Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

giovedì 1 maggio 2014

"Geco" di Gualberto Alvino



Un mattone dietro l’altro [another brick in the wall, roba vecchia] le maestranze hanno eretto muri portanti, collegamento tra fondamenta della tradizione e proiezione verticale del grattacielo, seguendo le leggi della fisica, il filo a piombo, maneggiando cazzuole e secchi colmi di malta/cemento. Hanno sudato fatiche evaporanti, canottiere che incorniciano petti villosi sono zuppe ormai. Intrise, meglio. Verranno strizzate e lavate l’ennesima volta, ma la loro destinazione d’uso non cambierà nel futuro prossimo e nemmeno nell’anteriore. Meglio intrise, simbolo d’appartenenza a categorie tutto sommato immutabili procedendo nello spaziotempo.
«Capisci adesso perché detesto i romanzi con un costrutto? Le storie potenti, parafrasabili, forzate su tragitti unici, dritti? E perché ho sempre preferito la più futile delle divagazioni alla scena madre, il timbro al significato…»
Il geco.

Cammina su pareti perfettamente ortogonali da quando il laser. Ma non si cura della propria capacità di rimanere aggrappato con forza soverchiante i venti dell’uragano. Gliene fotte zero, per dirla con. Provando ad intervistarne uno si può farsene ragione. Di aver capito male, s’intende.
I nuovi romanzi si scrivono in sei righe, in mezzo secondo, rincorrendo l’immediatezza, l’istantaneità non programmata o programmabile. E come è possibile invertire il percorso e vomitare pagine e pagine di prepostfazione [prepotentfazione] all’opera in sei righe? Cui prodest? Come allungare con acqua di rubinetto un’ottima zuppa dopo aver accolto un numero spropositato di commensali in più [peraltro di pessimo palato]. Per non lasciarli a bocca asciutta, che non fa bello e neanche educato.
Come chiedere al geco di snocciolare in compitino scritto su fogli di carta millimetrata le leggi a governo dello stare in piedi del muro cui è aggrappato.
Qui il punto. E l’a-capo.
Al geco non serve indicazione di coordinate tridimensionali per muoversi su piani intersecati [pensa l’angolo in alto, dove le pareti incontrano il soffitto spiovente e gli assi XYZ si trafiggono a vicenda], non è dotato di bussola esterna da consultare ma di bussola interna istintiva. Solo l’occhio alieno percepisce il suo poter camminare sottosopra, a caccia di farfalle meglio se notturne. Falene et similia. Ogni sottosopra in fondo è relativo.
Geco non si può leggere, la tentazione è altrimenti quella di ridurlo ad unum. Bisogna accendere la luce d’amblée e guardarsi intorno un attimo solo per non turbare la creatura. Poi spegnere. D’altronde quegli enormi occhi servono proprio a vedere chiaramente nell’oscurità di sensi nonsensi, di metriche defunte e costruzioni artificiali contro l’artificio letterario. Anche a vedere chiaramente oltre la morale borghese del potervi costruire sopra un intervento critico lineare  [another brick in the wall, again. Lavoro per manovalanze non specializzate].
Ora basta. Le sei righe passate da mò.
Scende la notte, i gechi si preparano ad altro [e diversissimo dal precedente] ciclo, il loro nuovo giorno. Che essendo notte per gli altri, è sicuramente avanti di molte ore.

Lorenzo Pezzato

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