Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

domenica 19 luglio 2009

Waz (9)


Waz osserva i mattoni rosa come se fossero pezzetti di lego, passeggia tra palazzi, chiese e case che sembrano costruite da un bambino gigante, buono e laborioso. Immagina che in realtà sono stati operai e maestranze pazienti e pignole, perché come cazzo si fa nel 1200 a costruire una Basilica tutta di mattoncini rosei? Alta, altissima. Una roba che oggi solo di manodopera costerebbe un botto e all'architetto lo radierebbero dall'albo. E invece. L'hanno fatto. Mattoncini a milioni. Tutta una città letteralmente spalmata su una pianura. Viene voglia di rotolare per le strade stese come nastri, di sorridere senza motivo. Avrebbe voglia di dare la mano alla signora dagli occhi di cielo, di spalmare di marmellata le mani della giovane madre e poi baciargliele, fare il solletico a tutti quei chiassosi giovani ricchi di vita e soave mescolanza, dare una pacca sulla panza ad un signore di mezz'età fuoriuscito da un romanzo di Balzac, dondolare come un bambino a spasso, persino saltellare. Waz pensa, si gasa di serenità, ma prosegue silenzioso e composto. Non c'è motivo, non c'è motivo, si ripete, la tua realtà non è questa, questa è un'apparizione, svanirà, non t'illudere. La cosa meravigliosa, che lo sconcerta e lo conforta allo stesso tempo è che non capisce niente di quello che dicono. La fortuna e lo svantaggio di conoscere una lingua solo attraverso i libri: leggi e comprendi, costruisci una lingua dentro la tua testa, ed ha il tuo suono; ma quando la ascolti, quando viene parlata dagli altri, suona come nuova e sconosciuta, contratta e strapazzata come soltanto gli esseri umani sanno fare con ciò che gli è familiare. Allora puoi ascoltarla come pura musica, puoi perderti nello spiazzamento di un'ignoranza che ti salva attraverso i sensi, perché diviene puro suono - puoi infischiartene di quello che vuol dire - ti godi il minuetto, il rondò, la giga, la sarabanda, la sinfonia o la jam session, il rave, l'hevy metal, a seconda. Ogni lingua ha il suo suono, la sua musica nascosta dal significato, se lo togli viene su e da a Waz un senso di caduta verticale nell'abisso del non senso, l'appagante, fluttuante meraviglia della melodia di un popolo. E quel senso di non appartenenza alla terra, ma di comunanza emozionale, da a Waz lo stordimento e la coscienza di essere caduto dalla Luna e di vagare in un luogo che nemmeno Swift seppe immaginare per Gulliver. Ma come Gulliver, anche lui, Waz, dovrà tornare. E riprendendo a leggere libri scritti in lingue che non capisce ma traduce, ricostruire, inventare mondi pieni di gente e di avventure impossibili che riempiano il vuoto di un quotidiano perfettamente inteso.
Nel palazzo grande, nella lunga sala che accoglieva le istituzioni, Waz vaga tra specchi e statue, si sorprende a osservare come tutto sia intriso di una lieve e serena lascivia liberty, ritratti e raffigurazioni di fanciulle, signore, giovani e cavalieri del lavoro. Gli uomini sono severi ma si concedono il contrappunto visivo della muliebrità sensuale, discinta persino, come se dicessero: la nostra severità è al servizio del piacere.
Waz si sofferma davanti a un grande quadro raffigurante tre donne che si bagnano alla fonte dell'eterna giovinezza. Gli smuovono un po' di sensuale commozione. Waz gli sorride e le ringrazia, lieto che siano silenti ma gli parlino agli occhi, promettendo soltanto ciò che non si può smentire. Merci beaucop, Mesdames.

sabato 18 luglio 2009

Cento madri


Alfonso Lentini
Cento madri
Postfazione di Paolo Ruffilli, Forlì, Foschi editore, 2009, pp. 134, euro 11,90



Al critico militante càpita purtroppo sempre meno spesso di ricevere un libro non si dice di qualche decoro, ma che almeno valga, se non intero, un decimo del prezzo della carta su cui è stampato; sicché non meraviglia che possa perfino esultare di fronte a un “fuori sacco” come Cento madri, opera rotonda, compiuta, plenariamente persuasiva, appena data fuori per il Foschi di Forlì dal poliartista girgentino e bellunese d’adozione Alfonso Lentini.
Via di mezzo tra poème en prose e ‘mito’ in lasse (piuttosto che romanzo, come lo definisce nella postfazione Paolo Ruffilli, additando per giunta un plot storico, sociologico, insomma naturalistico che non esiste affatto, o, se esiste, costituisce solo una falsariga, un depistamento, non più che un aroma), in Cento madri la lingua impera sì, ma — sogno di tutti i narratori, non esclusi i più sordi al problema della ricezione, ossia i più attenti al versante formale — senza soffocare né menomamente scalfire l’efficacia e l’integrità della fabula, che avvince e coinvolge, come si dice, dal primo all’ultimo rigo. Benché, sia chiaro, Lentini non descriva ma evochi; non tessa trame ma semini indizî e vi indugi ad libitum, ben sapendo che il vero senso, l’unico che importi, s’annida nei frastagli del significante; si rida dei percorsi ma ne lasci avvertire il ductus, devoto al principio immaterialistico «esse est percipi», fecondo quant’altri mai nella letteratura e nell’arte del Novecento.
Una lingua — distillata da cento lingue — classicamente selettiva e al tempo stesso cosparsa di mine espressivistiche costantemente in procinto di esplodere (se non esplodono è per la misura dell’artefice, che sa domare la materia movendosi come un puma tra i cristalli): mirabile contrasto stilistico in cui raramente, di questi tempi, è dato imbattersi nella nostra letteratura sostanzialmente di consumo.
Mito in lasse, ma anche treatment (la fase intermedia tra il soggetto e la sceneggiatura), perché lo scrittore siciliano pensa e costruisce non solo per successione d’accordi (che Cento madri sia essenzialmente una sinfonia, nel senso squisitamente pizzutiano del termine — come d’altronde pizzutiana è la scansione in lasse —, mi sembra evidente), ma per quadri in movimento.
Prosa, insomma, con gli strumenti della poesia. Del resto Lentini è noto come creatore di forme, come un musicista della letteratura per il quale la massima di Pater — «All art constantly aspires towards the condition of music» — è sempre stata una guida.
Se la nostra società letteraria somigliasse anche solo in minima parte a quella degli anni Sessanta, se i varî D’Orrico che ammorbano le nostre gazzette valessero un’unghia di Luigi Baldacci o un capello di Carlo Bo, quest’opera sarebbe accolta con cento ovazioni.

Gualberto Alvino

Da “Cento madri”
di Alfonso Lentini


Incipit


Son fatte di carta velina, gonfie d’aria calda, e galleggiano nel cielo notturno come lucciole giganti.

All’inizio sono solo una massa floscia, un abito da sposa disabitato e stropicciato, informe. Poi a poco a poco si gonfiano, grazie all’aria calda che le riempie, la loro pelle si fa tesa e diventano un ovoide perfetto. Sembrano impazienti di librarsi in volo.

Nella piazza gremita si respira l’aroma delle feste: zucchero filato, semi di zucca e noccioline tostate. Fumano le bancarelle delle castagne, adorne di lampioncini, nel buio teporoso. Filtra, a folate, un profumo di mare siciliano e di alghe marce. È la festa del Santo.

Gonfie, pelle tesa, le mongolfiere sono ormai pronte al volo; le vedrai esitare, come esse stesse sorprese di quanto sta avvenendo di meraviglioso, e ondeggiare nell’aria al minimo soffio. Timide.
Ma subito dopo vedrai che acquistano coraggio e si staccano dal suolo, prima con lentezza, poi sempre più sicure di sé.
Se c’è un alito di vento, alcune si inclineranno leggermente, assecondando la corrente; e la loro traiettoria segnerà nel cielo una grande curva luminescente, un fioco arcobaleno elegantissimo.

Nella piazza gremita sono tutti col naso in aria per cercare con gli occhi, nello scuro del cielo, sette puntini luminosi in fila che ondeggiano in ascensione.

(Avevamo, in quei tempi rossastri, gli occhi rivolti al cielo. E forse non solo noi bambini.
Le mongolfiere si libravano sopra le nostre teste, coloratissime, fragili e rigonfie, come copiate da un sogno. Ma erano anche i tempi dei primi voli spaziali. Lo Sputnik perso negli abissi slabbrati del cosmo, così piccolo e pigolante, ci faceva quasi pena, ma ci arrossava le gote, ci eccitava forsennatamente.
Alcuni avvistavano dischi volanti. Qualcuno di noi ragazzini credeva ancora nell’Angelo Custode.
Dal cielo insomma, confusamente, pensavamo potesse arrivare una qualche salvezza).



giovedì 9 luglio 2009

Pupi di Zuccaro


Dalle ceneri di BombaSicilia, nasce una nuova rivista letteraria sul web: Pupi di Zuccaro contro un inarrestabile svanire.

Tonino Pintacuda, scrittore e giornalista di Bagheria, insieme ad un nutrito gruppo di colleghi e compagni di viaggio, offre ai lettori un sito ed una rivista in pdf.
Articoli, racconti e recensioni molto interessanti.

Il manifesto del gruppo:

La scrittura non salva, a malapena combatte, può registrare, inventare, inventariare senza completezza, accompagnare il mondo in questo svanire, accompagnare l’imperfezione con l’imperfezione, ma in nome della bellezza.

Come un messia impotente, l’angelo di Benjamin o un Cristo che resta morto per il mondo e si mette a raccontare quello che non ha potuto salvare.

Scrivere è per noi questo accompagnare e amare lo svanire, in cui chi scrive vede stagliarsi e dissolversi i profili della finitezza, imperfetti e impotenti, una tenerezza e un bisogno di raccontarli che sorge a volte persino di fronte alla loro violenza.

E poi c’è per noi uno svanire più specifico, lo svanire del Sud, lo svanire nel sonno, nella troppa luce, nel fuoco. Lo vogliamo combattere scrivendo di esso.

È una scrittura militante che vuole fissare per impedire lo svanire del Sud, denunciare per combattere quello che non è inarrestabile, che insomma pensa di poterlo fare con qualche pagina di scrittura e con fotografie sfocate.

Siamo pupi di zuccaro che combattono contro lo svanire di ciò che amiamo, e abbiamo scelto un simbolo di dono, di morti, di tradizione. Celebriamo con un canto sommesso quel po’ di bellezza che intravediamo, e quella che se ne va.


Belle menti del Sud. Da seguire.






lunedì 29 giugno 2009

dal libro "Con l'insistenza di un richiamo"




Una vita di merda
di Francesco Randazzo

Sono una merda. Sì, proprio così. Io sono una merda. Non sono una persona dalle pessime qualità, no no. Sono una merda. Davvero. Una cacca. Sto attaccata al culo di questo qui, ch'è chiuso in questo cesso chimico del cantiere di un palazzo in costruzione sulla Casilina, borgata Finocchio, 'sto muratore coglione, che mi tiene sospesa, in bilico sopra la guazza corrosiva dall'odore dolciastro che sto cesso contiene. Ho paura. Non voglio cadere!
Non vi schifate, no, vi prego, ascoltatemi. Mettete da parte il vostro perbenismo, le vostre raffinate abitudini, per un poco, soltanto un poco, giusto il tempo che io vi racconti la mia storia, la verità su di me e su questo bastardo che mi sta cacando.
Non c'è bisogno che vi turiate il naso: non puzzo! Li fanno talmente profumati 'sti cessi biologici che non si sente più niente che odori di merda: neanche la merda!
Ci mettono tanta di quella roba chimica che snatura tutto. E provoca anche qualche fenomeno imprevedibile. Tipo il fatto che adesso io vi sto parlando. Sì, parlo! Non avevo idea di saperlo fare. Anzi non avevo proprio idea di niente, me ne stavo tranquilla nell'intestino di 'sto buzzurro, in attesa di evacuare serenamente e tuffarmi nel fresco torrente di uno sciacquone che mi avrebbe allegramente condotta verso il mare aperto dove mi sarei disciolta in armonia con la natura, il sole, l'universo naturale ed eterno. Vabbè, sto esagerando, questo lo dico adesso che parlo e penso, prima stavo soltanto in attesa, punto e basta, non sapevo niente, nemmeno chi e che cosa ero. Il bello d'essere una merda, lo capisco solo adesso, è proprio questo: non sapere niente, stare là, ammucchiarsi con sé stessa e poi fluire via. Nient'altro. In fondo il vero buddismo è questo. Milioni di persone ogni giorno cercano il nirvana, senza sapere che ce l'hanno nascosto nel culo e ogni giorno lo buttano via! Scherzo... Però è vero, io ero così, perfettamente inserita nel flusso cosmico, intestinale soprattutto, ma anche cosmico. Poi ho messo fuori la testa, sì vabbè, per modo di dire, insomma, ho cominciato a uscire va'! E straanghetè m'arriva 'na zaffata d'effluvio chimico dal cesso! Una roba scioccante. Se fossi caduta subito forse non me ne sarei manco accorta. Ma questo qua è stitico! Sto qua da mezz'ora, oh! Mi sono svegliata. Mi sono resa conto di tutto. So chi sono, cosa faccio e dove vado. Voi uomini passate tutta la vita a chiedervelo ed io in un minuto nasco e già lo so, tiè! Certo quello che so è quello che è: che sono una merda, che sto per cadere, vado verso un cesso chimico, a dissolvermi. È triste sapete? Non c'è niente da ridere. È molto triste essere consapevoli della propria vita di merda. Fa ridere finché è quella di un altro. Fa ridere ancora di più se è di una merda, come me. Ma se fosse la vostra, se voi foste al mio posto? E siete sicuri di non esserlo? Appunto. Bah.
È che la gente non ci pensa mai. Siamo un tabù. La merda è un tabù. Più della morte. Sulla morte c'hanno costruito le religioni, con la promessa della vita eterna. Con la merda non hanno saputo farci niente. È imbarazzante. Anche per Dio. Qualunque Dio. Non cominciate a scaldarvi. Se Dio è tutto, dovrebbe contenere in sé anche me. Macché! Eresia. È blasfemo. E allora? O è imperfetto lui oppure io sono un errore e dunque Lui sempre imperfetto è. Ma lo sapete che per risolvere 'sto problema, nel secondo secolo dopo Cristo, un maestro della Gnosi, Valentino, scriveva che Gesù (Dio incarnato), «mangiava, beveva, ma non defecava»! Ma vedi un po' che assurdità... La merda insomma è un problema che tutte le religioni pongono al di fuori di Dio, è una creazione soltanto umana, puramente animale. Ma l'uomo non è stato fatto a Sua immagine e somiglianza? E dunque, come la mettiamo? Milan Kundera ha scritto: "La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all'uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall'umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l'uomo."
Non chiedetemi come faccio a saperlo. Questo è un cesso non una biblioteca, lo so. Kundera non l'ho mai letto, eppure lo so. Lo so e basta. So un fottio di cose. Da dove mi vengono non lo so. Questa guazza chimica è miracolosa. Non c'è altra spiegazione. Bisognerebbe farla annusare nelle scuole. Un'oretta la settimana. Vedi come s'alzerebbe la media dei laureati!
Questo posto è buio. Fa paura. Sto qui incastrata e mezza penzolante, questo qui non si muove, e per fortuna ché se si decidesse a spingere cadrei giù irrimediabilmente verso la mia fine. Ci sono tante cose che vorrei fare prima. Vorrei vedere il sole, vorrei correre, saltare, nascondermi tra l'erba, cantare una canzone di Loredana Bertè, vedere Parigi, attaccarmi alla suola della scarpa di un paracadutista e lanciarmi con lui da ottomila metri! Ma sono una merda. Non posso. Comincia ad esserci puzza qui dentro. Non è la mia però. Non capisco. È sgradevole, ma come faccio a dirgli: "Ehi tu lassù, apri la porta che qui si crepa di puzza!", quello non capisce niente. È un extracomunitario. Non lo so di che nazionalità. Io sono italiana. Perché lui mi ha prodotta mangiando pastasciutta, trippa alla romana, un supplì e un bicchierino di stockottantaquattro. C'ho un dna tutto italico. Credo. Boh. Vabbè, parlo italiano? Sono italiana. Mi sento italiana! So pure l'inno: "Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa! Parapà parapà parazumpa zumpa pà"... Fichissimo! Non si capisce che vuol dire ma mette allegria!
Oddio, oddio, s'è mosso! Sto uscendo, sto uscendo, no no, non volglio, non voglio! Fermati, fermati, fermati, fermati, fermatiiii!

Ah. Meno male. S'è fermato.
Sto mezza dentro e mezza fuori, mannaggia. È pericoloso. Posso cadere da un momento all'altro.

Non voglio morire.
Sono troppo giovane.

Io mi volevo sposare prima. Volevo fare dei figli. Volevo invecchiare nel mio paese. Essere sepolto là, vicino ai miei genitori. Che ci faccio qua?

Che sto dicendo? Sono una merda, caspita, come mi vengono in mente certe cose?

Sono confusa. Questo buco di culo è troppo stretto, mi salva è vero ma mi strozza anche. Vorrei bere un bicchier d'acqua. Ma non ho la bocca.

E allora come faccio a parlare. Mi sembra un incubo. È tutto così assurdo.

Sono una merda.
Sono una merda.
Sono una merda.

Mi sono comportato male? No.
Ho fatto qualcosa di sbagliato? No.
Perché mi inseguono, allora? Perché gridano contro di me? Non gli ho fatto niente, non li conosco, non ho fatto niente a nessuno io. Lasciatemi in pace!
Tu sei una merda, mi ha detto uno. No, gli ho risposto, non è vero, non sono una merda, tu sei uno stronzo: perché non mi lasci in pace?
E tu perché sei venuto qua? Straniero del cazzo! Eh? Perché non te ne sei rimasto a casa tua, con quei pidocchiosi dei tuoi amici, con quei pezzenti della tua famiglia del cazzo, con quelle mignotte di tua madre, di tua moglie e di tutte quelle gran troie delle tue sorelle? Ehhh?
E m'ha dato un pugno nella pancia.

Non lo so che cosa sto dicendo. Sono una merda, sto qua sospesa, parlo anche e penso, aspetto di cadere, so un sacco di cose ma in realtà non so niente. Mi pare di ricordare cose che non posso avere vissuto. Sono nata adesso, da pochi minuti, come posso avere una memoria. Memoria di cosa? Di chi?

Sento freddo.

A casa mia c'era freddo, sempre, anche d'estate. Mia sorella piangeva sempre. Per il freddo e per la fame. Di nascosto anch'io piangevo. Era una vita orribile, senza speranza.
Un giorno lei se n'è andata. Non l'ho mai più vista. Non so dove sia. Spero stia bene. Stia meglio di me.

M'ha colpito una volta, poi un'altra e ancora e ancora e ancora. Sono caduto. Non parlavo più. Avevo la bocca e il naso pieni di sangue. Poi anche gli occhi. Tutto rosso. Tutto nero.

Straniero di merda, m'ha detto alla fine, mentre mi trascinava in questo cesso chimico. Sei una merda.

Sono una merda. Sto male. Perché sono nudo? Mi ha spogliato. Perché?

Sto cadendo. Capisco tante cose adesso.

Non sono una merda.

Ero un uomo.

Qualcuno mi troverà.

Troppo tardi, ormai.

Cado.

©Francesco Randazzo-2008


dal libro
CON L'INSISTENZA DI UN RICHIAMO

di Francesco Randazzo

Anno: 2008

Genere: Racconti

Lupo Editore ISBN/ 978-88-95861-29-6



Booktrailer : http://vimeo.com/2276644
Il Sito dell'Editore: http://www.lupoeditore.com

Il Book Blog: http://conlinsistenzadiunrichiamo.blogspot.com

Intervista su Meddle Tv: http://vimeo.com/3082706

Acquista il libro su Internet Bookshop Italia: http://www.ibs.it/code/9788895861296/randazzo-francesco/con-insistenza-richiamo.html

domenica 17 maggio 2009

Per il bene di Tutti/Pour le bien de tous - edizione bilingue


È uscita in Francia, un'edizione bilingue (francese e italiano) per i tipi delle Presses Universitaires du Mirail (PUM) «PER IL BENE DI TUTTI» testo teatrale di Francesco Randazzo (Premio Candoni 1996). L'edizione è curata da Antonella Capra e Evelyne Donnarel (Universitè Tolouse II - Le Mirail), la traduzione in francese è di Laura Brignon.

Persone normali, in un normale paesino di provincia, una provincia al confine. Dall’altra parte gli altri: pericolosi per definizione. Uomini anche loro, come gli abitanti del paese, ma diversi, stranieri e soprattutto indesiderati. Al di là della religione e dell’umana solidarietà, tutti principi validi in teoria e a distanza di sicurezza, tutti nel paese sono d’accordo.E si organizzano. Formano dei gruppi, una piccola ma motivatissima milizia anti immigrati, ronde notturne a guardia della riva del fiume che fa da confine. Determinati a non fare passare nessuno. Ma uno di loro riuscirà a passare e sarà catturato. Che fare? I paesani sono tutti brave persone, persone normali, come se ne incontrano tutti i giorni, dappertutto: casalinghe, negozianti, medici, impiegati, meccanici, studenti. Tutti i nodi dovranno venire al pettine ed ognuno, al di là dei ruoli normali e per bene delle loro piccole vite protette dagli schermi quotidiani, dovrà rivelare l’aspetto più oscuro, le ragioni vere del loro animo e delle loro azioni, affermando l’assolutezza di un principio sbagliato, con buone, sane ragioni: per proteggersi, per non soccombere, per il bene di tutti.


Presses Universitaires du Mirail (PUM)
Nouvelles Scènes • Italien Dirigé par Antonella CAPRA et Evelyne DONNAREL
Nouveautés - Dernière parution

Per il bene di tutti / Pour le bien de tous
Auteur : Francesco RANDAZZO
Traduit par Laura BRIGNON
N° ISBN : 978-2-8107-0031-8
PRIX : 18 €
Format et nombre de page : 13,5 x 22 cm - 150 p.

Dall'introduzione di Antonella Capra:
Il testo di F. Randazzo ci parla proprio di questo: di un'Italia apparentemente normale, che rivela che il peggio di sé, un'Italia razzista, meschina, mediocre, intrappolata nei suoi cliché e nelle sue abitudini rassicuranti, un'Italia falsamente pietosa che difende valori "morali" pronti per l'uso, mostrando ostentatamente di fronte alle novità, la paura. Una nazione che sente il bisogno di giustificare i propri comportamenti, che cerca l'approvazione della comunità, e, ferita, si rivolta contro coloro che percepisce (sostenuta in questo dalla classe politica) come fonte di tutti i suoi problemi.
Se vuoi leggerla tutta (in francese) clicca qui.


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venerdì 1 maggio 2009

Credo


Ciò in cui credo
di James G. Ballard
(1930-2009)

Credo nel potere che ha l'immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d'auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell'eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva del le sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore: nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell'unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, DÅrer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Bîcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell'impossibilità dell'esistenza, nell'umorismo delle montagne, nell'assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell'aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell'eleganza del l'ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con se la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell'universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell'inesistenza dell'universo e nella noia dell'atomo.

Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell'intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell'eleganza delle macchie d'olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell'aeroporto.

Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell'Empire State Building, del FÅrer-bunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporali della principessa Diana.
Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell'emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari,
nella perfidia degli orologi .

Credo nell'ansia, nella psicosi, nella disperazione.
Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.
Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell'immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.
Credo nell'alcoolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell'esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d'aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.


(Da J.G. Ballard, RE SEARCH ed. italiana, ShaKe edizioni underground)

Bibliografia italiana di J.G. Ballard

Videointervista a J.G. Ballard


Leggi la traduzione dell'intervista, qui.

I libri di Ballard su Ibs.

mercoledì 29 aprile 2009

«POMODORI» di Stephen Dobyns


Stephen Dobyns

da Cemetery Nights





TOMATOES


A woman travels to Brazil for plastic
surgery and a face-lift. She is sixty
and has the usual desire to stay pretty.
Once she is healed she takes her new face
out on the streets of Rio. A young man
with a gun wants her money. Bang, she's dead.
The body is shipped back to New York,
but in the morgue there is a mix-up. The son
is sent for. He is told that his mother
is one of these ten different women.
Each has been shot. Such is modern life.
He studies them all but can't find her.
With her new face, she has become a stranger.
Maybe it's this one, maybe it's that one.
He looks at their breasts. Which ones nursed him?
He presses their hands to his cheek.
Which ones consoled him? He even tries
climbing into their laps to see which
feels more familiar but the coroner stops him.
Well, says the coroner, which is your mother?
They all are, says the young man, let me
take them as a package. The coroner hesitates,
then agrees. Actually it solves a lot of problems.
The young man has the ten women shipped home,
then cremates them all together. You've seen
how some people have a little urn on the mantle?
This man has a huge silver garbage can.
In the spring, he drags the garbage can
out to the garden and begins working the teeth,
the ash, the bits of bone into the soil.
Then he plants tomatoes. His mother loved tomatoes.
They grow straight from seed, so fast and big
that the young man is amazed. He takes the first
ten into the kitchen. In their roundness,
he sees his mother's breasts. In their smoothness,
he finds the consoling touch of her hands.
Mother, mother, he cries, and flings himself
on the tomatoes. Forget about the knife, the fork,
the pinch of salt. Try to imagine the filial
starvation, think of his ravenous kisses.


POMODORI

Una donna fa un viaggio in Brasile
per un intervento di plastica e un lifting.
Ha sessant’ anni ed ha il solito desiderio
d’ essere carina.
Una volta aggiustata, porta la sua nuova faccia
fuori, per le strade di Rio. Un giovane
con una pistola vuole i suoi soldi. Bang, lei muore.
Il corpo viene imbarcato per tornare a New York,
ma all’ obitorio fanno confusione. Il figlio
viene chiamato. Gli viene detto che sua madre
è una di quelle dieci differenti donne.
Ognuna è stata uccisa con un colpo di pistola.
Così è la vita moderna.
Lui le studia tutte, ma non riesce a trovarla.
Con la sua nuova faccia è diventata un'estranea.
Potrebbe essere questa o forse quest’altra.
Guarda i loro seni. Quali sono quelli che lo allattarono?
Preme le loro dita sulla sua guancia.
Quali sono quelle che lo consolarono? Prova anche
ad arrampicarsi nel loro grembo per vedere
quale sente più familiare ma
il coroner lo ferma.
Bene, dice il coroner, qual è sua madre?
Tutte lo sono, risponde il giovane, lasciatemi
prenderle tutte in blocco. Il coroner esita
poi accetta. In realtà ciò risolve un mucchio di problemi.
Il giovane riceve a casa le dieci donne,
dopo che sono state cremate tutte insieme.
Avete visto come certa gente ha una piccola urna sopra il camino?
Quest’ uomo ha un’ enorme scatola di latta argentata.
A primavera porta la scatola di latta
fuori in giardino e comincia a mescolare i denti,
la cenere, i pezzettini d’ ossa nel terreno.
Poi ci pianta pomodori. Sua madre amava i pomodori.
Crescono dritti dai semi, così veloci e grossi
che il giovane ne è stupito. Prende i primi
dieci e li porta in cucina. Nella loro rotondità
egli vede i seni di sua madre. Nella loro levigatezza
trova il tocco consolante delle sue dita.
Madre, madre, egli grida, e si avventa
sui pomodori. Dimenticandosi il coltello, la forchetta,
il pizzico di sale. Provate a immaginarvi la filiale
famelicità, pensate ai suoi voraci baci.

(traduzione di Francesco Randazzo)




Un'altra poesia di Dobyns su Mirkal, qui.


lunedì 27 aprile 2009

L'impavida eroina eccetera


Sei racconti di Mauro Mirci compongono un ebook scaricabile gratuitamente dal sito Parole di Sicilia e nell'edizione cartacea inaugurano il debutto tipografico della webzine letteraria sudista da lui fondata e gestita.
Mirci ha una mano mirabile che nella leggerezza dello stile sa far trasparire personaggi e storie di una Sicilia fuori dagli stilemi consueti, con la maestria di chi sa vivere nel quotidiano meridionale per poi filtrarlo con l'estro dello scrittore consapevole che l'essere dentro l'ombelico del mondo-isola è una pena e un privilegio, perfetti ingredienti per una letteratura che aspiri a divertire per dire qualcos'altro. E dunque si sorride per la sventatezza di situazioni insolite, per lo snodarsi sempre sotteso d'ironia delle storie, ma infine al lettore il sorriso gli si sposta obliquo, quasi in smorfia di cinico imbarazzo, di commozione trattenuta, di sconcerto affondato senza parere nel fatalismo panico di questo sud, di questa Sicilia, che pur restando immota e frantumata nelle proprie contraddizioni, riesce sempre a dirci qualcosa di fondamentale a proposito dell'umanità in generale.

"L'impavida eroina eccetera"
racconti di Mauro Mirci
Edizioni ParolediSicilia
Scarica l'ebook, gratuitamente, da qui.




sabato 25 aprile 2009

Teatro Le Maschere
Via Aurelio Saliceti 3, Roma

Ingresso gratuito su prenotazione
telefonare al numero
06 58330817


Mercoledì 6 maggio ore 10.30 e 17.30



Le Fatine Birichine

in

ABRAKAPÙM ABRACARRAMBA THABÙM !

di Francesco Randazzo
con
Rossana Veracierta & Eva Paciulli

Lo spettacolo narra la storia di due fate buffe, imbranate, spericolate, litigiose, irriverenti e nostalgiche, che ci accolgono nel loro magico mondo pieno di folli incantesimi, favole bislacche, strani eventi e gag comiche. Utilizzando una gestualità marcata, danze, giochi linguistici e canti racconteranno lo scambio fra luoghi diversi e lontani. (dai 6 anni)