Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

domenica 10 ottobre 2010

Tiziana Colusso. La criminale sono io


Il romanzo è liberamente scaricabile qui



Dalla prefazione di Marco Palladini:

[...] Un’ultima considerazione su questo romanzo è che, fin dal titolo, esso si presenta come una “confessione”. E allora tornano in mente in modo irresistibile le illuminanti pagine del saggio della filosofa spagnola Maria Zambrano su La confessione come genere letterario, dove l’analisi trascorre da Sant’Agostino a Rousseau, da Kierkegaard a Baudelaire, da Dostoevskij a Rimbaud, ai surrealisti etc. Dice la Zambrano che la confessione ricuce la frattura drammatica della Cultura Moderna, incapace di connettere “la verità della ragione e la verità della vita”. La confessione che si verifica dentro il tempo reale stesso della vita, subisce la sua confusione, il suo caos, la sua frammentarietà ed incompiutezza. Essa è, allora, la massima azione che si può compiere con la parola su se stessi, sul proprio essere/esserci. Con la confessione l’uomo cerca la parola che, a viva voce, possa gridare la verità della vita, spesso opposta a quella della ragione, cerca la definitiva intimità con sé, il punto in cui si cessa di sentirsi estranei nella propria casa-anima. Ecco, immergendosi nel flusso rammemorante della confessione, Tiziana Colusso è come se si fosse riposizionata presso se stessa, identificandosi per via espressiva con una donna sotterranea, una dostoevskijana donna “del sottosuolo” che, dopo la catabasi, è in attesa di poter compiere la sua agognata anabasi.

domenica 3 ottobre 2010

OTTO BUONI MOTIVI

-Dammi otto buoni motivi
perché non debba ucciderti-
mi disse il terrorista col coltello
Il mio cuore era in assedio
Sentivo la lama sulla gola scorrere
Non sapevo che dire e avevo timore
Di non saper contare fino a nove
Ma mi feci coraggio e segnando
Con le dita cominciai:
-Perché sono tuo amico- dissi esitante
-Perché tengo famiglia- supplicai
-Perché devo terminare il mio romanzo in dieci tomi
-Perché non ho mai visto New York!-
Sudavo freddo, perdevo colpi: il coltello
Sul mio collo cercava uno zampillo
Mi mancavano quattro ragioni
-Perché non sono pronto-urlai
-Perché voglio morire da eroe-
Niente, non ero convincente
E ne mancavano due
Che non avessi un motivo?
Non uno per volermi vivo?
-Perché io sono un essere innocuo-
Provai a impietosirlo
E fu in quel momento che si aprì l’ abisso
Io, che ero io, non ne avevo mezzo, di appiglio
Sentii tutto crollarmi, mi sfilarono davanti gli anni
Vidi il cielo gonfiarsi
E aspettavo ormai che agisse
...Sono troppo poco Ulisse
Per la tua isola, Circe...
Eppure
Ancora qualcosa mi tratteneva
Qualcosa che scorreva in ogni vena
Come un torrente, una rabbia, un insulto, una violenza
E dissi
-Perché voglio sopravvivermi!-

venerdì 1 ottobre 2010

Gualberto Alvino. Una parola su Giulio Ferroni

In un pamphlet non meno fatuo e rotondamente innecessario dei bersagli su cui scocca da anni le sue infiammate saette (Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Roma-Bari, Laterza, 2010) Giulio Ferroni avverte impellente il bisogno di dirci — spacciando vieti truismi per gemme sapienziali e condendoli con un’enfasi retorica da umiliare il più navigato «scrittore di successo» — che i programmi di Maria De Filippi, «scuola dello scorrevole nulla», proiettano «ogni aspetto dell’esistere in funzione dell’evidenza televisiva» e «dell’espansione spettacolare»; che i reality show, la televisione del dolore, le esibizioni di dilettanti sono i modelli in cui il voyeurismo tocca la sua apoteosi; che i talk show, non che produrre informazione, si risolvono in «gare di apparenza» dove non conta la ricerca della verità ma la mortificazione dell’avversario, e i valori proposti da molti telefilm «tracciano modelli di un mondo senza altri orizzonti che non siano quelli di un esistere come consumo»; che la società della comunicazione, luogo «dell’esteriorizzazione dell’esperienza» e della «serialità illimitata», determina l’inflazione della cultura e l’azzeramento d’ogni coscienza critica e riflessiva; che non tutti i libri sono buoni, ergo bisogna stamparne di meno, privilegiando la qualità, ossia la «ricerca dell’essenziale» (sic!); che il corpo di Eluana Englaro è stato costretto a una vita indegna di questo nome e gridano vendetta le parole del presidente del Consiglio, «giunto a dire che la condizione della ragazza era tale da permetterle comunque di partorire»; che si va imponendo sempre più il modello del mercato, per cui la validità di un prodotto artistico è determinata in base alle vendite e all’audience; che lobbies e conventicole lasciano ben poco spazio alla libertà e all’indipendenza degli autori, mentre gli intellettuali si sono ormai arresi «alle forme del degrado quotidiano, all’aggressiva necessità dell’esibizione, […] ai modelli di vita e di comunicazione suggeriti e imposti dai media».
Fior di concetti di cui rigurgitano le gazzette, la blogosfera, i salotti televisivi, i centri anziani, i circoli del tennis, i comitati di quartiere, i bar dello sport. Ma l’originalità del critico romano non ha confini. Col tono di chi svela le leggi dell’universo il nostro passionario tiene a puntualizzare nientemeno che Internet — come i coltelli, le seghe elettriche, gli aghi, l’energia atomica e il curaro — può essere un’arma a doppio taglio: «dipende sempre dalla coscienza e dall’intento di chi lo usa»; che Gomorra — dato altrettanto sacrosanto che proverbiale — non è poi un gran pezzo di letteratura; che i romanzi noir italiani non hanno carica critica e si somigliano come gocce d’acqua (toh, credevamo fossero capolavori assoluti); che la Mazzantini è una narratrice sciatta, la scrittura di Paolo Giordano neutra, plastificata, priva di qualunque accensione, e Stabat mater di Tiziano Scarpa uno stanco racconto di vicende banali, «senza nessun colore e nessuna ‘verità’ storica», come se nessuno sapesse che si tratta d’operazioni commerciali preparate a tavolino da editor sletterati e manager rampanti, figlie e sorelle di, col simbolo del dollaro stampato in fronte; che la critica letteraria è ormai del tutto esautorata e s’è ridotta a squallida propaganda editoriale; che meritano il più acceso biasimo — nonché un’attenzione degli scrittori assai maggiore di quella che mostrano per «l’inflazionata materia del noir» — l’abitudine dei ragazzi di stravaccarsi in treno appoggiando «le scarpe sul sedile di fronte, senza nessun riguardo per chi dovrà in seguito sedervisi» (in seguito, beninteso) e l’abbondare di rifiuti d’ogni sorta sui cigli delle strade statali (statali, non provinciali, comunali e cantonali, che sono invece pulitissime): «pacchetti vuoti di sigarette (l’osservazione può utilmente documentare il livello del mercato, indicando le marche più vendute), sacchetti di plastica pieni e vuoti [gli scrittori prestino la massima attenzione: pieni, ma anche vuoti!], bottiglie di vetro e di plastica [di cartone manco l’ombra], tetrapak per i più vari alimenti [non, si badi, per un solo alimento!], vaschette di carta alluminio, fazzoletti di carta [non già di ferro, né di creta] fatti volare da automobilisti certo tanto attenti all’igiene personale».
Questo per la pars destruens. Quanto alla construens, il grande storico della letteratura propone una ricetta altrettanto semplice che risolutiva: la forma breve del racconto, «oggi la più adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva: essa può costituire una risposta critica allo zapping interminabile della comunicazione e alla sua apparente continuità e scorrevolezza, all’aggressione sistematica della televisione e della pubblicità. La relativa brevità dei racconti rispecchia in fondo lo spezzettarsi della realtà che oggi ci è dato […]. Proprio nel suo proiettare, a livelli diversi, questi frantumi […], il racconto si fa carico della residua possibilità dello stile e della ricerca linguistica, cose che non hanno ormai più spazio nel romanzo, condotto dalla rapidità e scorrevolezza della scrittura informatica a dare immagini illusorie, fittizie, mistificatrici».
Questione di misure, dunque, nient’altro che di misure. Vi hanno insegnato che esistono romanzi buoni e meno buoni, racconti bene e mal fatti, scritture forti e spesse e scritture grigie e futili, a prescindere dai temi trattati e dal numero delle pagine su cui si stendono? Ebbene, avete avuto pessimi maestri. Si sa, il romanzo è troppo lungo per poter riflettere «lo spezzettarsi della realtà» (solo il breve può essere specchio del frammentario e della pluralità esperienziale), ed è troppo rapido per non dare «immagini illusorie, fittizie, mistificatrici».
Avevamo la panacea sotto gli occhi e non lo sapevamo.
Scrittori, improvvisati o di razza, grandi o minimi che siate, accorciate le misure, basate le vostre narrazioni sui ragazzi stravaccati nei treni e tutti i mali della letteratura italiana saranno d’incanto sanati.

Prossimamente su «Fermenti».

mercoledì 29 settembre 2010

Mirkal Ebook: REGINA FRANCESCHINI

Seconda uscita in ebook di Mirkal.
Collana di Poesia:
PROVE DI SCRITTURA 1
poesie e fotografie
di Regina Franceschini


l’antro della sibilla scavo scava
luci di pianeti in costellazione
lasciati andare la nebulosa
chiedo domanda per cucire il futuro
se non tacere è la speranza se
in terra fino alle mammelle
toccano l’erba se giri la testa
al suo posto mie parole parli
la buca del suggeritore gli oggetti
i capelli sotto il riflettore pettini



Vai alla pagina di Mirkal Ebook per scaricare gratuitamente il testo: clicca qui .



domenica 12 settembre 2010

Anitya Hotel




I luoghi d’accoglienza emanano sempre un forte senso di non appartenenza, di gradevole insignificanza estetica, comodità fisica precaria; si è soli, in un luogo che si è pronti a lasciare senza rimpianti, ma dove pure è piacevole stare. Senza quell’attaccamento spasmodico che invece ci consuma a casa nostra. E che ci fa soffrire. Anche gioire, ma sempre con un filo sottile di paura celata.
Dovremmo vivere come in un Hotel, con cura e semplicità dell’esserci, pronti al distacco. Pienamente presenti. Tentare almeno.


sabato 11 settembre 2010

11 Settembre






ERRI DE LUCA, SCRITTORE 


«Il mio primo 11 settembre storico risale al 1973, la democrazia cilena di Salvador Allende rovesciata dal colpo militare del generale traditore Pinochet, la morte in combattimento del presidente. Fu un 11 settembre che mobilitò la gioventù del mondo nelle piazze, a lungo, e la nostra in particolare. L' 11 settembre delle torri crollate invece mi riguardò come spettatore inerte abbagliato dalla televisione che ripeteva all'infinito i fotogrammi spettacolari del disastro. La reazione del secondo 11 settembre non fu popolare e mondiale, ma occidentale e militare, con le irrisolte conseguenze di truppe spedite in Afganistan e Irak». 
(Testo raccolto da Pierangelo Soldavini)
Fonte Il Sole 24Ore link



Salvador Allende 
11 SETTEMBRE 1973 
DOCUMENTI RADIOFONICI 
Ultimo discorso del presidente Salvador Allende 



martedì 7 settembre 2010

Gualberto Alvino. Al fuoco!

A vent’anni dalla princeps (Milano, Leonardo, 1990) Franco Cordelli riesuma per i tipi dell’editore romano Giulio Perrone L’Italia di mattina — con l’aggiunta del sottotitolo Il romanzo del Giro d’Italia benché non vi si narri nulla di nulla —, infliggendo al pubblico dei lettori l’ennesimo castigo.

Giro d’Italia 1989. Un cronista-scrittore di nome Scipione racconta, tappa per tappa, la corsa ciclistica; attraversa paesi e città — da Taormina a Trento, con traguardo a Firenze. Porta con sé libri e domande: viaggia, legge, si interroga. «Scipione scriveva e i corridori gli correvano intorno», attraverso un’Italia che lo sorprende per luce e bellezza.


Così il risvolto di prima (vergato certo dallo stesso autore, come si evince dall’inutile lineetta, dal supervacaneo «viaggia» dopo il perfetto equipollente «attraversa paesi e città», e soprattutto dagl’ineffabili corridori correnti).
Ottima idea, non c’è che dire. Sennonché il libro è quanto di più stucchevole, scombinato e indigesto sia stato prodotto nell’ultimo mezzo secolo dall’editoria non solo italiana.
Periodi fluviali, caotici, spesso resi indecifrabili da deficiente controllo sintattico e da accessi lirici tanto involuti che fuor di luogo:

fu ucciso per le stesse ragioni per cui fu ucciso, a pochi chilometri di distanza, il figlio della donna a causa delle cui lacrime ciò che vive [ciò che vive?] poté diventare non solo ciò che si pietrifica e smette di pulsare [sarebbe?], ma anche ciò che cova sotto la cenere, “sotto il vulcano” [sì sì, il romanzo di Malcolm Lowry; e allora?], ed è prima o poi destinato a tornare alla luce, sia pure sotto altra forma — come in un poema di Ovidio [deve trattarsi delle Metamorfosi; ma perché quello là fu ucciso?];


se il ciclismo ha in sé la forza di superare se stesso [predicato estensibile a qualunque sport], di tirarsi fuori dagli impicci di ciò che sta ai margini [impicci di ciò che sta ai margini?] ed è quindi egoistico per chi vi soggiorna [soggiorna dove, nel ciclismo? non può essere: il ciclismo non è un luogo] e claustrofobico per chi vi transiti [idem] (il solitario Giuliani aveva concluso la sua fuga, senza conquista della maglia rosa ma con una vittoria “etica”), ciò che lo ha generato [generato che cosa?] o semplicemente protegge il nocciolo agonistico, la sua perla, ogni volta che non trovi uno sbocco sul mare e che dal fuoco [che mare? quale fuoco?] non riesca a ripercorrere la strada all’indietro, fatalmente precipita in un suo buio più oscuro del buio precedente [chi, che cosa precipita?];


se non facciamo fatica a capire le ragioni che spingono chi possiede privilegi ancora maggiori [maggiori di quali?] a ordinare ai carri armati di tutto travolgere davanti a sé, c’è quel guizzo di irragionevolezza che resiste a ogni spiegazione [be’, certo, se è irragionevole non può non resistere a ogni spiegazione] nel gesto di sacrificare la propria bicicletta — la propria vita — gettandola sotto il carro armato, o lasciando che l’enormità e la pesantezza della macchina da guerra polverizzi ciò che è leggero e a tutti i costi vuole restare tale [la bicicletta? questa la risposta esatta?].


Incredibili banalità profuse a piene mani, truismi, tòpoi e modismi da agghiacciare il più paziente e volenteroso dei lettori: «vendere cara la pelle», «c’è chi vince e c’è chi perde», «senza arte né parte», «al suo paese, che si chiamava Pozzillo — e che Pozzillo si chiama tuttora, naturalmente [naturalmente, appunto]»; «i padri debbono accettare i proprio [sic] figli», «svettano i pioppi» [già, cos’altro può fare un pioppo se non svettare?], «inscrivere il suo nome nella leggenda» [16.700 risultati in Google], «bagliori sinistri» [2.280].
Improprietà, goffaggini, asserti peregrini se non esattamente irrazionali, veri e proprî sfondoni:

la hall tutta vetri e specchi, organizzata in modo che non sembrasse avere un centro» [organizzata? fino a prova contraria, un ambiente non si organizza, si arreda];

Le difficoltà improvvise, che si presentino nella seconda o nella penultima tappa, sono sempre suscettibili di rievocare ciò che fu, di chiamare i corridori all’imitazione delle grandi gesta del passato [suscettibile significa ‘capace di subire alterazioni, modificazioni’, ergo ha valore passivo, non attivo];

— Noi di Sicilia siamo diversi — aveva detto il pescatore: senza orgoglio, come di chi dica una verità lapalissiana [recte: come chi dica];

Già il capoluogo, nell’avvistarlo dall’alto e da lontano, era una smentita alla contemporaneità urbana [come dire: Giovanni, nel guardarlo, è bello?];
quel paese mitico […] dove settant’anni prima nacque Fausto Coppi [recte: era nato];


Era il Diario siciliano di Ercole Patti […]. Ogni brano risultava puntigliosamente contrassegnato da una data — novembre 1932, settembre 1936 [a) se un diario (dal lat. diarius ‘di un giorno’) non contenesse date che diario sarebbe?; b) puntigliosamente? Tutt’altro: manca il giorno];

nessuno potrebbe negare che non c’è più vero scrivere, nel nostro secolo, di quello giornalistico [nessuno? eserciti di letterati di prim’ordine sarebbero pronti a giurare solennemente il contrario];

il paesaggio in un racconto è ciò che viene detto ambiente, le circostanze etniche e morali che danno luogo all’azione [le circostanze etniche e morali costituirebbero l’ambiente di un racconto? in quale testo di narratologia sarà mai scritto?];


i corridori avevano affrontato disagi e fatiche considerevoli, che la maggior parte dei tifosi di tutti gli altri sport non immaginano [perché, il pugilato, l’alpinismo o la maratona sono passeggiate di salute?];


rosso-arancione-verde [è universalmente noto che i colori del semaforo sono il rosso, il verde e il giallo, non l’arancione].

«Ho nostalgia, desiderio di una prosa sorvegliata» dichiara il romanziere romano nell’intervista in appendice al volume.
Per davvero?

Da «Fermenti», XXXIX 2010, n. 235.