Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

venerdì 8 ottobre 2021

Discorsi da Nobel: Salvatore Quasimodo

 




Il poeta e il politico


“Lunga è la notte che non trova mai giorno”: sono parole di Shakespeare nel Macbeth e ci aiutano a determinare una condizione del poeta, al quale in un primo tempo il lettore appare da un’immagine della sua solitudine con volto e gesti del compagno d’infanzia; forse di quello più sensibile, esperto di letture segrete, ma un po’ inquieto nel giudizio su una pretesa rappresentazione o violenza del mondo tentata con parole su cui cadono accenti determinati, e con misure rigorose estranee alla scienza.

Ripetere un uomo è per il poeta la negazione della terra, l’impossibilità dell’essere, benché la sua maggiore domanda sia quella di parlare a molti uomini, di aggiungersi ad essi con alcune armonie sulla verità delle cose o della mente. L’innocenza è una qualità acuta, talvolta, e permette figurazioni estreme del sensibile; e quella del compagno che costringe, dialettico, i primi numeri poetici in forma logica, resterà un punto di riferimento esatto, un fuoco che permette la costruzione della metà di una parabola. Gli altri lettori sono i poeti antichi, che guardano da una distanza incorruttibile le nuove carte; le loro forme resistono, e altre è difficile metterne vicino.

Lo scrittore di racconti, di romanzi, si ferma sugli uomini, li imita; consuma personaggi; il poeta, nella sua oscura sfera, con infiniti oggetti, è solo, e non sase sia indifferenza, la sua, o speranza. Più tardi, quel volto unico si moltiplicherà, quei gesti costituiranno figure, consensi o contrasti. Questo avviene alla pubblicazione delle prime poesie, quando scoccano i previsti allarmi, perché, e occorre dirlo ancora, la nascita di un poeta che dalla corda del cerchio della casta letteraria tenta di raggiungere il centro, è sempre un pericolo per il costituito ordine culturale.

Strano pubblico ha ora, col quale comincia ad avere silenziosi rapporti armati: critici, professori di provincia, gente di lettere. La maggior parte di queste persone, nella giovinezza ragionevole del poeta, distruggono le metafisiche, operano sulle immagini; sono i giudici astratti: correggono, su poetiche differenziali, poesie “sbagliate”.

La poesia è anche la persona fisica del poeta; e benché una separazione privata non sia possibile, non stimolerò motivi di autobiografia parlando della mia patria, che, come ognuno sa, è fitta in ogni secolo di Giovanni Della Casa, di letterati, cioè, di pulizia metrica e di adulta genialità. Questi battezzatori della tradizione hanno chiaroveggenza e fantasia, e sono fanatici, anche, di allegorie sulla credibile rovina del mondo. Non tollerano cronache, ma figure ideali, atteggiamenti: la storia della poesia è per loro una galleria di fantasmi. Anche la polemica ha una base, se si considera che la mia ricerca poetica si svolge in periodo di dittatura e segna le origini del movimento culturale dell’ermetismo.

Dal mio primo libro, pubblicato nel 1930, al secondo, al terzo, al quarto (una traduzione dai Lirici greci uscita nel 1940) non riuscivo a vedere, attraverso lo spessore politico e l’avversione universitaria a forme di poesia crudeli e distaccate dalle composizioni classiche, che un pubblico di lettori stratificato, umili o ambiziosi. I Lirici greci, e fu il principio di una più vera lettura dei classici in tutta l’Europa, entrarono nuovi nella generazione letteraria di quel tempo. Questi giovani, sapevo, scrivevano lettere d’amore citando versi delle mie liriche, mentre altri ne apparivano sui muri delle prigioni, segnati dai condannati politici. In che tempo ho scritto poesie, abbiamo scritto versi, per scendere, senza perdono, nella più acre solitudine! Categorie dello spirito, verità? L’antica poesia europea, libera, ignorava la nostra presenza: la provincia latina asservita ai cesarismi, maturava già sangue, non lezioni di umanesimo.

I miei lettori erano ancora letterati; ma ci doveva essere altra gente che aspettava di leggere mie poesie. Studenti, impiegati, operai? Avevo cercato verosimiglianze astratte? Una delle più rudi presunzioni? Era invece un esempio di come si forza la solitudine. La solitudine, “la lunga notte” shakespeariana, mal sopportata dal politico – che voleva il Tirteo durante le stagioni africane o russe – si determinava chiara come poetica: accettata in quelle forme che sembravano continuare il decadentismo europeo, ed erano invece le prime architetture di neo-umanesimo. La guerra, ho sempre detto, costringe a nuove misure l’uomo di una patria vinta o vittoriosa. Le poetiche e le filosofie si spezzano “quando cadono gli alberi e le mura”: troppo facile sarebbe riprendere nel punto interrotto dal primo urto atomico i residui formali che legavano l’uomo a un tempo del decoro e della virtù fonetica.

Dopo il ribollire della morte anche i principi morali vengono messi in discussione e le prove della religione anche: i letterati appesi agli esiti privati delle loro minute estetiche vengono staccati dalla inquieta presenza della poesia. Il poeta, dalla notte, cioè dalla solitudine, trova il suo giorno e inaugura un diario mortale per gli inerti; il paesaggio oscuro cede al dialogo. Il politico e gli alessandrini con le corazze dei simboli e delle purezze mistiche fingono di ignorare il poeta. È una storia che si ripete come il canto del gallo, anzi come il terzo canto del gallo.

Il poeta è un irregolare e non penetra nella scorza della falsa civiltà letteraria piena di torri come al tempo dei Comuni; sembra distruggere le sue forme stesse e invece le continua; dalla lirica passa all’epica per cominciare a parlare del mondo e di ciò che nel mondo si tormenta attraverso l’uomo numero e sentimento. Il poeta comincia allora a diventare un pericolo. Il politico giudica con diffidenza la libertà della cultura e per mezzo della critica conformista tenta di rendere immobile lo stesso concetto di poesia, considerando il fatto creativo al di fuori del tempo e inoperante; come se il poeta, invece di un uomo, fosse un’astrazione.

Il poeta è la summa delle diverse “esperienze” dell’uomo del suo tempo, ha un linguaggio che non è più quello delle avanguardie, ma concreto nel senso dei classici. Eliot dice a questo proposito che quella di Dante “è la lingua comune allo stadio perfetto … tuttavia il semplice stile, del quale Dante è il più grande maestro, è un difficilissimo stile”. Occorrerà insistere su questo linguaggio, che non è quello dei parnassiani e degli inventori di crisi nel corpo della lingua di ogni paese, dove la contaminazione con i dialetti non crea che altri dubbi e geroglifici letterari; perché non saranno mai i filologi a rinnovare la lingua scritta: è un diritto che spetta ai poeti. Il linguaggio dei poeti è difficile non per ragioni di filologia o di oscurità spirituali, ma in virtù dei contenuti. I poeti possono essere tradotti: è impossibile tradurre i letterati, perché essi affidano al loro artigianato intellettuale le tecniche di altri poeti, perché difendono il simbolismo o il decadentismo per assenza di contenuti, per pensiero da aggiungere ad altro pensiero umano, per verità delle quali teoricamente si sono nutriti richiamando Goethe o i grandi poeti dell’Ottocento francese. Restare nella propria tradizione, evitare l’internazionalismo, è quello che fa il poeta. I letterati pensano all’Europa o al mondo in funzione di poetiche che si ripiegano su se stesse, come se la poesia fosse un “oggetto” identico su tutta la terra. Poi, a questa accettazione delle poetiche, il formalismo preferisce alcuni contenuti e ne allontana altri con violenza, ma il problema, da una parte e dall’altra della barricata, è sempre sui contenuti.

La parola del poeta, così, comincia a battere con forza sul cuore dell’uomo di ogni razza, mentre il letterato purissimo considera sé nel mondo e il poeta costretto nella provincia, con la bocca spezzata dai suoi trapezi sillabici. Il politico si serve del letterato che non ha una posizione spirituale contemporanea, ma superata almeno di due generazioni, e dell’unità della cultura fa un gioco di scomposizioni sagge e turbolente, dove il fattore religioso può spingere ancora a imprigionare l’intelligenza dell’uomo.

Poesia religiosa, poesia civile, poesia lirica o drammatica: categorie delle espressioni dell’uomo, valide se valida è la sollecitazione dei contenuti formali. Errore credere che una conquista dell’anima, una situazione particolare e individuale del sentimento (quella religiosa) possa diventare per estensione “società”. La disciplina ascetica, la rinuncia dell’uomo verso l’uomo non è che una formula della morte. Lo spirito “operante” cade sempre nella tagliola dei lupi: il suo discorso parlato dipende spesso da una mistica, dalla libertà dell’anima che si trova schiava sulla terra. E spaventa il suo interlocutore (la sua ombra, oggetto da disciplinare) con immagini della decomposizione fisica, con un’analisi compiaciuta dell’orrido. Il poeta non teme la morte, non perché egli entra nella fantasia degli eroi, ma perché la morte è una visitatrice continua dei suoi pensieri e quindi l’immagine di un dialogo sereno. Di fronte a questo distacco egli trova la figurazione dell’uomo, che chiude dentro di sé il sogno, la malattia, la redenzione dalla miseria della povertà, che non può essere più per lui un segno dell’accettazione della vita.

Per rendersi conto dell’influenza che esercita il politico, e in questo termine comprendiamo anche il potere religioso, basti pensare al silenzio di un millennio nel campo della poesia e delle arti dopo la fine del mondo classico, o alla grande pittura del Quattrocento, periodo in cui la Chiesa era il datore di lavoro e ordinava i suoi contenuti.

La critica formalistica cerca di colpire il concetto dell’arte sulle ragioni delle forme e avanza riserve sulla consistenza dei contenuti per incidere in senso assoluto sulla sua autonomia. Infatti, la poesia non accetta i tentativi “missionari” del politico, né l’intervento della critica che ha origine da una qualsiasi filosofia. Il poeta non subisce deviazioni morali o estetiche; di qui, in un certo tempo, una sua doppia solitudine nei confronti del mondo e delle milizie letterarie.

Esiste, intanto, un’estetica contemporanea? E da quale filosofia si possono ottenere suggerimenti attivi? Una poesia esistenziale o marxista non si è ancora puntualmente fermata sul quadrante letterario; il dialogo o il coro delle nuove generazioni presuppongono una crisi, che è anche una crisi dell’uomo, e di questa confusione il politico si serve per creare quelle zone di stabilità illusoria di una poesia frantumata.

Il dualismo tra il politico e il poeta in senso generale è risultato evidente nella cultura di ogni tempo e oggi i due blocchi che governano il mondo si formano ragioni di libertà contraddittorie, quando è chiaro che per il politico non c’è che una libertà e in una sola direzione. Difficile spezzare questa barriera che ha macchiato di sangue la storia della civiltà. Esistono sempre almeno due modi di considerare la libertà della cultura: la libertà nei paesi dove avviene un rivolgimento sociale profondo (la Rivoluzione Francese, per esempio, o la Rivoluzione d’Ottobre) e quella degli altri, che prima di subire una modifica nel modus di concepire il mondo resistono a lungo nelle loro roccaforti.

Ci può essere un coordinamento fra il politico e il poeta? Forse dove esistono delle società in formazione, ma mai sul piano della libertà assoluta. Nel mondo contemporaneo il politico assume vari aspetti, ma non sarà mai possibile un accordo col poeta, perché uno si occupa dell’ordine interno dell’uomo e l’altro dell’ordinamento dell’uomo. L’ordine interno dell’uomo può coincidere, in una data epoca, col desiderio dell’ordinamento-costruzione di una nuova società.

Il potere religioso, che molto spesso si identifica con quello politico, come ho già detto, è sempre stato protagonista di questa dura lotta anche quando sembrava laterale. Le ragioni per le quali il poeta diventa un pericolo per il politico (poeta come indicatore della morale del proprio popolo) sono sempre quelle di cui parla Giovanni Villani nella sua Cronica a proposito di Dante: che per i suoi contemporanei “bene si dilettò in quella commedia di garrire e sclamare a guisa di poeta, forse in parte più che non si convenìa: ma forse il suo esilio glielo fece fare”.

Dante non scrive cronache come il Villani e accanto alle dolcissime poesie ermetiche della scuola del dolce stil novo più tardi aggiungerà, senza tradire la sua integrità morale, la violenza delle invettive umane e politiche, non dettate dall’odio ma dalla giustizia interna e religiosa in senso universale. Dinanzi a questi numeri brucianti in eterno, gli esteti sono stati cauti mettendoli nel limbo della non-poesia. Più sensati poeticamente sono apparsi sempre versi come “Trivia ride tra le ninfe eterne” che non il vituperio dei pisani, il fuoco liquido sui fiorentini, che bruciò per secoli la città gentilissima di Beatrice. La poesia di Dante ha creato sospetti, nel nome stesso della sua grandezza, e il falso culto della sua memoria anche oggi non è che retorica, tanto pochi sono gli ascoltatori della sua umana Commedia. Ogni nazione ha dei poeti che stanno sulla stessa linea della civiltà di Dante. Ricordiamo Schiller, per i tedeschi, Shakespeare, per gli inglesi, Molière e Corneille, per la Francia, Cervantes, per la Spagna, Dostoevskij, per la Russia; e i moderni lasciamoli per il momento nella loro serenità armata nei diversi luoghi della nostra terra.

I tentativi di distinguere, avvicinare o allontanare il politico e il poeta, questi due “tipi” delle società di ogni tempo, sono comunque valsi a stabilire una condizione almeno storica. Se io volessi aggiungere ai due sostantivi l’attributo “uomo”, aumenterei l’intensità specifica del poeta e ridurrei quella dell’altro tipo a uomo politico, mentre io per politico intendo il denominatore comune di una rosa di numeri politici, cioè legati tra loro da ideologie più o meno equivalenti.

Nessuno ignora la funzione del poeta nella struttura della società esistente o in evoluzione. L’importanza di un Baudelaire, di un Mallarmé, di un Rimbaud, come costruttori di un “modo” di vita nella compagine nazionale francese, è oggi più evidente che non ai contemporanei, quando si poteva pensare che la loro poesia non fosse che una sinuosa avanguardia letteraria, rifrazione di una lingua costretta a piegarsi a sintassi liriche provvisorie. Riconosce il politico questa forza attiva del poeta nella società? Pare di si, e a dimostrarlo basterebbero le varie forme di elusione o di asservimento degli uomini di cultura, qui sono costretto a ripetermi, nelle società di ogni tempo.

L’intelligenza creativa è stata sempre ritenuta un contagio mortale. Di qui le varie ragioni del mecenatismo delle corti medioevali – i premi cavaliereschi o mansuetamente eroici, le interminabili fiorettature di madrigali – mecenatismo che si è trascinato fino alle soglie del nostro secolo, quando, in virtù di una potenza riflessa dell’intelligenza, la borghesia costruiva il suo stato di libertà. Qualcuno potrebbe osservare, risalendo nel tempo, che Piatone, quale architetto di uno Stato ideale, escludeva da questo i poeti, come elemento di disordine (o di ordine, si dovrebbe dire, considerando la loro possibilità di scardinare una società ordinata su basi antidemocratiche) ma l’ostracismo del filosofo non era che un’altra forma d’elusione.

Oggi il poeta è libero? È libero, secondo le società che lo esprimono, o il continuatore di illuminazioni pseudo-esistenziali, il decoratore dei placidi sentimenti umani, o chi non scende profondamente nella dialettica del proprio tempo per timore politico o per inerzia. Era libero, nel Quattrocento, per esempio, Angelo Poliziano, che in una delle Stanze per la Giostra di Giuliano de’ Medici con cautela fa andare alla messa domenicale una ninfa confusa in mezzo alle dame secolari, ma non Leonardo da Vinci, scrittore di altro genio. Qui libertà assume il suo vero significato: il consenso, cioè, da parte del potere politico, consenso che permette al poeta di entrare senza armi nella società. Non erano liberi neppure Ariosto o Tasso, l’abate Parini, Alfieri, Foscolo: la retorica dei sacrificati li pone poi nel tempo fra i continuatori della voce dell’uomo che sembra gridare nel deserto e invece corrode la non-verità.

Ma, a sua volta, è libero il politico? No. Infatti, sono le caste che lo assediano che decidono le sorti di una società e agiscono anche sul dittatore. Intorno a questi due protagonisti della storia non liberi e avversari (nel poeta comprendiamo tutti gli scrittori determinanti di una data epoca) circolano e si avventano le passioni e non c’è quiete che durante una rivoluzione o una guerra: la prima portatrice di ordine e l’altra di confusione.

L’ultima guerra è stata uno scontro di sistemi, di politiche, di ordinamenti civili, nazione per nazione: violenza per ritorcere anche le minime libertà. Ricompare un senso della vita proprio nella resistenza interna all’invasore nemico e familiare. Resistenza della cultura e dell’umanesimo contadino che “alzò il capo nei campi aspri”, come dice Virgilio, contro i potenti.

Da questo movimento armato si stacca, in ogni paese, una corrente culturale non provvisoria, come pensano i conservatori delle ipoteche eterne sul-l'”immobile” civiltà. Insisto nel dire non provvisoria, perché il nucleo della cultura contemporanea (compresa la filosofia dell’esistenza) è orientato non verso i disastri dell’anima e dello spirito, ma verso un tentativo di riunire le giunture spezzate dell’uomo. Non sarà né la paura, né l’assenza, né l’indifferenza, né l’impotenza a dare al poeta la parola per comunicare agli altri una sorte non metafisica.

Il poeta può dire che l’uomo comincia oggi; il politico può dire o dice che l’uomo c’era e può sempre essere preso al laccio della sua viltà morale, viltà non congenita ma insinuata da una lenta frana secolare.

È una verità che si nasconde negli atteggiamenti irraggiungibili della sapienza politica e suggerisce una prima conclusione, e cioè che il poeta può parlare soltanto negli intervalli della barbarie. La Resistenza è una sicurezza morale, non è una poetica; né il poeta, dalla sua sostanza, governa parole per punire qualcuno. Il suo giudizio è di ordine creativo, non si formula in decalogo per inventare “vaticini”.

Gli europei conoscono la misura di questa Resistenza; è davvero la sezione aurea della coscienza moderna. Anche se urla, il nemico della Resistenza è oggi un’ombra con una debole legge: la sua voce è più impersonale dei suoi propositi. La sensibilità del popolo non s’inganna sulla condizione del poeta, né su quella del suo avversario. Quando l’antitesi si accresce, è la poesia che sostituisce il pensiero subordinato del politico, che della poesia fa un’idea da spegnere o da sfruttare.

La Resistenza è l’immagine perfetta del conflitto tra l’essere e il passato. Il linguaggio del sangue non è soltanto dramma nel senso fisico, ma espressione conclusiva d’un processo continuo alla “tecnica” morale dell’uomo. L’Europa è nata dalla Resistenza e l’adulazione delle figure indeterminate di un ordine che la guerra voleva fondare sono rovesciate fin dalle radici. La morte ha un sonno autonomo, e disumana è una mediazione per sollecitarlo con la logica o con l’abilità dell’intelligenza politica. La lealtà della poesia si delinea in una presenza che è fuori dall’ingiustizia e dall’intenzione della morte. Il politico vuole che l’uomo sappia morire con coraggio, il poeta vuole che l’uomo viva con coraggio.

Mentre il poeta è cosciente del potere del politico, questi si accorge del poeta soltanto quando la sua voce raggiunge profondamente i diversi strati sociali, quando cioè dalla lirica o dall’epica si rivelano, oltre alle forme, anche i contenuti. Da questo momento comincia una lotta sotterranea tra il politico e il poeta. Nella storia i nomi dei poeti esiliati vengono fuori come dadi mortali, mentre il politico, verbalmente, sostiene la cultura, ma in realtà tenta di ridurne la potenza: il suo scopo non è altro in ogni secolo che quello di togliere tre o quattro libertà fondamentali all’uomo, affinchè esso continui, in questo suo eterno cerchio, a riprendere ciò di cui è stato saccheggiato.

Nel nostro tempo la difesa del politico nei confronti della cultura e quindi anche del poeta si esercita scopertamente o oscuramente su molteplici vie; la più facile è quella della degradazione del concetto di cultura. I mezzi meccanico-scientifici, radio e televisione, lo aiutano a rompere l’unità delle arti, a favorire le poetiche che non disturbano neanche le ombre. Di queste poetiche, le più preferite sono sempre quelle che si legano ai richiami delle Arcadie, per disprezzare creativamente il nostro tempo. In questo senso va inteso il significato del verso di Eschilo “Dico che i morti uccidono i vivi” messo come epigrafe nel mio ultimo libro La terra impareggiabile. In questo libro il paragone dell’uomo è la terra; e se parlare dell’intelligenza dell’uomo costituisce peccato, possiamo anche dire che il potere religioso – l’aggettivo laica che qualifica l’intelligenza vuole appunto non determinarne una qualità ma il valore intrinseco – va oltre i suoi confini esercitando la sua forza sugli umili e non sull’interno fuoco delle coscienze.

La degradazione del concetto di cultura operata sulle masse, che credono cosi di affacciarsi ai paradisi del sapere, non è un fattore politico moderno, ma nuova e più rapida è la tecnica usata per la dispersione multipla degli interessi meditativi dell’uomo. L’ottimismo è divenuto tangibile, non è che un gioco della memoria, i miti e le favole (l’ansia degli eventi soprannaturali, diremo) scendono nel “giallo”, assumono metamorfosi visive nel cinema o nel racconto epico dei pionieri o del delitto. L’alternativa fra il poeta e il politico è esclusa. L’ironia “dei circoli mondani”, che talvolta è una faccia dell’indifferenza costruita, riduce la cultura nell’angolo cupo della sua storia, affermando che il quadro del dissidio è drammatizzato, che l’uomo e il suo dolore sono stati e saranno nel loro recinto consueto, cosi negli evi come oggi e domani. Certamente. Ma il poeta sa che c’è un dramma, esasperazione del dramma, sa che gli adulatori della cultura sono i suoi fanatici incendiari: il collage degli scriventi composto su qualsiasi regime corrompe alla periferia e al centro i gruppi letterari, che stimolano l’eternità con smilze calligrafie dell’anima, con vernici della loro impossibile vita della mente. In particolari momenti della storia, la cultura si unisce segretamente contro il politico: è un’unità temporanea e serve da ariete per abbattere le porte della dittatura. Sotto ogni dittatura si stabilisce questa forza, quando essa coincide con la ricerca delle libertà elementari dell’uomo. Questa unità scompare allorché, sconfitto il dittatore, risorge la catena delle fazioni.

Il poeta è solo: il muro di odio si alza intorno a lui con le pietre lanciate dalle compagnie di ventura letterarie. Da questo muro il poeta considera il mondo, e senza andare per le piazze come gli aedi o nel mondo “mondano” come i letterati, proprio da quella torre d’avorio, cosi cara ai seviziatori dell’anima romantica, arriva in mezzo al popolo, non solo nei desideri del suo sentimento, ma anche nei suoi gelosi pensieri politici.

Non è retorica, questa: in ogni nazione l’assedio silenzioso al poeta è coerente nella cronaca umana. Ma i letterati appartenenti al politico non rappresentano tutta la nazione, servono soltanto, dico “servono”, a ritardare di qualche minuto la voce del poeta dentro il mondo. Col tempo, secondo Leonardo, “ogni torto si dirizza”.


Salvatore Quasimodo

Discorso per il Premio Nobel, 1959.

giovedì 7 ottobre 2021

Discorsi da Nobel: Eugenio Montale

 




È ancora possibile la poesia


II premio Nobel è giunto al suo settantacinquesimo turno, se non sono male informato. E se molti sono gli scienziati e gli scrittori che hanno meritato questo prestigioso riconoscimento, assai minore è il numero dei superstiti che vivono e lavorano ancora. Alcuni di essi sono presenti qui e ad essi va il mio saluto e il mio augurio. Secondo opinioni assai diffuse, opera di aruspici non sempre attendibili, in questo anno o negli anni che possono dirsi imminenti il mondo intero (o almeno quella parte del mondo che può dirsi civilizzata) conoscerebbe una svolta storica di proporzioni colossali. Non si tratta ovviamente di una svolta escatologica, della fine dell’uomo stesso, ma dell’avvento di una nuova armonia sociale di cui esistono presentimenti solo nei vasti domini dell’Utopia. Alla scadenza dell’evento il premio Nobel sarà centenario e solo allora potrà farsi un completo bilancio di quanto la Fondazione Nobel e il connesso Premio abbiano contribuito al formarsi di un nuovo sistema di vita comunitaria, sia esso quello de Benessere o del Malessere universale, ma di tale portata da mettere fine, almeno per molti secoli, alla multisecolare diatriba sul significato della vita. Intendo riferirmi alla vita dell’uomo e non alla apparizione degli aminoacidi che risale a qualche miliardo d’anni, sostanze che hanno reso possibili l’apparizione dell’uomo e forse già ne contenevano il progetto. E in questo caso come è lungo il passo del deus absconditus! Ma non intendo divagare e mi chiedo se è giustificata la convinzione che lo statuto del premio Nobel sottende; e cioè che le scienze, non tutte sullo stesso piano, e le opere letterarie abbiano contribuito a diffondere o a difendere nuovi valori in senso ampio « umanistici ». La risposta è certamente positiva. Sarebbe lungo l’elenco dei nomi di coloro che avendo dato qualcosa all’umanità hanno ottenuto l’ambito riconoscimento del premio Nobel. Ma infinitamente più lungo e praticamente impossibile a identificarsi la legione, l’esercito di coloro che lavorano per l’umanità in infiniti modi anche senza rendersene conto e che non aspirano mai ad alcun possibile premio perché non hanno scritto opere, atti e comunicazioni accademiche e mai hanno pensato di « far gemere i torchi  » come dice un diffuso luogo comune. Esiste certamente un exercito di anime pure, immacolate, e questo è l’ostacolo (certo insufficente) al diffondersi di quello spirito utilitario che in varie gamme si spinge fino alla corruzione, al delitto e ad ogni forma di violenza e di intolleranza. Gli accademici di Stoccolma hanno detto più volte no all’intolleranza, al fanatismo crudele, e a quello spirito persecutorio che anima spesso i forti contro i deboli, gli oppressori contro gli oppressi. Ciò riguarda particolarmente la scelta delle opere letterarie, opere che talvolta possono essere micidiali, ma non mai come quella bomba atomica che è il frutto più maturo dell’eterno albero del male.

Non insisto su questo tasto perché non sono né filosofo, né sociologo, né moralista.

Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persine disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non poteva amare. Pochi giorni fa è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto: come ha distribuito tante attività così diverse? Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all’attività impiegatizia e tante alla vita? Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c’è un largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi.

In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.

Sono qui perché ho scritto poesie: sei volumi, oltre innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa, forse supponendo che il poeta sia un produttore di mercanzie; le macchine debbono essere impiegate al massimo. Per fortuna la poesia non è una mercé. Essa è una entità di cui si sa assai poco, tanto che due filosofi tanto diversi come Croce storicista idealista e Gilson cattolico, sono d’accordo nel ritenere impossibile una storia della poesia. Per mio conto, se considero la poesia come un oggetto ritengo ch’essa sia nata dalla necessità di aggiungere un suono vocale (parola) ali martellamento delle prime musiche tribali. Solo molto più tardi parola e musica poterono scriversi in qualche modo e differenziarsi. Appare la poesia scritta, ma la comune parentela con la musica si fa sentire. La poesia tende a schiudersi in forme architettoniche sorgono i metri, le strofe, le così dette forme chiuse. Ancora nelle prime saghe nibelungiche e poi in quelle romanze, la vera materia della poesia è il suono. Ma non tarderà a sorgere con i poeti provenzali una poesia che si rivolge anche all’occhio. Lentamente la poesia si fa visiva perché dipinge immagini, ma è anche musicale: riunisce due arti in una. Naturalmente gli schemi formali erano larga parte della visibilità poetica. Dopo l’invenzione della stampa la poesia si fa verticale, non riempie del tutto lo spazio bianco, è ricca di « a capo » e di riprese. Anche certi vuoti hanno un valore. Ben diversa è la prosa che occupa tutto lo spazio e non da indicazioni sulla sua pronunziabilità. È a questo punto gli schemi metrici possono essere strumento ideale per l’arte del narrare, cioè per il romanzo. E’il caso di quello strumento narrativo che è l’ottava, forma che è già un fossile nel primo Ottocento malgrado la riuscita del Don Giovanni di Byron (poema rimasto interrotto a mezza strada). Ma verso la fine dell’Ottocento le forme chiuse della poesia non soddisfano più né l’occhio né l’orecchio. Analoga osservazione può farsi per il Blank verse inglese e per l’endecasillabo sciolto italiano. E nel frattempo fa grandi passi la disgregazione del naturalismo ed è immediato il contraccolpo nell’arte pittorica. Così con un lungo processo, che sarebbe troppo lungo descrivere, si giunge alla conclusione che non si può riprodurre il vero, gli oggetti reali, creando così inutili doppioni; ma si espongono in vitro, o anche al naturale, gli oggetti o le figure di cui Caravaggio o Rembrandt avrebbero presentato un facsimile, un capolavoro. Alla grande mostra di Venezia anni fa era esposto il ritratto di un mongoloide: era un argomento très dègoûtant, ma perché no? L’arte può giustificare tutto. Sennonché avvicinandosi ci si accorgeva che non di un ritratto si trattava, ma dell’infelice in carne ed ossa. L’esperimento fu poi interrotto manu militari, ma in sede strettamente teorica era pienamente giustificato. Già da anni critici che occupano cattedre universitarie predicavano la necessità assoluta della morte dell’arte, in attesa non si sa di quale palingenesi o resurrezione di cui non s’intravvedono i segni.

Quali conclusioni possono trarsi da fatti simili? Evidentemente le arti, tutte le arti visuali, stanno democraticizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. L’esempio che ho portato potrebbe estendersi alla musica esclusivamente rumoristica e indifferenziata che si ascolta nei luoghi dove milioni di giovani si radunano per esorcizzare l’orrore della loro solitudine. Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso?

Ovviamente prevedo le obiezioni. Non bisogna confondere le malattie sociali, che forse sono sempre esistite ma erano poco note perché gli antichi mezzi di comunicazione non permettevano di conoscere e diagnosticare la malattia. Ma fa impressione il fatto che una sorta di generale millenarismo si accompagni a un sempre più diffuso comfort, il fatto che il benessere (là dove esiste, cioè in limitati spazi della terra) abbia i lividi connotati della disperazione. Sotto lo sfondo così cupo dell’attuale civiltà del benessere anche le arti tendono a confondersi, a smarrire la loro identità. Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione. Il tempo si fa più veloce, opere di pochi anni fa sembrano « datate » e il bisogno che l’artista ha di farsi ascoltare prima o poi diventa bisogno spasmodico dell’attuale, dell’immediato. Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo, un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia. Il deus ex machina di questo nuovo coacervo è il regista. Il suo scopo non è solo quello di coordinare gli allestimenti scenici, ma di fornire intenzioni a opere che non ne hanno o ne hanno avute altre. C’è una grande sterilità in tutto questo, un’immensa sfiducia nella vita. In tale paesaggio di esibizionismo isterico quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia? La poesia così detta lirica è opera, frutto di solitudine e di accumulazione. Lo è ancora oggi ma in casi piuttosto limitati. Abbiamo però casi più numerosi in cui il sedicente poeta si inette al passo coi nuovi tempi. La poesia si fa allora acustica e visiva. Le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri. La decifrazione non è necessaria, in molti casi può soccorrere l’aiuto dello psicanalista. Prevalendo l’aspetto visivo la poesia è anche traducibile e questo è un fatto nuovo nella storia dell’estetica. Ciò non vuoi dire che i nuovi poeti siano schizoidi. Alcuni possono scrivere prose classicamente tradizionali e pseudo versi privi di ogni senso. C’è anche una poesia scritta per essere urlata in una piazza davanti a una folla entusiasta. Ciò avviene soprattutto nei paesi dove vigono regimi autoritari. E simili atleti del vocalismo poetico non sempre sono sprovveduti di talento. Citerò un caso e mi scuso se è anche un caso che mi riguarda personalmente. Ma il fatto, se è vero, dimostra che ormai esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà, se avrà la forza di farlo.

La vera poesia è simile a certi quadri di cui si ignora il proprietario e che solo qualche iniziato conosce. Comunque la poesia non vive solo nei libri o nelle antologie scolastiche. Il poeta ignora e spesso ignorerà sempre il suo vero destinatario. Faccio un piccolo esempio personale. Negli archivi dei giornali italiani si trovano necrologi di uomini tuttora viventi e operanti. Si chiamano coccodrilli. Pochi anni fa al Corriere della Sera io scopersi il mio coccodrillo firmato da Taulero Zulberti, critico, traduttore e poliglotta. Egli affermava che il grande poeta Majakovskij avendo letto una o più mie poesie tradotte in lingua russa avrebbe detto: « Ecco un poeta che mi piace. Vorrei poterlo leggere in italiano ». L’episodio non è inverosimile. I miei primi versi cominciarono a circolare nel 1925 e Majakovskij (che viaggiò anche in America e altrove) morì suicida nel 1930.

Majakovskij era un poeta al pantografo, al megafono. Se ha pronunziate tali parole posso dire che quelle mie poesie avevano trovato, per vie distorte e imprevedibili, il loro destinano.

Non si credo però che io abbia un’idea solipsistica della poesia. L’idea di scrivere per i così detti happy few non è mai stata la mia. In realtè l’arte è sempre per tutti e per nessuno. Ma quel che resta imprevedibile è il suo vero begetter, il suo destinano. L’arte-spettacolo, l’arte di massa, l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto. Si può incorniciare ed esporre un piao di pantafole (io stesso ho visto così ridotte le mie), ma non si può esporre sotto vetro un paesaggio, un lago o qualsiasi grande spettacolo naturale.

La poesia lirica ha certamente rotto le sue barriere. C’è poesia anche nella prosa, in tutta la grande prosa non meramente utilitaria o didascalica: esistono poeti che scrivono in prosa o almeno in più o meno apparente prosa; milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla. Il mondo è in crescita, quale sarà il suo avvenire non può dirlo nessuno. Ma non è credible che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una cultura che sia anche argine e riflessione. Possiamo tutti collaborare a questo futuro. Ma la vita dell’uomo è breve e la vita del mondo può essere quasi infinitamente lunga.

Avevo pensato di dare al mio breve discorso questo titolo: potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa? E’ ciò che molti si chiedono, ma a ben riflettere la risposta non può essere che affermativa. Se s’intende per la così detta belletristica è chiaro che la produzione mondiale andrà crescendo a dismisura. Se invece ci limitiamo a quella che rifiuta con orrore il termine di produzione, quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia.

E’ stato osservato più volte che il contraccolpo del linguaggio poetico su quello prosastico può essere considerato un colpo di sferza decisivo. Stranamente la Commedia di Dante non ha prodotto una prosa di quell’altezza creativa o lo ha fatto dopo secoli. Ma se studiate la prosa francese prima e dopo la scuola di Ronsard, la Plèiade, vi accorgerete che la prosa francese ha perduto quella mollezza per la quale era giudicata tanto inferiore alle lingue classiche ed ha compiuto un vero salto di maturità. L’effetto è stato curioso. La Plèiade non produce raccolte di poesie omogenee come quelle del Dolce stil nuovo italiano (che è certo una delle sue fonti), ma ci da di tanto in tanto veri « pezzi di antiquariato » che andranno a far parte di un possibile museo immaginario della poesia. Si tratta di un gusto che si direbbe neogreco e che secoli dopo il Parnasse tenterà invano di eguagliare. Ciò prova che la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana. Vogliamo rileggere insieme un canto di Joachim Du Bellay. Questo poeta, nato nel 1522 e morto a soli trentacinque anni, era nipote di un cardinale presso il quale visse a Roma qualche anno riportando profondo disgusto per la corruzione della corte pontifica. Du Bellay ha scritto molto, imitando più o meno felicemente i poeti della tradizione petrarchista. Ma la poesia (forse scritta a Roma), ispirata da versi latini del Navagero, che raccomanda la sua fama, è frutto di una dolorosa nostalgia per le campagne della dolce Loira da lui abbandonate. Da Sainte-Beuve fino a Walter Pater, che dedicò a Joachim un profilo memorabile, la breve Odelette des vanneurs de blé è entrata nel repertorio della poesia mondiale. Proviamo a rileggerla se questo è possibile, perché si tratta di una poesia in cui l’occhio ha la sua parte.

A vous troppe legere,
qui d’aele passagere
par le monde volez,
et d’un sifflant murmure l’ombrageuse verdure doulcement esbranlez,

j’offre ces violettes,
ces lis et ces fleurettes,
et ces roses icy,
ces vermeillettes roses,
tout freschement écloses,
et ces oeilletz aussi.

De vostre doulce halaine
eventez ceste plaine,
eventez ce sejour,
ce pendant que j’ahanne
a mon blé, que je vanne
a la chaleur du jour.

Non so se questa Odelette sia stata scritta a Roma come intermezzo nel disbrigo di noiose pratiche d’ufficio. Essa deve a Patter la sua attuale sopravvivenza. A distanza di secoli una poesia può trovare il suo interprete.

Ma ora per concludere debbo una risposta alla domanda che ha dato un titolo a questo breve discorso. Nella attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia? Le risposte potrebbero essere molte. La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti: basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto. Solo in un secondo momento sorgono i problemi della stampa e della diffusione. L’incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione, cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda. Che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo.

Diversa è la questione se ci si riferisce alla reviviscenza spirituale di un vecchio testo poetico, il suo rifarsi attuale, il suo dischiudersi a nuove interpretazioni. E infine testa sempre dubbioso in quali limiti e confini ci si muove parlando di poesia. Molta poesia d’oggi si esprime in prosa. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva prosa. L’arte narrativa, il romanzo, da Murasaki a Proust ha prodotto grandi opere di poesia. El il teatro? Molte storie letterarie non se ne occupano nemmeno, sia pure estrapolando alcuni geni che formano un capitolo a parte. Inoltre: come si spiega il fatto che l’antica poesia cinese resiste a tutte le traduzioni mentre la poesia europea è incatenata al suo linguaggio originale? Forse il fenomeno si spiega col fatto che noi crediamo di leggere Po Chüi e leggiamo invece il meraviglioso contraffattore Arthur Waley? Si potrebbero moltiplicare le domande con l’unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi che è strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun’altra creatura vivente può vantare. Inutile dunque chiedersi quale sarà il destino delle arti. È come chiedersi se l’uomo di domani, di un domani magari lontanissimo, potrà risolvere le tragiche contraddizioni in cui si dibatte fin dal primo giorno della Creazione (e se di un tale giorno, che può essere un’epoca sterminata, possa ancora parlarsi).



Eugenio Montale

Discorso per il Nobel alla Letteratura, 1975

mercoledì 6 ottobre 2021

Discorsi da Nobel: Grazia Deledda

 




Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è un poeta. Senza vanità anche a me è capitato così.

Avevo un irresistibile miraggio del mondo, e soprattutto di Roma. E a Roma, dopo il fulgore della giovinezza, mi costruì una casa mia dove vivo tranquilla col mio compagno di vita ad ascoltare le ardenti parole dei miei figli giovani.

Ho avuto tutte le cose che una donna può chiedere al suo destino, ma grande sopra ogni fortuna la fede nella vita e in Dio. Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.



Grazia Deledda

Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura (1926/27)

martedì 5 ottobre 2021

Quinta dimensione, scrittura e fruizione nella realtà parallela.

 




Quinta dimensione, scrittura e fruizione nella realtà parallela.


I due più bei twitt che io conosca sono stati scritti decenni prima l'avvento di Internet e di Twitter. "Mi illumino di immenso." E anche: "Ognuno sta solo sul cuore della terra, trafitto da un raggio di sole. Ed è subito sera." Naturalmente né Ungaretti né Quasimodo avrebbero mai sospettato di far parte dei cinguettanti comunicatori contemporanei. Possiamo immaginare, con un sorriso sulle labbra, il vecchio Ungaretti seduto sulla sua sedia mentre Pasolini lo intervista, interrompere per un attimo il collega, estrarre uno smartphone e cinguettare una delle sue brevissime ma profondissime poesie, condividendole con migliaia di followers e subito dopo riprendere la conversazione. Oppure, immaginare Quasimodo amministratore di un gruppo su Facebook dedicato alla città di Tindari. Il gioco potrebbe continuare. Leopardi, per esempio, sarebbe morto su Second Life, nello scandaloso postribolo "La Ginestra" dove realizzava ben altre fantasie da quelle poetiche: probabilmente ce lo saremmo perso come poeta. Dante, avrebbe vissuto il suo esilio nella Silicon Valley, realizzando il più impattante e avvincente videogame di tutti i tempi: "Hell vs Paradise"! E così via.
Si tratta naturalmente di boutades, ma i paradossi possono essere usati per rendere chiara la determinazione di una realtà attuale che si avvale di una (o più) dimensione nuova. La quinta dimensione del web, che amplifica, si irradia, permea e viene agita come un'estensione del mondo, nel mondo. Il web, come esattamente scrive Antonio Spadaro, non è una tecnologia, ma un ambiente. Assolutamente vero, e da qui bisogna partire per qualsiasi ragionamento, anche critico su di esso. Qualunque ambiente è buono o cattivo, a seconda di chi lo abita e di come vi agisce. Siamo noi a determinarlo.

La critica maggiore (e il rifiuto conseguente) al web è quella che lo vorrebbe opposto e in contraddizione con la realtà. Oppure lo si riduce ad una opposizione tra tecnologia, vista come un mostro freddo e alienante, e l'umanità del mondo reale. Il web fa paura. Ci si dimentica che è l'umanità ad abitarlo.

Bisognerebbe piuttosto interrogarsi e ricercare, non soltanto in modo passivo, come e cosa possiamo produrre, sperimentare, creare, comunicare grazie e attraverso il web.

Cosa può significare l'esperienza del multitasking, la ricettività reticolare, la sinestesia continua che ormai è comune, anche se ci ostiniamo a negarla, ma ne siamo comunque coinvolti? Non è forse una amplificazione delle nostre possibilità, qualcosa che scardina l'orizzontalità monotematica del pensiero strutturato? Certo, spiazzante, ma guardiamo come per i giovani sia invece semplice, persino naturale. Non è che, come spesso si sente dire, anche qui, che i giovani sono distratti e la tecnologia li rende ancor più tali. È forse più vero e giusto dire che tutti i giovani, di tutti i tempi, sono distratti e, come in ogni tempo accade, sono gli adulti che devono aiutarli a concentrarsi e dare contenuti stimolanti a questa richiesta di concentrazione. Ma per farlo oggi, dobbiamo far nostri  linguaggi e strutture che non sono più quelli con i quali, noi, nativi non digitali, siamo cresciuti e ci siamo strutturati. Mentre i giovani ne sono naturali fruitori. Ed è quindi a noi richiesta non una negazione ma uno sforzo e la presa di coscienza di una responsabilità, che non possiamo ignorare, a rischio di lasciare vuoto ciò che può e deve essere riempito di valori ed azioni positive.

Le possibilità educative che il web offre sono immense. Quelle creative, straordinarie. Ed è sciocco, persino malfidato, dire che se ne può fare a meno. Ci sono, continueranno ad esserci, fino a qualche altra rivoluzione tecno-antropologica. Possiamo chiudere gli occhi e restare pietre inerti, tronfi della nostra dura sostanza o impegnarci a dare sostanza e valore al fluire, apparentemente indistinto e caotico del web. Sforzarci quantomeno di farlo. Questo secondo me è un valore etico e morale imprescindibile al giorno d'oggi.

Bisogna apprendere per insegnare. Essere mobili e modificabili per muovere e modificare.


Il sommo bene è come l'acqua:
l'acqua ben giova alle creature e non contende...
...
Nulla al mondo è più molle e più debole dell'acqua
eppur nell'abradere ciò che è duro e forte
nessuno riesce a superarla,
nell'uso nulla può cambiarla.
La debolezza vince la forza,
la mollezza vince la durezza:
al mondo non v'è nessuno che non lo sappia,
ma nessuno v'è che sia capace di attuarlo.
Per questo il santo dice:
chi prende su di sé le sozzure del regno
è signore dell'altare della terra e dei grani,
chi prende su di sé i mali del regno
è sovrano del mondo.
Un detto esatto che appare contraddittorio
(Tao-te-ching)



Ed è infatti il mare del web fluido e mobile. Le nuvole che ne nascono sono gravide di quel che l'acqua contiene, sta a noi immettere ciò che di buono ce ne tornerà.


Chi scrive (e chi legge), trova nel web una serie di opportunità e offerte d'espressione, creatività e condivisione, che se di per sé non sono risolutive, in quanto devono necessariamente essere riempite di contenuti e presuppongono una continua formazione che le modificazioni d'uso che il web propone continuamente, ma sono oramai imprescindibili.

Per concludere, nel web si scoprono nuovi linguaggi, ne muoiono altri, ma, per esempio vorrei notare che la tanto bistrattata concisione richiesta dal tempo medio di lettura di un utente nel web, ha portato ad un benefico proliferare ed un crescente interesse verso la poesia. Se rimane pur vero che il lettore accorto dovrà separare il grano dal loglio (come sempre d'altronde), al di là di un certo velleitarismo poetico nazionale, nel web si trovano le migliori opportunità di lettura  per chi vuol fruirne o di proposta poetica per gli autori. Di fronte al fatto che la poesia editorialmente non vende, nel web (gratuitamente) è fruita in numeri inimmaginabili nel cartaceo (certo in proporzioni di numeri sempre piccoli in assoluto ma esponenziali nello specifico).

Da questo proliferare si sono venute sviluppando, per esempio, modalità poetiche, quali la video poesia, che pur giungendo dagli anni "70, hanno trovato nel web possibilità ed esiti sempre più interessanti e di qualità.

Abitare lo spazio virtuale, rendersi conto che ci si muove e ci si esprime, si comunica e condivide, attraverso qualcosa che se pur impalpabile, ha una sua corrispondenza e una connessione continua con l'umano, agire di uomini per altri uomini, attraverso una dimensione sterminata di compresenza spaziale, temporale e persino ontologica, inimmaginabile fino a trent'anni fa. Ma che oggi esiste quale normalità con la quale dobbiamo volenti o nolenti confrontarci. Astenersene o rifiutarla sarebbe inutile, ostinatamente sciocco ma soprattutto renderebbe certo che proprio ciò che di negativo giustamente critichiamo prevalga. Dobbiamo esserci. Il resto - come diceva Amleto - è silenzio.

Francesco Randazzo

lunedì 4 ottobre 2021

La Malaeredità di Maribella Piana


 

La Malaeredità

romanzo di Maribella Piana

Armando Curcio Editore

2020


Ogni vita è segnata da un destino, lo sappiamo da millenni che il Fato è persino superiore agli Dei, agisce per vie imperscrutabili e impossibili da evitare. Ma è più forte l’illusione di potenza della nostra volontà, la pervicace ostinazione di alcuni che pretendono di ribaltare l’esito della propria esistenza, compiendo atti di sublime e scellerata disubbidienza, dipende dai punti di vista. I più si adattano, non ci pensano nemmeno, seguono il solco già tracciato, attraversano la vita come un treno che scorre sui binari già tracciati, serenamente o stolidamente, dipende dai punti di vista.

Molte storie sono state scritte e ci raccontano ancora questa consapevolezza vissuta come contrasto e lotta, come hybris inevitabile, sconcertante, anche se illusoria: Edipo, Medea, Lady Macbeth, Amleto, Madame Bovary, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Malavoglia, Il Gattopardo, per citarne alcuni non a caso. La letteratura si plasma continuamente in grandi narrazioni che ci avvincono, rendendoci partecipi e per immedesimazione protagonisti di questa eterna lotta degli esseri umani contro il destino.

Così adesso, ci cattura e coinvolge l’ultimo romanzo di Maribella Piana, dall’inquietante titolo “La malaeredità”, che già prelude a vite e destini segnati da una sorta di tragico fato familiare. La piccola e inquieta protagonista, giovane nobildonna data in sposa per interesse e senza amore a un nobilotto insignificante e disinteressato per educazione e consuetudine al sentimento, sembra predestinata ad una vita segnata, privilegiata per censo e status sociale, ma già scritta nel grigio libro delle esistenze accondiscendenti a norme e regole condivise e protette, perché l’ordine civile resti quel che è, con l’illusione che sia per sempre e sia perfettamente compiuto. Ignara di quasi tutto, del mondo, della società, della vita, della storia, quasi inconsapevolmente, Concettina, tenta disperatamente di vivere una vita degna d’essere vissuta, come molte eroine romantiche cerca e brama l’amore, vibra e palpita per qualcosa che è, anche per lei, soprattutto l’empito romanzesco dei libri che legge, il turbamento pericoloso che nel suo corpo vibra. In un epoca, quella della fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Sicilia gattopardesca, dominata da regole di cattolicissima ipocrisia e forgiata in un maschilismo quasi onnipotente, questa giovane eroina muove la sua personale guerra contro ogni consuetudine e condiscendenza, ama per scelta, tradisce, fugge, rompe ogni legame con quel mondo dorato e protetto di cui faceva parte e, persino perdendo l’affetto e la vicinanza dei figli legittimi, precipita in un’oscurità insidiosa che le darà sì l’amore tanto voluto, ma anche la cancellerà, come un errore da dimenticare, da tutta quella società imbalsamata e intrecciata di connivenze, le cui regole ha osato infrangere. L’amante, non sarà poi molto diverso dal marito, perché mai abbandonerà la moglie cui per convenienza è legato. Concettina vivrà in una sorta di limbo, nell’illusione di un amore che la anima, ma che la relega ai margini, madre di figli illegittimi che sono quasi ombre di colpa e madre di figli che la rinnegano pur sentendo un inevitabile afflato filiale, che sentono tradito e si distaccano, tra nostalgie e risentimento. Tutti porteranno con sé, nella loro esistenza, i segni di quella “malaeredità” della madre che sfidando il destino, ne rafforzerà e amplierà gli effetti per sé e per la sua discendenza. Fino all’oblio, che il tempo e la cancellazione segnarono. Maribella Piana, che della protagonista è una discendente, compie in quest’opera, la sua più matura e profonda, una “queste” che è sia un risarcimento a questa straordinaria donna che fu la sua bisavola, ma anche e soprattutto una coinvolgente narrazione letteraria di vite e destini perduti, grazie a questo romanzo, non inutilmente. Lo specchio della letteratura riflette con commovente forza e struggente nostalgia, lo straordinario affresco della vita di una giovane che osò sfidare il mondo, il destino già scritto, e vinse e perse al medesimo tempo.

Francesco Randazzo




domenica 3 ottobre 2021

Sumeri del terzo millennio

 



L'odore dei libri è meraviglioso. La consistenza della pagina un'esperienza sensoriale magnifica. Le copertine seducenti ammiccamenti. Di questo sono convinto anch'io. Amo i libri, da sempre. Nel corso del tempo ne ho accumulati quattromila o giù di lì. Una casa senza libri per me è vuota, e non lo nego, mi ispira il sospetto dell'ignoranza. La mia casa l'ho anche scelta proprio pensando allo spazio per loro, c'era. Or non c'è più. Gioie e dolori del bibliofilo. Ci sono anche controindicazioni. I libri pesano, pesano molto. I libri occupano spazio, parecchio. Si accumulano e invadono ogni spazio libero. Vanno in seconda fila, in terza. Finiscono negli scatoloni, nei magazzini, nei garage. Se viaggi spesso, come faccio io, per lavoro o vacanza e vuoi portarti da leggere, studiare, etc. ti sobbarchi chili e chili di soma al costo degli esosi sovrapprezzi che le compagnie aeree esigono o di lombalgie e colpi della strega che con l'età diventano croniche ernie discali.

Così, ad un certo momento, sei mesi fa, ho comprato un ebook reader. La parola è un po' scostante, poco attraente, bisogna ammetterlo; d'altra parte "lettore di libri elettronici" fa passare la voglia di leggere mentre lo pronunci. Ciononostante l'ho comprato. Al prezzo di circa sei/sette libri di fascia media.

È una tavoletta. Tipo quelle dell'antichità. Non è un tablet. È una tavoletta priva di luce. Si ricopre di lettere, frasi, narrazioni, rotoli, papiri, libri insomma. Per leggere si ha bisogno di una luce esterna, esattamente come per un libro cartaceo. Non si stanca minimamente la vista. Pesa pochissimo. "Infinite Jest", per esempio, lo si legge reggendolo con una mano. Lo Zanichelli, idem.

La magica tavoletta sumera può contenere migliaia di libri. Li si porta appresso e pesano sempre soltanto quanto la tavoletta (duecento grammi circa). Sono sempre disponibili, si possono sottolineare, ogni libro si ricorda a che pagina eri l'ultima volta che l'hai aperto, se non sai il significato di una parola (o vuoi tradurne una straniera) si va sopra col cursore e si apre una nota del dizionario che spiega tutto. Non è poco.

Se voglio comprare un libro, vado on line con il wifi e in pochi minuti ce l'ho già dentro la tavoletta. E costano meno, non tanto meno quanto potrebbero, secondo me, comunque di meno, mediamente il trenta per cento. Ma in rete si trovano migliaia di titoli, i classici per esempio, gratuitamente. Ci sono anche dei siti di sharing tra lettori. Insomma questo per dire che anche economicamente conviene. E il costo per l'acquisto della tavoletta si ammortizza velocemente.

Come un Sumero o un antico romano, ormai vado in giro ovunque con la mia tavoletta. Leggo saporitamente. Molto, come al solito. Forse anche di più.

L'odore dei libri mi circonda ugualmente, visto che la mia casa ne è piena, ma quest'arte antica della tavoletta sumera, è molto, molto pratica e utile, ha persino un suo fascino tenere in mano quest'antenato del libro che sfrutta la tecnologia più avanzata per un piacere antico, sempre attuale: leggere.

I miei libri non sono invidiosi. Anzi, si sentono degli eletti, perché grazie alla tavoletta, sanno che per occupare spazio negli scaffali, se lo devono meritare. Stanno là, difatti, e ogni tanto qualche altro li raggiunge, per merito ovviamente.

Ogni tanto mi viene persino voglia di avvolgermi in un lenzuolo a mò di toga e con la tavoletta in mano, immortalarmi in un autoscatto (con la camera diglitale, ovviamente), stile Seneca, va'. Ma questi sono ghiribizzi strambi. Leggere è una cosa seria. E divertente. As do you like it.

Eh, sì, lo so che Seneca coi sumeri non c'entra niente, ma un costume da sumero dove lo trovo?

Ah, sì, lo so, le tavolette sumere pesavano un accidente, peggio dei libri... Ma pensate che se i Sumeri avessero avuto la tecnologia che abbiamo oggi non l'avrebbero usata?





©francescorandazzo

sabato 2 ottobre 2021

Elogio dell'errore

 



"Il senso di colpa è il segnale dinamico di un’elaborazione tra quelli che Freud chiamava l’io attuale e l’io ideale. L’errore in questo modo non è più valutato dall’esterno ma è oggetto di una autovalutazione."

In una società che ci vuole sempre perfetti, diventa ogni giorno più importante tornare a comprendere la valenza di uno sbaglio e la sua portata all'interno del cammino di formazione di ciascun individuo. Vittorino Andreoli e Giancarlo Provasi si confrontano sul significato psicologico e sociale dell'errore: le motivazioni da cui scaturisce, gli effetti che produce, la percezione che se ne ha, il contesto sociale in cui si verifica, la ragione e la volontà implicate. Come si valuta uno sbaglio e quali sono quelli più gravi? Di una scelta errata si devono giudicare anche le intenzioni o semplicemente gli effetti? E cosa ha più peso, le conseguenze immediate o quelle a lungo termine? Due voci e due approcci differenti che insieme tracciano un ritratto a tutto tondo dell'essere umano colto nel suo agire quotidiano, nella dimensione privata così come in quella sociale. Un dialogo stimolante costruttivo, un'intensa riflessione sulla vera natura dell'uomo e sulla sua irripetibile fragilità.


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venerdì 1 ottobre 2021

Della pietra e della fionda





 Quanto poco la pace sia un sentimento o meglio un’aspirazione universale, ce lo dimostrano le innumerevoli morti che ogni giorno affollano i media e i social network. Alle guerre reali si sovrappongono quelle dei commenti, feroci e divisi, che si leggono su Facebook o su Twitter, o le orribili conte delle vittime per servire lo stato di vittima piuttosto che di aggressore. Una catena lunga e infernale, aberrante. Palestinesi, israeliani, siriani, libici, irakeni, americani, ucraini, russi, coreani, etc, etc. La ridda di ragioni per uccidersi assaltando o uccidere per non essere assaltati è infinita e senza soluzione. Quel che più colpisce è lo scandalo ipocrita che provoca tra noi, quel sentirsi minacciati e dover abbracciare sempre una spiegazione perché si debba sempre e soltanto adoperare la violenza. E chi difende l’uno contro l’altro, la adopera, se pure non con le armi, ma sono pure armi terribili quelle dell’espressione brutale, per scagliarsi contro qualcuno o qualcosa. La rissa faziosa ha sempre la meglio, avvince gli animi, arma le tastiere e innesca le bombe. Senza fine, né soluzione. Ognuno con la sua idea parziale di pace, armata, pavimentata con i cadaveri degli altri.

E questo, a guardar bene, pensando e rileggendo la Storia, è sempre lo stesso meccanismo che l’umanità adopera e conduce, purtroppo, naturalmente.

La natura dell’uomo, è questa. Brandire il bianco della ragione, colpire con il nero della furia, sgorgare il rosso della vita, fino a che non sia distrutta.

Allora mi viene da pensare a Walter Benjamin che si uccide poco prima che arrivino i nazisti, ma lui morì e i nazisti non arrivarono più. Che sfortuna, si pensa, avesse avuto più fiducia, più speranza. Ma forse lui, come l’Angelus di cui scrisse, aveva visto, questo orribile serpente che morde la sua stessa coda, che si uccide continuamente, che è l’umanità, la sua storia, il suo eterno presente, la sua illusione di futuro, dunque sapeva che dal male non poteva fuggire.

Dalla brutalità manifesta e ideologica del secolo breve, con le sue guerre mondiali che resettavano il sistema, siamo passati a quelle manichee e settoriali, mirate e chirurgiche, sparse dappertutto, ognuno contro qualcuno o qualcosa. La pace è diventata la maschera della violenza. Siamo ancora quelli della pietra e della fionda, ci sfoghiamo con le playstation, per drenare l’aggressività o massacriamo qualcuno sulla nostra bacheca di facebook, siamo pronti a manifestare per la pace, ma soltanto la nostra, piccole paci a scapito di altre. Ognuno con la rabbia di voler prevalere, perché è nel giusto, per il suo dio plagiato, per la propria ottusa visione dell’umanità.

Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre? Per assicurarsi la pace. È raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra. Se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace? Almeno non si farebbero le guerre. No! Perché se non si fanno le guerre che servono ad evitare le guerre, vengono le guerre.

Da Quasimodo a Campanile il passo non è bizzarro, è breve, ma è un passo verso un abisso doloroso e spietato. Infinitamente stupido.



©francescorandazzo