Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

sabato 26 maggio 2018

Un racconto di Antonio Ortoleva


NOBILE FINALE



Nel cuore di tenebra calabrese la luce penetra con molto tatto tra le eriche, gli abeti bianchi e, più su, tra i faggi; discreta e gentile verdeggiando l’aria gravida di azoto che quasi inebria per la sua purezza. Ero io bambino-adulto di otto anni e privo di madre perché morta due anni prima di tisi senza assistenza di medici che lassù, sulle Serre San Bruno, nelle stagioni di grande pioggia, con le fiumare ingrossate, le strade non erano percorribili dalle carrozze-ambulanze e le erbe stracotte della vecchia e premurosa vicina non bastarono a salvarla. In pochi mesi il mio fisico e la mia volontà di sopravvivere si svilupparono con prepotenza, come se investiti da energia cosmica. Mi sentivo forte, forte come un semidio, prescelto dalla natura ad assorbire linfa vitale dalla boscaglia. Compresi la trasformazione osservando le mie nuove impronte solide nel terreno umido, profonde come l’istinto che mi faceva padroneggiare quei luoghi silenziosi e selvaggi, dove la notte piombava d’improvviso, come un sipario che cala davanti alla luce, come nelle foreste subequatoriali, come nei cuori degli uomini avvolti dall’astio verso lo straniero o verso la propria cupa infelicità. E non ne avevo paura.

Avevo imparato a distinguere il grido del picchio nero dalla minuscola cresta carminia che annuncia l’arrivo della pioggia, i passi svelti e ritmati del lupo appenninico, l’incedere silenzioso del gatto selvatico, il raschiare delle unghie del ghiro in cima ai noccioleti in pieno agosto — e imparai presto a catturarlo con le trappole a cassetta. I miei cinque sensi erano come ereditati da un indiano d’America. L’olfatto in particolare. Potevo avvertire l’arrivo a lunga distanza di una cavalcatura dal suo sudore nel vento e dall’intensità dei suoi passi distinguere se fosse al pascolo, quindi con la groppa libera da uomo o mercanzia, un afrore misto al cuoio che i più grandi dicevano che turbasse le donne, ecco io allargavo le narici come un cavallo nell’atto dello sforzo e lo sentivo alla distanza di un proiettile di carabina.

Ero in simbiosi con le rocce di granito delle mie montagne, con la cellulosa dei boschi fitti e inespugnabili, con il labirinto delle acque che scendevano a valle, sapevo di radiografare il percorso sotterraneo dei fiumi negli inghiottatoi, finché non risorgevano all’aperto in nuovi alvei a precipizio verso la pianura, con quadrupedi e volatili che mi vivevano spesso intorno come fossi un elemento del paesaggio ribollente di vitalità e speranza. Ma non solo. Ero consapevole di esser nato con lo spirito di geometria perché ho sempre saputo mettere ogni cosa al suo posto, non nel senso dell’ordine, ma del meccanismo complesso, sia esso una macchina che un essere vivente. Possedevo la capacità di scomporre un corpo nei suoi pezzi principali o ricomporlo. Avevo messo gli occhi, a quella età, su una vecchia Vespa abbandonata nel cortile di don Ciccio, un lontano parente, secondo il quale quel motore “era ormai morto”. Gli chiesi di lasciarmi provare ad aggiustarlo. “Ma cosa vuoi aggiustare, lattante, — mi rispose con affettuosa iattanza — non è roba per te”. L’attrazione indefinibile verso lo scooter grigio e arrugginito a macchia di leopardo, mi spingeva quasi ogni mattina nei paraggi con candida curiosità. Non capivo e non m’interrogavo sul perché. Smontavo la pancia laterale, aguzzando gli occhi sui meccanismi di un motore a due tempi che vedevo per la prima volta e che mi appariva incredibilmente familiare.

“Dài, dài, portatela via”, fece un giorno zio Ciccio e le dita corte della mano con insistenza verso l’alto sferzavano l’aria come a scacciare un insetto fastidioso, “portala via e cagionaci quel che vuoi”. Raggiante ero, attraverso la fessura delle labbra e degli occhi. Ma sembrava un’impresa impossibile per l’altezza dei miei otto anni manovrare un rottame con le ruote a terra che immobilizzarono me, nello sforzo sovrumano, e la bambina meccanica e riottosa, se non fosse stato per Fausto, il procugino adolescente, che impresse la spinta decisiva. Così a zig-zag raggiungemmo il garage-catoio più vicino.

Pascaliano mi chiamò il maestro delle primarie che amava la filosofia. Avevo unito in me, secondo lui, l’esprit mecanique allo spirito di finezza. Lo presi per un complimento quando dopo quattro giorni, smontato e rimontato quel meccanismo perfetto, che non sapevo fosse già diventato il simbolo geniale italiano nel mondo, con un colpo deciso al pedale di accensione di zio Ciccio la Vespa ruggì. Si spense in una nuvoletta bianca, ruggì di nuovo al secondo avviamento con un gran fumo che era una gran bellezza mentre la piccola folla intorno rideva e urlava di meraviglia lanciando non solo le braccia al cielo ma anche me che fui preso in braccio e scaraventato verso l’alto come una sua benedizione. Ero entrato, ufficialmente e con molto anticipo, nel mondo degli adulti.

Da bambino smontavo tutto. E lo rimontavo. Affrontare la fatica e la pazienza era per me un piacere sottile. E ogni giorno alzavo l’asticella, ogni nuovo giorno quasi mi allenava a sostenere un peso maggiore. Avevo sedici anni e non ero mai uscito dal paese quando mi ritrovai a Torino. Un commerciante vicino di casa doveva caricare arance e mandarini su un vecchio camioncino Fiat 615, di quelli che non se ne fanno più con il muso gonfio e allungato. Aiutami che ti pago, disse. Lo aiutai. Devo portare la merce a Torino, vieni con me, che ti pago. Andai. Tre giorni di viaggio a 40-50 all’ora per oltre mille chilometri. Scaricammo gli agrumi e quando lui mise in moto per tornare a sud, io gli dissi: resto per cercare un lavoro. Lui non fece una piega: lo dirò a tuo padre che sei rimasto qui. Avevo 500 lire in tasca, mezzo filone di pane e un pugno di arance. La mia casa era uno scatolone di cartone sotto i portici. Cosa sai fare?, mi chiese il titolare di una grande officina. Io non so fare niente, risposi, ma potrei fare di tutto. Ti voglio provare, mi disse, ti do cento lire l’ora. Traslocai la mia casa di cartone accanto alla fabbrica. Il fratello del titolare giungeva al mattino presto che era ancora buio per curare i suoi cardellini. E mi trovava stabilmente davanti ai cancelli. Da due mesi ti presenti per primo ai cancelli, mi disse il fratello del titolare. Gli spiegai che vivevo nella casa di cartone a pochi metri da lì. Lo riferì al fratello che urlò: fermate le macchine, trovate un letto per questo ragazzo.

A un anno dal mio arrivo venne mio padre. Ero il penultimo di nove fratelli. Volle vedere dove lavoravo, dove abitavo e con chi, che tipo di vita conducessi. Ma non pronunciò una parola, non avevo chiesto il suo permesso di lasciare il paese. Non pronunciò una parola finché non risalì sul treno. Quando vorrai tornare, è sempre casa tua.

Tra lavoro, straordinari e passione per la meccanica, restavo al lavoro dodici ore ogni giorno, domenica esclusa ma non sempre. La sera preparavo il sugo, a pranzo tornavo in bici e mettevo a bollire mezzo chilo di pasta. La sera niente cena, no. Solo qualche banana in bici.

Una mattina comparve in fabbrica Boniperti. Era stato un grande giocatore della Juve e ne era diventato presidente, nonché padrone di un’azienda dell’indotto Fiat. I miei compagni di lavoro gli si fecero intorno per un saluto caloroso e un autografo. Poi Boniperti, con le sue spalle grandi dentro la giacca di tweed e i capelli giallo scuro a fronte alta, si ritirò con il nostro titolare nello stanzone a vetri. Dieci minuti dopo Teresa, la centralinista tuttofare, mi venne a chiamare. Al cospetto dell’ammiraglio del calcio italiano mi mostrai tranquillo nei miei diciotto anni appena compiuti. Boniperti mi chiese di lavorare da lui. La storia del capomacchina incastrato nel tornio aveva fatto il giro nell’ambiente metalmeccanico della Mole. Il mandrino della testa motrice si era piegato nella lavorazione imprigionando le gambe dell’operaio. Ci provarono in tanti a stappare la torretta portautensili per liberare il compagno ferito e sanguinante, ma senza esito. Io mi feci strada afferrando il disco di ghisa sbullonato con entrambe le mani. Chiudendo gli occhi, piegando le ginocchia, prolungando l’inspirazione, spingendo gli avambracci verso l’alto, mi ritrovai sul petto una coppa di quasi due quintali e l’esultanza della fraterna compagnia. Ne guadagnai la stima dei compagni, tante pacche sulle spalle, una medaglia ricordo e diecimila lire di premio.

La fama del terrone “smontatore”, ligio sul lavoro, mai una parola di troppo, era giunta alle orecchie del patron bianconero che aveva così chiesto al più piccolo collega imprenditore di cambiargli casacca come se io fossi il giovane calciatore di un vivaio di provincia che poteva passare al club più titolato.

Avevo fatto carriera. Adesso non vestivo una maglia di calcio ma una tuta integrale che mi si poteva scambiare per un elicotterista, con rinforzi e protezioni, un caschetto giallo e, sempre al mio fianco, una cassetta di attrezzi di precisione che lucidavo con cura ogni sera prima di riporli. Spedivo a casa metà dello stipendio e in cambio ricevevo un pacco di cibarie dalle mie sorelle. Quella volta lì, tra la soppressata, la forma di pane fatto in casa, le conserve e il barattolone di caponata, trovai, come portafortuna, un rametto ancora fresco e aromatico di faggio, tre mazzetti di origano di montagna. E una lettera: tuo fratello ha rilevato un ristorante, ha bisogno di te. La mistura di profumi e quella richiesta esplosero nella stanza e mi stordirono. In quel momento compresi che il mio tempo a Torino era finito. La montagna mi stava richiamando. Al direttore dissi: mi licenzio. Boniperti lo seppe e mi fece chiamare. Se resti ti raddoppio lo stipendio. Devo andare. Il patron non aggiunse altro. Si alzò e, allungando le braccia e un gran sorriso che gli fece aprire una bocca lunga e perfetta, mi strinse a sé. Perdo un figliolo e il migliore dei miei uomini, buona fortuna.

Appena tornato appresi dell’incidente. La ruspa crollò nel fiume mentre costruivano la strada verso le cascate. Un piccolo cedimento del terreno e l’autista era balzato giù mollando il mezzo al suo destino. Il piccolo escavatore si era piegato da un lato, tentava sì di risalire con un gemito disperato e quasi umano nel motore, mentre le cinghie slittavano in un turbinio di polvere e sassi. Pareva farcela, ma la direzione di marcia, senza guida, lo conduceva nel baratro. Il cingolato scomparve inghiottito nel vuoto primordiale con un rombo continuato e un boato e un frastuono in miscuglio di alberi e di rocce a precipizio verso il fiume, sessanta metri più giù. Lo schianto di tuono durò un tempo senza fine, come il silenzio successivo nella valle, finché non si spense nell’acqua. Tacquero animali di terra e di cielo, i grilli per quel giorno trattennero il fiato e non frinirono.

I lavori ripresero, ma non abbandonavo il pensiero di quella ruspa. La sognavo di notte capovolta nel fiume, con il motore ancora acceso, riparo per colonie di pesci e granchi di acqua dolce, guardavo a tanto spreco di ingranaggi e di meccanica, mi sentivo come chiamato a salvare quella divinità di ferro che credevo scampata al disastro. L’anno dopo, una spinta arcana mi condusse in fondo al dirupo, in quel luogo che era stato contrassegnato come il Cimitero della ruspa. Era ancora lì, capovolta e semisommersa nell’acqua che neppure quella invernale, impetuosa e travolgente, era riuscita a trascinarla via. Si introdusse nelle mie narici prepotente l’odore del fiume di tarda primavera, un odore misto di muschio e fiori d’oleandri e di radici arboree perennemente inumidite dallo scorrere pieno di fretta e di asocialità dell’acqua che non nasce per tenere compagnia ma solo per scivolare, in apparenza indifferente alle sorti umane e della natura, solo verso il basso. Il fiume scarta la pianura piatta, non esisterebbe privo del suo alto e del suo basso, diventerebbe altro, un lago per esempio, o ben presto ne morirebbe. L’odore era tuttavia insolito per me, c’era qualcosa di diverso e pungente, di tragicamente moderno a renderlo estraneo, era quell’alito addensato e persistente di olio e carburante, di ferro arrugginito. Era l’odore della ruspa.

Mi avvicinai al mostro di ferro che sembrava intatto nonostante i mesi di anomalo parcheggio e solitudine, avanzando a gambe larghe dentro le mie calosce nere con l’acqua sino all’inguine. Il suono di una piccola cascata poco più a valle era come un coro religioso che pareva confermare di essere chiamato a un compito ben superiore alle mie facoltà. Mi afferrai alla macchina che non si mosse d’un nulla perché in tutta evidenza ben saldamente ancorata al fondo. Le mani scivolarono su quel corpo metallico, morbido e levigato come quello di una donna, i bracci che reggevano la pala sporgevano dal telaio e fuori dall’acqua come una richiesta di aiuto. Ero lì per quello. Decisi di aspettare l’estate piena con l’abbassamento del livello dell’acqua e avere così la risposta che cercavo: il cuore di quella macchina poteva essere ancora in vita, battere ancora.

Passarono due mesi di vivida attesa e di calcoli. Studiai l’anatomia di quell’essere meccanico in ogni sua parte. Schizzi a matita, un manuale di manutenzione e infine chino per giorni e giorni sulla riproduzione dell’albero motore di un quasi gemello che copiai presso l’unica officina del paese, la quale fortunatamente ne conservava un esemplare nel capannone dei pezzi di ricambio usati. Impiegai un’ora per arrivare in fondo al dirupo illuminato dai primi raggi dell’alba. L’acqua era scesa in quel punto a soli 35 centimetri, il mezzo meccanico mi apparve quasi per intero con una fierezza stoica commovente come di chi non tiene in gran conto il pericolo e sa che può affrontare la fine con dignità. Smontai il cofano quadrato che era di un verde uniformato al muschio che correva a macchie lungo le rive.

Ci volle mezza giornata per avere conferma di ciò che avevo sempre pensato: il vano motore era semi-annegato nell’acqua ma l’olio galleggiando in superficie nella parte restante aveva preservato l’albero motore, i pistoni, i giunti e tutto il resto. Il cuore della macchina poteva battere ancora. Lanciai un grido a braccia larghe, che rimbalzò più volte nel canalone ricambiato da innumerevoli membri delle famiglie di volatili, nello spazio silente di quella foresta, nel cuore di tenebra e di luce in fondo allo Stivale, a circa quindici chilometri dal mare della Calabria ionica che risale, tonda come una testa immensa dai capelli fitti e lussureggianti, sino alla sommità delle Serre San Bruno e della sua celebre Certosa, dove Leonardo Sciascia collocò la scomparsa del fisico catanese Ettore Majorana, ritiratosi segretamente e ancor giovane tra i monaci in clausura e meditazione, una tesi sul mistero priva ancora dei riscontri decisivi tranne che nelle parole di Papa Wojtyla che, in visita mezzo secolo dopo in quella piccola città fortificata dalla preghiera, citò tra le personalità della Certosa anche il nome del giovane scienziato che prima di Fermi aveva scoperto il segreto del nucleare.

Cominciò a danzare come un derwishi, un uomo grande e robusto con muscoli in evidenza simili a nervatura di albero poteva risultare goffo ma non lo fu.

Ne parlai al bar del paese. Bastò una parola per scatenare un’onda anomala di curiosità, di ciarle, di ragionamenti. “Hai sentito della ruspa nel fiume? Nobile vuole rimetterla in movimento.” “Impossibile, dopo tanti anni… e poi come fa a portarla su… con l’elicottero?” “Dice che ci torna domani, dobbiamo andare a vedere… quello è capace di tutto”. “Mi sa che ci faremo quattro risate… ah ah…”

La giornata successiva la dedicai a spurgare l’acqua dal circuito di alimentazione e dal serbatoio, ancora pieno per oltre metà di gasolio, cambiare i filtri della pompa e le cinghie malandate. Le candelette, a un primo sguardo, invece sembravano in grado di scaldarsi. Mi limitai a pulirle. Il piccolo escavatore era adagiato su un fianco, con il tetto della cabina sollevato perché poggiava su un terrapieno. Il fatto rendeva meno complicato metterla in piedi. La boscaglia fitta aveva per altro rallentato la sua rovinosa caduta per cui il mezzo era rimasto quasi indenne, tranne ammacconi qua e là, il vetro della cabina lineato. Prima di metterla in moto dovevo raddrizzarla. La notizia della mia impresa al fiume, laggiù in fondo dov’era, aveva attizzato parecchia curiosità e un piccolo popolo si era ritrovato sull’orlo del dirupo a osservare con i binocoli il mio daffare e tre uomini che ben conoscevo di quel pubblico di curiosi non avevano resistito fino a venir giù. Erano l’aiuto che cercavo. Li assunsi nell’immediato. Divisi in due gruppi di due, maneggiavamo su altrettanti tronchi per far leva tra la cabina e i cingoli. La nostra piccola ruspa al primo tentativo si drizzò.

Toccava provare a metterla in moto. Una spruzzata di etere nella presa d’aria, uno di loro, proprio Giacomo l’incredulo sin dal primo mio dire, si avvicinò al volano per scaldarlo con un pezzo di stoffa di velluto in fiamme annodato alla punta di un ramo, io in cabina a girare la chiave e a ingranare la seconda ridotta e via. Il motore e tutta la macchina sobbalzarono con un scoppio sordo e una fumata nera dal marmittone. Quindi si spense. Riprovai. I miei compagni immobili a braccia larghe, tutto intorno un silenzio vivido di attesa, il silenzio sommato nei secoli che si era radunato in quella gola. Il mezzo meccanico ebbe uno scossone, poi un altro e un altro ancora e quindi ruggì balzando fuori incredulo e orgoglioso dal rigagnolo. Era vivo e la sua voce rauca e persistente rintonò nella valle. Saltai giù come un giaguaro e saltellavo comunque. Ci abbracciammo ridendo, ci abbracciammo come fanno gli uomini di montagna, in cerchio con un passo grezzo di danza, le braccia avvitate sulle spalle comuni, un movimento che, qualcuno ebbe a dire, fu visto simile in Grecia. La legge della meccanica incontrava quella della natura umana, chi si porta dentro l’incertezza del risultato, il timore del fallimento, fallisce.

Dopo aver offerto uno o due bicchieri di vino dal fiasco nel mio tascapane, chiesi agli uomini di lasciarmi. Dovevo riflettere, meditare. Il primo passo era compiuto, si trattava ora di riportare la ruspa in strada, sessanta metri più su.

Si assise su un pietrone a gambe larghe con le ginocchia rivolte verso il cielo sotto un grande abete cresciuto non in verticale, come natura voleva, ma in una mezza spirale che svirgolava verso il terreno, una sorta di gemello dizigote dell’Albero Inginocchiato sulla roccia dove San Bruno sarebbe andato a pregare. E rimase impassibile nell’osservare il mezzo meccanico, l’acqua che scorreva tranquilla nell’alveo e la schiuma dei piccoli salti. Rimase seduto e assorto alla maniera indù, come assente, aggrottando le ciglia verso un terzo occhio che non sapeva di avere, ma che lì era magicamente posizionato, proprio al centro della fronte. E non si mosse all’imbrunire quando il calar della luce offusca i contorni delle cose e nemmeno si mosse all’arrivo della notte. Era come se avesse bucato una parete: non aveva freddo nell’umidità della gola, né fame e né sonno e né sete. I bisogni del corpo erano come sospesi e rimandati ad altro tempo. Nobile era stato investito da un unico bisogno primario, estrarre dalla voragine della perdita e della morte il mezzo meccanico che poteva ancora vivere e funzionare. E quell’obiettivo primeggiava su ogni altro. Non pensò neppure di montare la piccola tenda che doveva essere il suo riparo notturno, né di toccare acqua e cibo. Non si sentiva in uno stato di ipnosi, no. Era cosciente di sé e del mondo, aveva creato solo una barriera ai suoi pensieri, la sua mente e il suo spirito erano liberi dai pensieri, questo era certo. Cercava soltanto una soluzione, portare la ruspa via da lì e tra il mezzo e la strada c’era un costone a strapiombo provvisto solo di inadeguati sentieri pedonali.

L’alba giunse con lenta dolcezza avvolgente.

Mi rimisi in piedi acquistando energia. E come avvolto da un sacro fuoco, mi spogliai entrando in acqua che formava una piccola pozza poco più avanti. Entrai sino alla cintola e feci come delle abluzioni nel mio Gange personale che sgorgava dalla roccia, in una cascata a più rimbalzi, trecento metri più a monte. Se la strada per risalire non c’era, bisognava che la costruissi. Era questa, pensai, l’equazione più semplice e, in apparenza, irrealizzabile. Ma era quella. Il sentiero che risaliva sinuoso sino in cima non superava un metro, un metro e venti laddove era più spregiudicato e andava raddoppiato in larghezza. In certi passaggi bastava a tenere in piedi un uomo, ma dei punti critici me ne sarei occupato dopo.

Una pazzia, proprio una pazzia mi apostrofarono in paese. È impossibile portar su quella bestia sino all’orlo, sei proprio matto, mi disse un cugino che sapevo esperto, vuoi sfracellarti venendo giù con il mezzo, sei ostinato e cocciuto come il mulo che ti prese a calci da bambino. Ero cocciuto, non come gli altri pensavano che fossi, non per sfidare gli altri, bensì me stesso. Una sfida che affrontavo solo quando dentro di me sentivo di potercela fare, anche con gravi rischi e sacrifici, persino della vita. Eppoi, non intendevo dimostrare niente a nessuno, volevo evitare tutto quello spreco meccanico, evitare anni di ruggine ancora nel fiume. Ci misi una settimana a spianare cento metri di sentiero e dovetti abbattere cinque faggi, uno era bello grosso da dieci metri, chiedendo perdono ad ognuno di loro. E dei tronchi ripuliti ne feci rotaie nei passaggi rocciosi o sdrucciolevoli. Binari di tronchi da ripassare davanti al mezzo se nel frattempo era andato avanti, riprenderli da dietro e riportarli, con pazienza, ancora davanti.

Afferrava quei tronchi aperti a metà dall’accetta con cura e semplicità come se fossero di polistirolo, la stanchezza o il dubbio non erano contemplati in quel corpo solido e nell’espressione imperturbabile del volto. C’era in lui una volontà insaziabile di andare avanti e non diede retta al pensiero di quella frase che un tempo il suo amico filosofo e maestro pronunciò come una profezia, di uno scrittore tedesco o forse di Praga, non ricordava bene, comunque le parole erano più o meno queste: da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro, ed è quello il punto al quale si deve arrivare.

La benna apriva un varco nella parete di terra e si inceppava davanti ai massi e alle rocce. Un metro per volta e furono cinquanta in due settimane. La pazienza non lesinava, la forza aumentava in me ad ogni difficoltà sopraggiunta. Calcolai un chilometro per arrivare in cima secondo le serpentine del viottolo da trasformare in una breccia, in carreggiata, in via di fuga verso le stelle. Era già buio. Fermai le macchine e mi distesi con una coperta in terra non prima di aver rinforzato la via con una balaustra di piccoli tronchi.

All’alba, senza altro esitare ripresi a salire per il pendio al volante della mia ruspa orgoglioso e con petto in fuori d’ordinanza come fossi alla guida di una carrozza reale o della biga di Ben Hur. Dall’orlo superiore della vallata giungevano il vocio infiammato e stupefatto dei miei compaesani, ancora increduli del prodigio in corso. Sbirciavo indietro a mezzocollo scorgendo il baratro che ballava dietro di me, sarebbe bastato un minuscolo smottamento per far precipitare una seconda volta la macchina, compreso me.

Perché, mi chiesi in un lampo, stavo rischiando la pelle? Cocciuto sono, questo è vero, e si nota anche dal mio collo levigato e solido, come una bestia da soma di montagna e quando metto in testa una cosa, non me la leva nessuno. Ma so anche che oltre un certo limite non si va, non è sensato. Perché allora? Non avevo tempo in quel frangente di rispondere a tali domande perniciose, ero così concentrato che il cervello batteva sulle tempie assieme al rombo di quel diesel.

Lo smottamento avvenne e rimasi bloccato in quella scomoda posizione sul sentiero che si era fatto parete, la cinghia sinistra che slittava per metà nel vuoto in cerca di un appiglio. Era la fine del viaggio? Dovevo lasciarla andare aggrappandomi al ramo più vicino del faggio che stavo aggirando? Furono secondi come secoli. La macchina era come immobile, insabbiata e rombante sotto sforzo, mentre briciole di terra sprizzavano via facendo mancare il sostegno. Diavolo, diavolone non mi avrete, gridai nella lingua dei miei padri. Non mi avrete. Se dobbiamo andare giù, andremo tutti.

Rividi mia madre nella gran colluttazione di pensieri, rividi mia madre bella e signorina. Cantava una canzone antica, così mi pareva, in una lingua dolce e sconosciuta. Faceva dondolare appena la testa muovendo le labbra color fragola nelle due direzioni orizzontali. Poi, fece segno con le braccia di voler cullarmi al seno, di allattarmi. Quindi si drizzò, mutandosi nel volto quasi severo. Fai quel che devi fare, mi disse, poi verrai da me. Poi, mi disse, perché ancora non è il tempo. Ingranai la ridotta e spinsi al massimo ruotando lo sterzo. Il mezzo provocato dalla spinta gettò un salto in avanti, arrampicandosi leggero sul pendio sotto una pioggia di giubilo dei compaesani, quasi conoscesse la strada a memoria. Come feci a scalare il resto della montagna non saprei raccontarlo e non lo ricordo neppure, andavamo diritti verso la meta con una forza, una confidenza, una spudoratezza che si prendevano gioco degli ostacoli. Sta di fatto che il muso della ruspa apparve d’improvviso sul pianoro e non potei frenare un grido di piacere che risaliva dalle vene e che risuonò tra i boschi.

Questa è la mia storia, non ho fatto nulla di speciale, solo riportare in vita una macchina. Non se ne ricorderà nessuno e non ci saranno libri e professori che parleranno di me. Ho scoccato una freccia e ho infilato il centro del mio bersaglio. Ho fatto solo quel che dovevo fare.

Ora, a sessant’anni passati da un pezzo, con un ginocchio malandato per via di una protesi malmessa, quando indosso le mie lunghe calosce nere avanzo rigido e un po’ caracollo come un robot nel fiume basso dell’estate. Ma non fa niente, faccio ciò che posso, cioè tutto ciò che serve. La fiumara quest’anno non è stata clemente, ha portato via una buona metà del ponte di legno che avevo costruito un lustro fa. E ciò che resta da una sponda si protrae sull’acqua come un trampolino. Farò ciò che posso, quel che serve. La radura a prato davanti alle terme sulfuree è ora ingombra di pietre e massi, il fango ha riempito a metà le vasche in vecchia maiolica dei bagni caldi. Non era mai scesa giù una piena del genere da quando gestisco l’impianto della Acque Sante per conto della contessa, il clima qui ha cambiato il suo carattere. Le stagioni, quelle ci sono sempre, la primavera sboccia puntuale pitturando l’orizzonte in “deep green”, come dicono gli inglesi per la loro brughiera che facilitata da acqua abbondante assume la colorazione verde intenso. L’estate, l’autunno e l’inverno fanno ingresso con puntualità portandosi dietro i loro colori abituali, ma è il ritmo del cambio delle temperature che anche qui è stravolto nonostante l’ecosistema mantenga un profilo ancora più che buono offrendo di conseguenza un sicuro livello di vita a tante specie animali e arboree altrove estinte. È il brusco spostamento della temperatura o l’intensità e la durata delle piogge che provoca alluvioni frequenti, gelate o caldi estremi. E chi governa il mondo è a sua volta governato dalle aziende multinazionali che non si fermano davanti a nulla. Se è questo che vogliamo, pazienza.

Prima che arrivi l’estate sarà tutto ripulito e sistemato. Farò da solo, come sempre. Anzi no. Ho al mio fianco la mia piccola ruspa.

6 commenti:

  1. Bel racconto. A metà strada tra la finzione e l'autobiografia.

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  2. Paola Maria Mineo26 maggio 2018 20:46

    Bellissimo ritratto umano. Le parole sono note che musicano Nobile.Grazie Antonio!

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    1. Paola, il tuo animo poetico mi conforta sui destini dell'umanità

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  3. La bellezza della tua scrittura, delle tue storie per me sta principalmente nella capacita' descrittiva del paesaggio: in questo sei un vero artista e le tue parole scorrono forti o delicate come pennellate decise, o sfumate. La storia di Nobile (in nomen omen) e', appunto, "nobile" e ci racconta della signorilita' che a volte c'e' dentro un uomo semplice al quale sia semplicemente accaduto di provare una grande perdita agli albori della sua vita: non potra' mai dimenticarla e diventera' la sua forza, il leit motiv della sua esistenza. Non so cosa possa esserci di autobiografico in questo racconto ma trovo che non sia importante, quello che mi e' piaciuto e' il senso misurato e composto del testo, che lascia trasparire una cultura profonda senza ostentazione. Grazie Antonio, ho letto all'alba e ho sentito gli uccelli cantare e ruggire il cuore di una ruspa in un bosco calabrese.

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  4. bellissima storia, scrittura pura. leggerti bello è stato

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  5. Antonio è Antonio anche nella scrittura, sofisticata ed efficace, echeggiante epoche diverse e pur attuali. Al prossimo viaggio. Un abbraccio. Ale

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