo, associare una birra ghiacciata da almeno 400 cl, non di meno. Insomma, dipendesse da noi, preferiremmo. Tuttavia, Tatar Sarari è marocchino, è possibile non beva alcolici perché mussulmano, oppure astemio, oppure soltanto perché la birra non gli piace e preferisce bere altro. Allora facciamo che abbia davanti un bicchierone di aranciata gelata.
La spalliera della sedia sulla quale si trova sfiora la parete esterna del locale, lui guarda la strada (a Pergusa i locali si trovano lungo la statale 561, che attraversa l’abitato). Accanto a sè ha un bastone, appoggiato al muro.
Passa un cane, un “meticcio randagio di grossa taglia”. In realtà questa descrizione ci dice poco. Diciamo allora che si tratta di un grosso cane, pelosissimo, alto una settantina di centimetri al garrese. Avrà sei o sette anni. E’ fulvo, con una stella bianca sulla fronte, il pelo arruffato, grandi orecchie pendule, lo sguardo da povero diavolo. Qualcuno gli ha mozzato la coda, anni fa. Per divertimento. Lui ci ha sofferto un po’ perché la coda gli serviva per mangiare. La dimenava, festosa, davanti agli avventori dei locali che affacciano sulla SS561, e quelli s’intenerivano e gli allungavano un boccone.

mercoledì 19 agosto 2009

Gualberto Alvino. Parodiando

1. Alessandro Baricco

Allora, soltanto allora, né un secondo prima né un secondo dopo, Magg Simpson, la vecchia, cara, dolce Magg, si nettò e richiuse il coperchio. Con fare guardingo. Quasi avesse cento occhi puntati sulla schiena.
Magg. Non c’era nessuno a Pottercanyonsville che sapesse chiudere un coperchio come lei. Lo contemplava per un lungo istante tentando invano di contenere l’emozione, poi agganciava il bordo con l’unghia del mignolo inanellato, e lo abbassava.
Così.
Semplicemente.
Senza il minimo sforzo.
Come se non avesse fatto altro in vita sua.
Lo abbassava, e intanto osservava i disegni delle ceramiche, che le ricordavano la sua casa nella prateria, laggiù, nel Michigan, sulle rive dell’omonimo lago. L’aveva fatta suo padre quella casa di pietre rosse e tronchi di quercia più duri del ferro. Suo padre. Sì. Il vecchio John Jim Billie Kenneth Gordon Charles Frank Simpson, detto Al. L’aveva costruita con le sue mani grandi e callose. Giorno dopo giorno. Per tutta la vita. E non era mai riuscito a finirla. Mai. Si può finire un sogno?
«Nessuno saprebbe abbassarli con tanta grazia, ― pensava la gente ― nessuno ci riuscirebbe mai. A Pottercanyonsville e non solo. Nessuno».
Non appena sentivano il tonfo del coperchio tutti si riversavano nelle strade in preda a una profonda agitazione, correvano col cuore in gola e dicevano Magg ha abbassato il coperchio, l’ha abbassato, e dappertutto si sentiva urlare Magg ha abbassato il coperchio, finché qualcuno urlava da un bovindo Magg ha abbassato il coperchio, e così per tutte le piazze si metteva a correre la voce Magg ha abbassato il coperchio, da una piazza all’altra, giù fino alla stazione, dove si sentiva una voce gridare Magg ha abbassato il coperchio talmente forte che nella fabbrica di sifoni c’era sempre chi lo sentiva e si girava verso il vicino per sussurrare Magg ha abbassato il coperchio, cosa che velocemente finiva sulla bocca di tutti, malgrado il frastuono della fabbrica, che costringeva tutti ad alzare la voce per farsi sentire, Che dici? Magg ha abbassato il coperchio? Sì, l’ha abbassato, in un crescendo culminante nella voce che alla fine riusciva a far capire anche all’ultimo operaio quanto era accaduto, Magg l’ha abbassato, il coperchio, un boato che echeggiava altissimo nel cielo, e negli sguardi, e nelle menti, se anche a Chuckachumpauatapalka Stan il bandito scendeva dal cavallo, cadeva a terra, rotolava nella polvere, bestemmiava a denti stretti Dio e la Madonna, riprendeva il suo cappello e ― a voce bassa, come se stesse pronunciando una formula sacra ― mormorava quasi tra sé e sé:
«Magg ha abbassato il coperchio, porco demonio, l’ha abbassato».
Era arrivata a Pottercanyonsville il quattordicesimo giorno d’aprile di vent’anni prima Magg Simpson, in groppa a un’asina albina su per la mulattiera che dal cimitero portava alla chiesa maggiore. E proprio là, sul sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville, il quattordicesimo giorno d’aprile di vent’anni prima, col sole che ardeva come un’immensa lampada accesa da una mano gigante in mezzo a un cielo più blu dei suoi occhi, Magg capì che quella sarebbe stata la sua occupazione principale, per il resto della sua vita.
Quella.
Proprio quella.
Per il resto della vita.
La sua occupazione.
Principale.
Fino alla morte.
Lasciò cadere le valigie che sua sorella Molly aveva legato con nastri da cappelli, allargò le gambe, si mise le mani sulla pancia, le premette più che potette, irrigidì il diaframma blaterando qualcosa tra le labbra polpute (nessuno sapeva cosa, solo Henry, il birraio del Michigan, lo sapeva, ma non l’avrebbe detto nemmeno sotto tortura), e la fece lì. Sul sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville. Al centro esatto del sagrato. Sotto gli sguardi increduli di Greg il postino, Pete Crast il banchiere, Miss Reed la merciaia e Hunky Dunky il lattoniere.
Fu proprio lui, il vecchio Hunk a gridare per primo.
Con le lacrime agli occhi.
Perché non riusciva a crederci.
Non ci riusciva.
No.
Saltò su dalla sedia, tossì, sputò a terra e urlò: «L’ha fatta. Qui. Sul sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville. Diavolo d’una donna. S’è accucciata, e l’ha fatta, senza pensarci due volte».
Disse così, mentre cominciava a piovere. Sul mondo e su Hunky Dunky il lattoniere, che sapeva tutto di quella donna, perfino quanti capelli aveva in testa. O almeno così credeva. Tutto. Tranne il nome. Il nome no. Il nome non lo sapeva. Sapeva tutto meno il nome. Il resto sì, lo sapeva, o credeva di saperlo. Tutto. Per filo e per segno. All’infuori del nome. Quello no.
«Come si chiamerà?» chiese Hunk a Greg il postino.
Silenzio.
«Come si chiamerà?» chiese Greg il postino a Pete Crast il banchiere.
Silenzio.
«Come si chiamerà?» chiese Pete Crast il banchiere a Miss Reed la merciaia.
Silenzio.
«Come si chiamerà?» chiese Miss Reed la merciaia a Hunky Dunky il lattoniere.
«Lo domando a lei, faccio prima», rispose il vecchio Hunky sputando un grumo di tabacco che gli era rimasto incastrato fra i denti, più gialli d’una pannocchia in agosto, mentre saliva dai campi appena arati l’odore del grano.
E allora glielo chiese. Così. Nel modo più semplice e naturale possibile. La fissò nei suoi occhi blu come il cielo, cercò in ogni modo di dominare il tremore, e le chiese con voce flebile: «Di’, come ti chiami?».
«Magg. Magg Simpson. E tu?».
«Hunky Dunky mi chiamo. Faccio il lattoniere. E, mi venga un colpo, non ho mai visto una cosa simile, qui a Pottercanyonsville, e non solo».
«Ripetilo a voce alta. Che tutti sentano».
«Mai vista una cosa simile da quand’ero in fasce, parola di Hunk», e cadde in ginocchio. Aveva le palpebre più pesanti del piombo.
«Che ti succede, Hunky? Hai l’aria lontana. La puzza è arrivata fin lì?».
«Sì, perdio, ma non è questo. È che… stavo pensando fitto».
«A cosa, Hunk, non vuoi dirmelo?».
«Okay. Adesso te lo dico, Magg. Accada quel che accada. Pensavo che, perdio, mai nessuno aveva fatto una cosa simile qui sul sagrato, al centro esatto del sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville. E senza pensarci due volte».
«Lo credi davvero, o lo dici così, tanto per dire? Odio la gente che dice le cose tanto per dire. Uno potrebbe tacere. Invece apre la bocca, e parla. Decide di parlare. Di sua spontanea volontà. Senza che nessuno lo costringa. E poi che fa? parla così, solo per parlare? Ah no: se decidi di parlare senza che nessuno ti costringa, almeno dilla tutta. E per bene. Allora, dici davvero o lo dici tanto per dire? Perché se lo dici tanto per dire non andiamo per niente d’accordo. Per niente. Proprio per niente. Parola».
«Potessi cadere stecchito, Magg. Ora. Qui. Sul sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville, se quello che dico non è la verità. La pura, sacrosanta verità».
Ride e grida Hunky Dunky il lattoniere. Con le lacrime agli occhi. Mentre piove. Su di lui. Sul sagrato. Sul campanile della chiesa maggiore. Sul curato che spia dalla grata grattandosi il collo arrossato dal sudore. Su Pottercanyonsville. Sul mondo intero. Una pioggia fine, insistente, lucida e scivolosa come l’olio che suo padre Al spremeva dalle olive giganti del Michigan.
Magg ascolta.
Magg ascolta e vede tutto.
Magg non perde il benché minimo dettaglio.
Poi si pulisce con una foglia di fico, la ripone in un sacchetto che sua madre le cucì in punto di morte con le sue iniziali a trame d’oro (fu proprio su quel sacchetto che esalò il suo ultimo respiro), e si riveste con calma. Io non dimenticherò mai due cose: la sua calma, e quel modo di strabuzzare gli occhi in preda al piacere mentre cercava di farla più grossa che poteva, là, sul sagrato della chiesa maggiore di Pottercanyonsville, appoggiando i gomiti sulle ginocchia come un samurai.
Dopo un po’ si alzò, Magg.
Si alzò e prese le valigie.
Prima una.
Poi l’altra.
Con calma.
Con estrema calma.
Uno spettacolo.
Era come se la sua vita ― tutta, il presente, il passato, il futuro ― fosse racchiusa in quelle due manigliette di vacca, la vacca pezzata che lei stessa mungeva ogni mattina, laggiù, nella prateria, mentre suo padre Al spremeva le olive giganti del Michigan.
Prese le valigie sotto gli sguardi allibiti di Greg il postino, Pete Crast il banchiere, Miss Reed la merciaia e Hunky Dunky il lattoniere, a cui s’erano aggiunti nel frattempo Harold il fornaio, Maude la sarta, Thomas il becchino, Johnson il falegname, Oswald il macellaio, Didi Dodi la badessa, Jeoffrey lo sceriffo e Dustin Cravenford, giudice e sindaco di Pottercanyonsville. Anch’essi allibiti. Sì. Allibiti e ammirati. Si guardavano l’un l’altro e si chiedevano Come è possibile tutto questo? Non è possibile. Non ha senso.
E in effetti non aveva senso.
Proprio nessun senso.
Nessuno.

giovedì 6 agosto 2009

Là comincia il Messico

Gualberto Alvino vellica e soddisfa pienamente qualsivoglia predilezione per forme espressive gustose e dense di senso, per tutti i barocchismi, (gaddismi, manganellismi, pizzutismi) («iobocca: perpetuo mastichìo del nonpensarmi»), e contorsioni, e circumvoluzioni, ciò che è eccessivamente scabro o ridondante, ciò che è succosamente compiacente, certi lemmi pastosi, inusuali, desueti, i periodi brevi, secchi e sincopati, e nondimeno quelli dove la prosa s’allunga e tende all’infinito e la punteggiatura assume il ruolo, direi senz’altro la grande responsabilità, di coniugarsi e di fondersi alla metrica realizzando misteriose sincronie. Una danza, il fondo schiena del fantino con la groppa, una qualunque, d’un cavallo che è al trotto, montato all’inglese. Là comincia il Messico è un percorso sinusoidale verso il delirio, cui pare alludere l’avvinghiarsi di certi toni e timbri rari, ricercatissimi, austeri, fortemente inquietanti, un incalzare di dissonanze sullo sfondo. Luca Tassinari dice che «è un testo che lascia in secondo piano il significato, a tutto vantaggio della forma». La forma, in fondo, è tutto ciò che aggredisce, ciò che s’infiltra immediatamente nei nostri sensi. Su quest’impatto, sull’esito piuttosto di quest’impatto, il cervello riflette, rumina, medita lungamente. Si ha il senso, leggendo questo testo, che il Messico sia un implicito confine. Una soglia ontologica. Tutto ha un suo senso pieno, tutto si muove in una ribollente sintonia, all’interno e all’esterno di una discriminante. Opinabile, incerta, relativa, forse del tutto e solo affabulatoria.

Mauro Calenda

Gualberto Alvino
Là comincia il Messico
Firenze, Polistampa, 2008

domenica 2 agosto 2009

Felice Paniconi

Il colore rosso

Sotto il tavolo, ferito, ho trovato il colore
rosso. Era caduto inavvertitamente
abbandonando la fitta e ordinata schiera.
L’ho raccolto e adagiato sul tavolo
e mio figlio quando è arrivato da scuola
è stato contento di ritrovarlo dicendomi
che lo aveva tanto cercato. L’ha accarezzato,
gli ha rifatto la punta e lo ha rimesso
al suo posto. Ora marcia fiero con i suoi compagni,
sembra che non sia successo nulla
ma la cicatrice sul vestito è il monumento al dolore
e, anche se si sforza di non ricordare,
la sua lancia è un po’ più corta.


Passeggiata

Mi chiede mia figlia perché volando
gridano i gabbiani. Vorrei rispondere
con i versi del poeta perché pace
non hanno, non hanno un nido
e sono in perpetuo volo.

Ma fissando il cielo le dico
perché vogliono che in alto guardiamo
i loro voli. Mia figlia
mi guarda e stringiamo le mani
ed io penso che forse
il mare è amico loro
che il cielo è più azzurro
dopo lunghi richiami.