Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

mercoledì 31 marzo 2010

Auguri

Ora e nell'ora



Si svuotò la casa e il bianco delle pareti
scavò via il cuore e raschiò il cavo
della cassa toracica squassata Allora
Ora e nell'ora di quella morte ancora
Nessun fantasma venne a reclamare
Nessun oggetto si ribellò e fuggì via
I lampadari pendevano stupidamente
I rubinetti esalavano sabbia e silenzio
Nello sguardo dell'uomo il ghiaccio
dell'addio e la folla di spettri sorridenti
Nessun suono vibrò nell'aria Allora
Ora e nell'ora di quella morte ancora
Mutare è abbandonare pensò mentre
dalla finestra la luce si beffava di lui
Ed ebbe il desiderio d'esser nudo
come quella casa quella storia perduta
nudo come all'origine era venuto
leggero e spoglio come se ne andrà
Buttò le chiavi nel pozzo del suo fegato
Non si voltò mentre s'allontanava
Ma sentiva lo sguardo delle mura
il respiro debole della casa tradita
il rimprovero del bisogno di dimenticare
Ora e nell'ora di quella morte ancora
E fu sera e fu mattino Con un volo low cost
tornò ad abitare se stesso Di nuovo Allora
Ora e nell'ora di questa vita ancora
Come un reduce ossessionato sentiva
gli arti fantasma della memoria ingannarlo
col disagio di non sentire più la terra 
Sentì nei baci del ritorno il sapore aspro
la dimessa resa di sentimenti doverosi
sciogliersi sul palato e nel respiro stanco
Fu certo di sparire ma rimase in piedi
Pensò di sorridere ma sospirò Ora disse
Ora e nell'ora di questa vita ancora
Chiudendo la porta l'odore dei corpi
i suoni dell'infanzia la zagara odorosa
risuonarono fuggevolmente Allora Ora
Ebbe il chiaro presagio del presente
vago e inquietante come un foglio bianco


© Francesco Randazzo - 2010



martedì 30 marzo 2010

Non c'era nulla che non potessimo sognare





Non c'era nulla che non potessimo sognare
Il mondo era per noi miglior speranza
ogni giorno duro da costruire insieme
E si lottava e si sperava e si studiava
spavaldi e spaventati della vita, noi
ragazzi che alle elementari il maestro
ci leggeva la Costituzione, un po' noiosa
è vero a sette otto anni, eppure c'è rimasta
nella mente e c'ha aiutato a crescere pensando
che i diritti fondamentali sono coscienza
che il dovere e la legge sono armonia
Abbiamo creduto e abbiamo lottato
da una parte o dall'altra ma sinceri
Siamo andati e tornati per paesi lontani
a formare le schiere di professionisti
la meglio gioventù di un nuovo mondo
che volevamo costruire semplicemente
esistendo nel vivere e nel fare Praticare
quei sogni e quelle speranze giovani
ancora salde nel nostro respiro Ma
l'aria non è più quella di un tempo
e i corpi sono stanchi d'aspettare
Eppure dobbiamo rimanere in piedi
a schiena dritta La mano salda sul timone
Lo sguardo ancora verso l'orizzonte
Certi che Itaca ancora esiste o esisterà
e che oltre le paurose colonne d'Ercole 
moriremo per aver osato credere sempre
contro l'impossibile caos delle coscienze
"Fatti non fummo per viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"
Pagheremo spendendo la vita intera
ma non annegheremo come Ulisse
Ritorneremo a riveder le stelle

© Francesco Randazzo - 2010


lunedì 29 marzo 2010

Accorrete a voi stessi in soccorso



Accorrete a voi stessi in soccorso
disprezzate il riposo sul divano
uscite incorrete infrangete
fatevi portatori di disturbo
origliate verità dimenticate
e gridatele al vento nelle piazze
Ditevi qualcosa che valga la pena
tramandare ai vostri figli Ditevelo
Ma fate qualcosa fatelo per voi
fatelo perché va fatto non solo
per convenienza Mai per questo
Non accendete candele ai santi
Incendiatevi l'anima e il sangue
Miracolatevi con folle ragione 
Perché così sarete viventi
liberi nel giusto esistere
e non invano passerà la vita
e non inutile sarà morire
lasciando non polvere sbiadita
ma scavate tracce da seguire
e il cane del tempo non saprà
distruggervi Vento e pietra siate
Suonatevi in tempo ostinato
Cominciate prima che sia tardi
prima che sia troppo tardi
Cominciate Accorrete adesso
Accorrete a voi stessi in soccorso


© Francesco Randazzo - 2010

venerdì 26 marzo 2010

Sulla strada abbandonata





Sulla strada abbandonata
c'era un cartello nuovo
segnato in amaranto
con pennarello grosso
Il vento scricchiolava
sul ferro abbandonato
sul materasso sporco
tra il bitume spaccato 
e una lattina erosa
Non si sentiva altro
nemmeno il respiro
C'era un sole ostico
da cataratta senile
e c'era quel cartello
segnato in amaranto
con pennarello grosso
da mano tracotante
in brutto stampatello
diceva solamente
«Dio c'è»
Solo questo ma perentorio
Non si vedeva nessuno
e sembrava senza speranza
quando il ragazzo si voltò
di scatto e fu sorpreso


Giù in fondo
dalla voragine d'asfalto
che si sgretolava
tra sassi e detriti
fino alla scogliera 
il mare rise a spruzzi
dissolti in schiuma lieve


© Francesco Randazzo - 2010


giovedì 25 marzo 2010

Ci sono attimi


Ci sono attimi che attraversano la vita intera
attimi di silenzio e visioni abbaglianti
punte di spillo acuminate aratri di larghi solchi
attimi racchiusi in piccole cose materiali
un anello il palmo di una mano una biglia
mentre passi la mano sulla tovaglia e l'onda
di stoffa ti appare tessuta nell'esistenza
mobile morbida millenaria mitico manto
Non è nulla ti dici eppure c'è tutto ciò
di cui la materia è intrisa  La percezione
è tutto e ci sono attimi che spiegano tutto
senza dimostrare nulla La creazione
il battito e la stasi sono chiarissimi
come l'odore della benzina stordiscono
ed esaltano Un attimo Solo un poco ma tanto
L'anima sta tutta qui e puoi vederla


©Francesco Randazzo - 2010

martedì 23 marzo 2010

Gualberto Alvino. Norma o decenza?

Nel suo bel saggio sul Sentimento della norma linguistica nell’Italia di oggi (in "Studi linguistici italiani", XXX 2004, pp. 85-103, alle pp. 100-1), largo d’analisi e dati preziosi tanto allo specialista che all’amatore di lingua, Luca Serianni — uno dei pochi, veri maestri che la nostra accademia possa ancora vantare — si sofferma su un mio scritto (La lingua dei linguisti, «Fermenti», XXXII 2002, 224 pp. 1-16) e ne addita l’"assunto di partenza" nella richiesta agli studiosi di cose linguistiche d’"una prosa stilisticamente elaborata e non semplicemente chiara e corretta", forzandone così l’interpretazione. Ma diamogli senz’altro la parola:


In anni più recenti un raffinato studioso di letteratura moderna, noto in particolare come editore delle impervie pagine di Antonio Pizzuto, ha scritto anch’egli in tono semiserio un articolo sulla sciatteria linguistica di "un drappello di celeberrimi linguisti italiani in servizio permanente effettivo il cui ingegno e magistero scientifico nessuno ardirà porre in dubbio". Più che discutere l’assunto di partenza, e senza negare la fondatezza di alcuni rilievi particolari, è interessante notare come una delle imputazioni più frequenti sia, ancora una volta, la ridondanza, nella fattispecie la ripetizione della stessa parola o di parole corradicali o, come scrive più forbitamente il critico, il "ripudio dell’ellitticità non meno indotto da vocazione professorale alla ridondanza che da scarsa attitudine in materia di tecniche sostitutive". Uno dei brani incriminati è il seguente (il grassetto indica per l’appunto le ripetizioni, il corsivo un commento di Alvino): "La situazione italiana è molto diversa. Quando si parla di dialetti italiani non ci si riferisce a diverse varietà di italiano: i dialetti italiani differiscono fra loro, e dalla lingua nazionale, tanto che quelli che parlano dialetti diversi possono non essere in grado di capirsi reciprocamente [l’omissione dell’avverbio avrebbe forse nociuto alla trasparenza del dettato?]. I dialetti possono differire l’uno dall’altro tanto quanto il francese differisce dallo spagnolo".
Si tratta di un passo estratto da un’opera di Anna Laura e Giulio Lepschy, La lingua italiana. Storia, varietà dell’uso, grammatica, Milano, Bompiani, 1995. Personalmente, avrei qualcosa da eccepire sulla presentazione che, in vari interventi, i Lepschy hanno dato sul rapporto tra lingua e dialetti in Italia. Ma non trovo nulla da ridire sul modo di scrivere, funzionale — proprio attraverso l’apparente "ridondanza" informativa — a mettere in adeguato rilievo l’assunto radicale da loro sostenuto: cioè che tra i dialetti dell’italiano ci sia la stessa differenza che sussiste tra due lingue diverse, sia pure derivanti dallo stesso ceppo, come il francese e lo spagnolo. Paradossalmente, anche uno scrivente estremamente avvertito dei vari livelli d’uso della lingua, come Alvino, finisce col trascurare la differenza tra un manuale (come quello dei Lepschy), di taglio informativo e destinato a un largo pubblico, e un saggio letterario, rivolto ai pochi che condividono l’orizzonte culturale dell’autore; solo nel secondo ci si può ben permettere, aristocraticamente, un’elaborazione stilistica che riuscirebbe persino fuor di luogo in un testo di studio.


Non ho nessuna difficoltà a riconoscere d’aver sempre avuto in odio qualunque mimesi del parlato e di rabbrividire di fronte alle infingardaggini di certi scriventi, perfino nei ricettarî e nelle istruzioni di pronto soccorso; ma sarei più quadrupede di quanto mi ritenga se osassi allevare le pretese affibbiatemi dal mio cortese critico. Quando mai avrei chiesto ai linguisti girandole d’immagini, sconvolgenti invenzioni, miraboli iperboli?
È la prima volta — e mi brucia — che mi càpita di discordare così radicalmente dall’ineffabile supervisore di tante mie avventure onomaturgiche, ma sono sicuro di non alienarmene la benevolenza sottoponendo a serrato esame i suoi rilievi.
L’"assunto di partenza" del mio saggio è tutto nel seguente quesito: "chi vorrà asserire che una forma ottusa, una coscienza linguistica annullata può ugualmente veicolare acume, intuizione, originalità in fatto proprio di lingua? In termini più espliciti: di quale attendibilità critico-scientifica potrà mai godere il noncurante della propria stessa pagina?"; quanto dire: il privo d’orecchio non può che essere un musicista da strapazzo, o un pessimo analista di musica. Delirante sillogismo? Asserto scandaloso? Non credo, visto il franco consenso tributato al mio scrittarello da molti addetti ai lavori. Del resto il ragionamento mi sembra lapalissiano: chi, come i Lepschy, scrive "capirsi reciprocamente" in luogo di "capirsi" non mostra forse d’ignorare che il concetto di reciprocità è racchiuso nella particella pronominale in coda al verbo e che dunque l’avverbio riesce — oltreché insoffribilmente ridondante (non sarebbe la fine del mondo) — affatto inaccettabile da qualsiasi riguardo? Mi rifiuto di credere che l’autore della più celebrata grammatica italiana oggi in circolazione, scrivente sobrio lucido sorvegliato, irreprensibile perfino nei commerci epistolarî, non trovi "nulla da ridire"; ma santocielo, in quale sperduta contrada italiana esistono parlanti estrosi a tal segno da concepir frasi come "Quei due non sono in grado di capirsi reciprocamente", "Allora? ci siamo capiti reciprocamente?" o d’architettare astrusi congegni del tipo "La situazione italiana è molto diversa. Quando si parla di dialetti italiani non ci si riferisce a diverse varietà di italiano: i dialetti italiani differiscono fra loro, e dalla lingua nazionale, tanto che quelli che parlano dialetti diversi possono non essere in grado di capirsi reciprocamente. I dialetti possono differire l’uno dall’altro tanto quanto il francese differisce dallo spagnolo" per dire semplicemente che tra i dialetti italiani corre la stessa differenza che separa due lingue (perché aggiungere diverse? due lingue non possono certo essere uguali), sia pur derivanti dal medesimo ceppo, come il francese e lo spagnolo?
Linguaggio aristocratico? Suprema elaborazione stilistica? Per carità! Solo un grano di buon senso, di cognizione, e soprattutto di decenza. Non ho mai chiesto altro ai linguisti. Doti, si badi, strettamente correlate, perché chi non sa scrivere non conosce la lingua, e chi ignora la lingua non può essere in grado di scriverne (né di pensare in modo lucido e razionale, o di pensare tout court). Prova ne sia che il citato manuale è infarcito di notazioni e avvertenze stravaganti come queste:

a) "In certi casi la stessa parola si può trovare con una consonante singola e con una doppia; per es. […] filossera e fillossera, melone e mellone" [p. 83];
b) "la specie, le specie; la superficie, le superficie (si incontrano anche i plurali le speci, le superfici, considerati meno corretti)" [p. 101];
c) "ma l’uso di voi sta diminuendo, e a uno studente straniero può convenire limitarsi a lei per i conoscenti, e al tu per amici e colleghi" [p. 107);
d) "Perfino con verbi pronominali in cui la forma senza pronome non sarebbe ambigua, occorre dire vogliono che tu ti penta e non vogliono che ti penta" [p. 132];
e) "mi gli presentano e gli mi presentano possono entrambi valere 'presentano me a lui'. Questi nessi sono comunque duri e generalmente evitati" [p. 181];

cui opponevo nel mio saggio le seguenti osservazioni:

a) Si vorrà porre la prima coppia (costituita da pure varianti di forma) sull’identico piano della seconda (lingua vs dialetto)?
b) con buona pace dei Lepschy, il plurale le superficie è oramai fuori corso da molti decennî, avendo lasciato libero campo alla forma da essi inesplicabilmente indicata come "meno corretta";
c) l’uso dell’allocutivo voi non sta diminuendo: è completamente scomparso, e lo "studente straniero" avrebbe tutto il diritto di apprendere che esso sopravvive esclusivamente nel parlato informale del Meridione;
d) non è chi non colga l’assoluta inconsistenza del precetto (tanto più singolare in quanto proveniente dai più acri oppositori della norma linguistica), vista la perfetta equivalenza sia grammaticale che semantica delle due proposizioni;
e) "generalmente"? quei nessi sono accuratamente evitati nella lingua italiana, e il prospettarne anche soltanto una remotissima plausibilità in un’opera d’uso eminentemente pratico non può non ingenerare la più sviante, antipedagogica babilonia.

Provate a immaginare i Lepschy alle prese con la lingua degli autori: si imbatterebbero nella forma mellone o nell’allocutivo voi, e non ne coglierebbero le implicazioni mimetiche; salterebbero a piè pari su una spia stilistica di grande importanza come il plurale desueto le superficie, o si limiterebbero a considerare duro ma nient’affatto vitando — ergo stilisticamente irrilevante — un mostriciattolo come gli mi presentano, e via negligendo.
Melius abundare, specie nei testi informativi destinati a un vasto pubblico: tale, in sostanza, l’ammonimento di Serianni. Nonché di Giovanni Nencioni, ex presidente dell’Accademia della Crusca (e sommo scrittore), il quale, commentando La lingua dei linguisti, così notava: "la ripetizione terminologica è il modo certamente più povero e più monotono, ma più sicuro di guidare il giudizio e le mani dell’esecutore, e (perché no?) del linguista e dello scienziato quando si tratti di imprimere nella memoria del lettore o dell’ascoltatore costanti concettuali od oggettuali per le quali la lingua scientifica non veda miglior mezzo di denotazione che l’uso di termini unici e monosemici. In quei casi il miglior principio da seguire è quello della proprietà".
Non posso non replicare ai due illustri studiosi che proprio nei testi divulgativi e di studio è indispensabile tenere un minimo decoro formale che funga da esempio agli sprovveduti destinatarî. Mi strabilio che essi non reputino possibile — oltreché imperativo nel caso dei linguisti — contemperare dignità espressiva e precisione semantica in qualsiasi testo, qual che ne sia il livello d’uso.
Perché mai, e a beneficio di chi, Bruno Migliorini sarebbe obbligato a scrivere: "si è ereditato bensì il modulo di questo costrutto, ma il modo di concepirlo non poteva non modificarsi" o "spingono a preferire, volta a volta, l’una ovvero l’altra. Certo, molte volte" o "coniazione di numerosissimi termini nuovi"?
E Lorenzo Renzi: "ogni strofa presenta un animale; la IV ne presenta due. Ma anche l’organizzazione interna delle strofi presenta ritorni regolari. Ogni animale è presentato» o «Non ho parlato finora dei tre ultimi animali. I tre ultimi animali"?
E Paolo Zolli: "alla fine del secolo precedente finirà con l’intaccare"?
E Vittorio Coletti: «specializzatissimo specie nei nomi" o "il (ovviamente) ribaditissimo ritratto" o "gran uso"?
E Maria Corti: "violazione delle norme della grammatica della lingua"?
E Tullio De Mauro: "volendo costruire una teoria del significato, si traccia la storia della più diffusa concezione del significato, quella per cui il significato"?
E Ignazio Baldelli: "i deputati fascisti della Camera erano una esigua mino-ranza: le elezioni del 1929 furono fatte a lista unica e furono così eletti soltanto deputati fascisti: in realtà il Duce del fascismo"?
E Carmelo S. Scavuzzo: "una forma come per il, che ci aspetteremmo censurata dalla totalità dei grammatici, trova inaspettato accoglimento"?
E, ancora, i Lepschy: "gli assunti su cui si basa la seconda parte, particolarmente per quanto riguarda"?
Riscriviamo "questi che parrebbero cocenti essudati d’un ginnasiale dalla vena infingarda e magrissima" (Gualberto Alvino, La lingua dei linguisti, cit., p. 1) cronometrando la durata della revisione:

– si è ereditato bensì il modulo di questo costrutto, ma la maniera di concepirlo non poteva non trasformarsi (alterarsi, mutare, cambiare…);
– spingono a preferire, volta a volta, l’una ovvero l’altra. Certo, spesso;
– coniazione di numerosissimi termini;
– Non ho parlato finora dei tre ultimi animali. I quali;
– al termine (al volgere) del secolo scorso finirà con l’intaccare;
– specializzatissimo soprattutto (massime) nei nomi;
– il — naturalmente — ribaditissimo ritratto;
– violazioni delle norme grammaticali (violazioni della grammatica;
– volendo costruire una teoria del significato, si traccia la storia della sua più diffusa concezione, quella per cui esso;
– i rappresentanti fascisti della Camera erano una esigua minoranza: le votazioni del 1929 furono fatte a lista unica e vennero così eletti soltanto deputati fascisti: in realtà il Duce;
– una forma come per il, che ci aspetteremmo censurata dalla totalità dei grammatici, trova inatteso (imprevisto, inopinato) accoglimento;
– gli assunti su cui si basa la seconda parte, specie (soprattutto) per quanto riguarda.

Tempo impiegato: 1 minuto e 8 secondi. Troppo, per i signori linguisti?


Da "Fermenti", XXXV 2005, n. 227, fasc. 1 pp. 393-97.

domenica 21 marzo 2010


DA QUESTA PARTE DELLA MORTE

Te l’ hanno lasciata così, senza mettere un paravento in mezzo. Non le hanno chiuso la bocca, non le hanno steso un lenzuolo sopra. Tra gli infermieri è iniziato un va e vieni. Devono decidere a chi tocca chiamare i parenti. Il figlio è stato qui fino a pochi minuti fa. Mezz’ora prima la imboccava. Uscendo, ti aveva pregato di darle un’ occhiata e tu ti eri messa subito a strillare appena lei aveva preso a tremare. Avevi chiamato l’ infermiere, ma non era venuto nessuno. Poi lei aveva cambiato colore e si era sentito un odore tremendamente forte. L’ avevano provata a rianimare, ma senza molta convinzione. Erano già intimiditi, come in soggezione,forse timorosi di schiacciarle le costole o impreparati davanti alla morte. La sera prima li avevi sentiti scommettere tra loro. Uno diceva che non sarebbe arrivata alla fine del mese, l’ altro che non superava la settimana. Ti eri concentrata per capire se stessero parlando di lei o di te. Guarda come respira, dicevano. Pesa come uno scheletro! Quei commenti potevano riguardarvi entrambe. Pure i parenti lo sanno che è andata, avevano detto a un certo punto. Quindi non parlavano di te, visto che i tuoi sono anni che non li vedi. Comunque un terzo infermiere, nella scommessa, aveva aggiunto che non solo non superava la settimana, ma nemmeno la giornata. Si era sbagliato di poco, questione di ore. Quell’ infermiere è il più cinico del mondo: tratta tutti con sarcasmo. A volte, dai tuoi pasti, fa sparire il dolce. Lo hai sentito con le tue orecchie. Gli fa male, sorride, a bocca piena, ha il colesterolo troppo alto: un’ altra fetta di torta e fa tombola!

2
Con Salvatore,il figlio della signora, avevate parlato delle Olimpiadi di Roma. Quando ti ha detto che di anni ne aveva sessanta, ha specificato “come l’ anno delle Olimpiadi”. Eravate bambini, lo stesso giorno nello stesso posto. Lui, in quello stadio, rammentava un atleta in particolare: miope, con gli occhiali, ma che il traguardo lo vedeva meglio di tutti gli altri. Tu ricordavi, invece, migliaia di persone tutte insieme: una persona in forma di folla. Ci siamo ritrovati qua, aveva commentato lui. Forse pensava che, intorno al tuo letto, c’ era tutto, tranne che una folla. Ti aveva lasciato il suo numero, per ogni evenienza. Non gli piacevano gli infermieri. E ora avrà una conferma alla sua diffidenza. Guardi il numero nella rubrica. Non lo chiameresti se fossi certa che lo avvertissero gli altri, ma non vuoi che a chiamarlo sia un cinico, che gli ripeta si faccia coraggio, oppure aveva novant’ anni, prima o poi succederà a tutti, minimizzando con una gomma, o un sorrisetto in bocca. Fai il numero. Lui risponde subito, ma non dice pronto, non dice chi è, non dice chi parla. Dice no. E tu gli rispondi sì.

3
Poco dopo lui è lì insieme ad una specie di gemello. Quel fratello non era mai venuto prima, forse perché era troppo elegante per varcare la soglia di un ospedale! -Il dottore aveva detto che potevo andare. Mi aveva garantito che mi potevo fidare- si lamenta Salvatore -Aveva passato i novanta. La sua vita l’ha fatta- lo consola quello elegante. Ora la bocca gliel’ hanno chiusa, mettendole una garza sul mento. I due figli sono ai piedi del letto. Quello elegante è dritto e sembra un pezzo di carne da scongelare. Salvatore pizzica le guance della madre. La tocca con la punta della mano, come se stesse sfiorando il passato. A un certo punto, si gira, accorgendosi che tu sei ancora viva. -Ha sofferto?-ti chiede.

4
Immagini che sia lei a guardare te morire e la tua bocca spalancata davanti ad estranei. Potendo scegliere, preferiresti che ti chiudessero subito la bocca, ancor prima degli occhi. Chiudi il becco, quello te l’ hanno detto, ma nessuno ti ha mai ordinato di abbassare le palpebre. Stai zitta che non hai nulla, ti diceva tua madre. E, invece, non aveva capito niente. Sempre a minimizzare le tue cose, fin da piccola: i tuoi amori, le tue malattie, le tue passioni. Mauro, secondo lei, era un capriccio. Durano vent’ anni i capricci? Allora anche la vita dovrebbe essere catalogata così! Il “capriccio” di Mauro per te era durato fino all’ ultimo respiro. Se ne era andato, con te accanto, guidando. Aveva messo la mano sul petto, ma l’ altra l’ aveva tenuta sul volante e chissà che sforzo aveva fatto per rallentare: il suo ultimo atto d’ amore. Entrano una donna con due ragazzi. La fissano e piangono. Il ragazzo ti guarda a disagio. Sembra dispiaciuto che tu debba assistere, così da vicino, al loro spettacolo. Non sa che non sei una semplice spettatrice, ma una protagonista di questa storia, visto che hai la stessa cosa di sua nonna.

5
Ora tutti la toccano, compreso il ragazzo. Chissà se da viva l’ ha mai carezzata. Ognuno ha il suo saluto speciale. Il figlio elegante le aggiusta i capelli. La signora le tiene la mano sulla fronte, come se dovesse provarle la febbre. Salvatore la sua mano non la stacca più, quasi volesse percepire anche lui il freddo della morte, o stesse provando a farle sentire calore. Ha vissuto la sua vita, dice l’ uomo elegante. Sembra che gli sia morta una mosca, non la madre. La vita è così, ripete al cellulare, si nasce e si muore. Lui pensa già ai dettagli. Chiede all’ infermiere cosa debbano fare. Quello gli parla della cappella mortuaria, dove dovranno firmare un paio di carte. In mano ha già pronta una penna sgargiante, mentre gli altri hanno le mani occupate ad abbracciarsi. –Non ha sofferto- si ripete Salvatore -Deve essere seppellita a Pompei - sentenzia, come se fosse un ordine,il nipote -Erano quelli i suoi desideri- Sarà spirata da un’ ora e già, da questa parte della morte, sono successe tante cose. E’ uscita fuori la storia di un cimitero a Pompei, dove c’ erano mille alberi da frutta accanto ai cipressi e dove lei, da bambina, prendeva le susine, col guardiano che le strillava assassina, invece che ladra. Ma assassino non è chi uccide i vivi? E lì l’ unico vivo non era il becchino? In quest’ ora è successo anche che Salvatore intonasse alcune note. Era questa, spiega, la sua canzone preferita. La faceva al pianoforte, con due dita! –Vostra nonna era una donna seria- dice ai suoi figli. Dopo un po’ si affaccia l’ infermiere, che chiede ai parenti di uscire. Tutti quanti lo seguono distratti, scordandosi di salutarti. L’ infermiere è raggiunto da un altro con cui tirano la salma dentro uno scrigno metallico. –Peserà quaranta chili- dice uno. -Quarantaquattro. Forty-four- rilancia quello cinico. E poi, per sancire la scommessa, si stringono la mano: dieci euro. Io peso 45, vorresti dirgli. Ho 63 anni. Ho un figlio chissà dove. Non ho mai visto Praga. Non ho più fatto l’ amore da quando avevo 40 anni. Ho amato alla follia la musica di Schumann e la città di Vienna. Ho dipinto cose strane per un po’. Ho dimenticato tutte le preghiere che conoscevo, ma non tutte le poesie. E quando sarà il mio momento, casomai reciterò dei versi, vi prego non scommettete se è una poesia vera o una preghiera.

6
Il letto è vuoto adesso. C’è ancora la forma della signora. Ti viene voglia di parlare con la sua ombra. In alcune lingue neolatine “uomo” e “ombra” suonano quasi allo stesso modo. Sono lingue intelligenti, pensi. Ora sei sola. Ti senti un poco lei. Fai le prove: spalanchi le braccia. Chiudi gli occhi e apri la bocca. Apri gli occhi e la bocca. Chiudi la bocca e apri gli occhi. E non dormi.

7
La camera mortuaria è spoglia. La signora, invece, l’ hanno vestita a festa, di nero e di verde. Non sai neanche perché l’ hai voluta rivedere. In genere, non ti piace farti mettere sulla sedia a rotelle, ma qualcosa ti ha attirata, come uno strano odore. La nipote ripete che è bellissima. Suo fratello aggiunge che è meglio che in vita. La palpeggiano un’ ultima volta. E’ freddissima, dice qualcuno. Temperatura ambiente, commenta Salvatore. La sfiora col palmo aperto, dopodiché, sempre con il palmo, misura le sue spalle. Spalanca la mano tre volte, poi ripete l’operazione. –Porco Dio, questi non sono 50 centimetri-bestemmia- Non sono nemmeno 55!- -Non entrerà mai. Gliel’ avevo detto che, a Pompei, sono più piccoli i fornetti! Quel beccamorto del cavolo ci ha riciclato una bara standard! –Questi non sono 50 centimetri-ripete, mostrando a tutti la sua mano. Ora Salvatore sta parlando al cellulare, mentre il fratello elegante, che è conciato in maniera inappuntabile, ascolta la chiamata a distanza. –…Al cimitero non si sega niente, col buio e tutto -urla Salvatore - La risolve qui, la cosa, o c’ entra lei,invece di mia madre, nella tomba. Sa che le dico? noi non ci presentiamo al funerale e così lo saprà tutto il quartiere come lavorate bene!- Ti senti agitata. Non ti regge di restare. Da lontano senti ancora gridare. Poi odi soltanto la tua sedia a rotelle, che cigola su per la rampa, lentamente. Non si sa come finirà la faccenda della bara. L’ infermiere sta ridendo. Forse anche su questo staranno già scommettendo. La morta è in ritardo, pensi, sdraiandoti.



Simone Consorti

venerdì 19 marzo 2010

impolverato di luce


Attraverso Roma nel sole
come un nomade perduto
la riconosco mia eppure
indifferente
le pietre il cielo e me
sampietrini e calzini
caldi e aggrinziti 
sotto e dentro scarpe nere

Schizzi di fontana
centurioni e pantheon
schiuma di birra scivolosa 

Osservo il ragazzo
nella stanza di Caravaggio
come uno schiaffo d'innocenza
e lo ringrazio e l'invidio
lui che sta e sa per sempre

Vorrei baciare una statua
e svegliarla nella carne
Vorrei che lei mi baciasse
e mi rendesse pietra

Accarezzami come il tempo
che attraversa e ignora
città giocasta che m'acceca
peripatetica impassibile
baciami un'ultima volta
fingiti come sempre
innamorata

Un incontro e un addio
questo vivere intenso
impolverato di luce

© Francesco Randazzo - 2010


domenica 14 marzo 2010

TRE VARIANTI DI BACI

1
Mi mandavi baci in bocca
col piccione viaggiatore
La bestiola mezza tocca
ci metteva quindici ore

Delegavi le minacce
al tuo falco da primato
Se perdeva le mie tracce
c' era un' aquila in agguato

Mi mandavi a quel paese
grazie a un pappagallo giallo
Quello pieno di pretese
si portava il piedistallo

Ma venivi di persona
quando c' era da volare
Sento ancora l' aria buona
sopra un mare di zanzare


2
L' ultimo bacio l' ho dato
a pagamento
Il penultimo
a tradimento
Il terzultimo
l' ho colpita sul mento
Il quartultimo
ha creato sgomento
Il quintultimo
è durato un momento
Il sestultimo
non lo rammento

3
Bianco è il nostro bacio
Sa di lenzuola
d' ospedale
e di tramonti
andati a male

sabato 13 marzo 2010

M’arrusbigghiu e sentu lu niuru di la notti




I wake and feel the fell of dark, not day.
What hours, O what black hours we have spent
This night! what sights you, heart, saw; ways you went!
And more must, in yet longer light's delay.

With witness I speak this. But where I say
Hours I mean years, mean life. And my lament
Is cries countless, cries like dead letters sent
To dearest him that lives alas! away.

I am gall, I am heartburn. God's most deep decrees
Bitter would have me taste: my taste was me;
Bones built in me, flesh filled, blood brimmed the curse.

Selfyeast of spirit a dull dough sours. I see
The lost are like this, and their scourge to be
As I am mine, their sweating selves, but worse. 



* * *

M’arrusbigghiu e sentu lu niuru di la notti, no lu jornu.
Chi uri, chi uri niuri sfardammu
‘sta nuttata! Chi vidisti, cori! Unni fusti!
E ancora assai n’ha passari ‘ntra ‘stu longu jornu!
Parru pirchì lu pruvai. Ma unni dissi uri
‘ntennu anni, ‘na vita. E lu lamentu miu
è chiantu senza nnummeru, morti littri spirduti
a chiddu ca vivi, ah lastima, luntanu.


Sugnu vilenu, abbruciatu ‘nto cori.
Segretu e mistiriusu cumannu divinu
volsi ca sintissi l’amaru, sintissi di mia stissu;
l’ossa s’isaru, la carni cummigghiau
e lu sangu jnchìu la malidizioni.


Lu schifìu acitu di lu me spirtu,
ammacchia la janca farina di lu corpu.
Sacciu ca li dannati su’ accussì,
afflitti comu a mia, di lu propriu suduri,
ma ccu cchiù gran duluri.


lunedì 8 marzo 2010

D' IN SULLA VETTA D' UNA TORRETTA

D' in sulla vetta d' una torretta
Visionario, solitario stai
Passero che sogni ben altra vetta
Passero che non ti passerà mai

Dì lì vedi dentro una toletta
Una donna che con gesti gai
E' più di mezz'ora che si umetta
Mentre in cucina il forno fa guai

Vedi ragazzi andare di fretta
Chissà dove, verso quali viavai
Dalla toletta spunta una tetta
Ma tu te la sei persa. Ahi

Tutto il mondo non è che disdetta
Canti e trapassi, questo lo sai
E sempre è la parola non detta
Quella che in punta di lingua hai

Dovremmo fondarla questa setta
Di disperati! Che società! I
Membri saremmo io, te, chi è in bolletta
Leopardi e quant' altri. Dai

Figurati che mi innamorai
E lei era talmente abietta
Che quando una volta mi ammalai
Si rifiutò di farmi la peretta

Passero, questa vita va stretta
A te come a me, vita di guai
Senza donne o qualcuno che ammetta
Di amarci con l' anima; in mezzo a vespai

E a libri buoni solo a far cassetta
Senza più editori buongustai
...No, pur senza l' alloro che ti spetta
Tu del tuo costum non ti dorrai

Né io cercherò una mia vendetta
Io scriverò e tu il volo prenderai
Quando l' uomo che tra sé balbetta
La sua noia più non capirai.

VERITA'

Verità non è svuotarsi la coscienza
verità è mantenere una promessa
-Non lo vedrò mai più- mi avevi detto
Per caso ti ha bendata
portandoti a letto?

venerdì 5 marzo 2010

Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.



"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale.
 La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.
Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo.
Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto,cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile,e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."



Elsa Morante 1945
(da Aprileonline.info)

lunedì 1 marzo 2010

Una poesia di Roberto Bolaño

La rivista online VICE, pubblica la traduzione di una poesia di Roberto Bolaño


La poesia, in lingua originale è questa:


Los perros románticos

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país

pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el espacio de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
Y aquí me voy a quedar.