Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

martedì 27 ottobre 2020

Alessandro Damiani: Un’autobiografia ideologica


 


È strana la vita e porta spesso a inusuali scoperte, magari dovute a casi fortuiti, ma sempre scoperte sono, perché altrimenti nulla si sarebbe potuto sapere di fatti e/o di pertsonaggi. Conosco da diverso tempo (una conoscenza solo internettiana) Sandro Damiani, prima abitante a Spalato e successivamente a Fiume, entrambe due graziose cittadine Croate, sulla base delle impressioni che ho ritratto vedendo alcuni documentari televisivi sulle stesse. Ebbene, dopo saltuari scambi di opinioni in cui mi ero fatto solo l’idea che Sandro Damiani fosse il direttore di una compagnia teatrale, questi mi ha dato alcuni cenni della figura di suo padre, approdato in territorio jugoslavo nell’estate del 1948, proveniente dalla natia Calabria, per unirsi alla guerriglia comunista nella guerra civile greca grazie all’appoggio di Tito. È ovvio che l’esperienza terrena di Alessandro Damiani va oltre, ma per evitare una doppia informazione invito a leggere la sua breve biografia riportata in calce. Che fosse giornalista ormai lo sapevo, quello che ignoravo è che fosse anche scrittore, almeno fino a quando il figlio Sandro non me ne ha parlato, invitandomi anche alla lettura di una sua opera, questo “Ed ebbero la luna” finanziato dall’Unione Italiana e dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana. Si tratta di un romanzo che ha vinto nel 1980 l’Istria Nobilissima per la narrativa e che rivela una penna dallo stile indubbiamente particolare, tutto proteso allo scopo dell’opera che ha una natura ibrida, nel senso che da un lato è un vero e proprio romanzo e dall’altro è un saggio storico, in cui tuttavia confluiscono discipline anche diverse, come la sociologia e la politologia. Ammetto che la lettura all’inizio mi ha un po’ sconcertato, perché l’opera ben aderente a un determinato periodo storico e a un evento indimenticabile quale è stato il rapimento Moro poco a poco assume le caratteristiche della metafora, quasi a stemperare da un lato la realtà in cui la mente umana che ha vissuto quel periodo potrebbe risultare troppo influenzata dal ricordo e dall’altro per dare spazio a riflessioni che vanno ben oltre il contingente. L’impressione che ho ritratto da una non facile lettura (ma gratificante comunque) è che si tratti dell’autobiografia ideologica dell’autore e se diamo uno sguardo alla sua pur breve biografia possiamo ben comprendere quante speranze, quante delusioni e quanti ripensamenti hanno arricchito, ma anche travagliato, la sua esistenza. In una visione apocalittica dell’Europa che la relega a terra di sconfitte, un deserto di rovine tipico di una civiltà millenaria che ha distrutto se stessa, c’è tutto il percorso ideologico del protagonista che lo conduce a essere critico senza diventare ostile, a comprendere la realtà del momento, integrandosi in essa, nell’essere uomo fra gli uomini – quindi pragmatico - e nel dare corpo al suo desiderio di partecipazione su basi oggettive. Questo mi sembra di comprendere che sia lo scopo principale dell’opera, per quanto Damiani inserisca tante e tali motivazioni di notevole portata, che singolarmente potrebbero già essere la chiave di un romanzo. E se ciò può comportare un’ulteriore difficoltà di lettura, viste le diverse riflessioni che vengono imposte, è pur vero che l’autore dimostra in tal modo di non essere imperativo, ma di lasciare a chi legge il privilegio di trarre le conclusioni che più gli aggradano, e questo è un ulteriore elemento di valore dell’opera, uno di quei libri che nel consigliarne la lettura è opportuno anche aggiungere che sarà necessario più volte prendere in mano, per successive, anche parziali, riletture, perché i concetti espressi sono veramente numerosi. 

Renzo Montagnoli




Alessandro Damiani (Sant’Andrea Apostolo dello Ionio, 26 agosto 1928 – Fiume, 17 ottobre 2015) è stato un giornalista e scrittore della Comunità Nazionale Italiana in Croazia. Gli esordi giornalistici del Damiani risalgono al 1946 quando, diciottenne, collabora con Umanità Nova, l'organo dell'Anarchia italiana.

Arriva in Jugoslavia nell'estate del 1948 con un gruppo di giovani volontari italiani, coll'intento di unirsi alla guerriglia comunista nella guerra civile greca, appoggiata dalla Jugoslavia di Tito.

A seguito della rottura tra Tito e Stalin, la Jugoslavia chiude però i confini con tutto l'est europeo e toglie il proprio appoggio all'DSE (Esercito Democratico Greco), guidato dal comandante Vafiadis: quest'ultimo venne arrestato a Mosca, ed il suo posto venne preso del generale Zachariadis. La maggior parte delle migliaia di giovani volontari confluiti da ogni parte d'Europa ritorna quindi nei rispettivi Paesi, salvo un'aliquota di essi che venne perseguitata dai titoisti jugoslavi. Alcune centinaia divengono invece dei sostenitori del dittatore e rimangono in Jugoslavia. Vi rimane pure il ventenne Damiani, che si stabilisce a Fiume e nel 1948, entra nella compagnia di prosa del Dramma Italiano[1], dove conosce Piero Rismondo, all'epoca direttore e regista del complesso teatrale ed in seguito tornato in Austria, da dove era fuggito durante la guerra.

Nel 1950 Damiani sposa Olga Stancich (nata Stančić, nel 1916, nella Fiume ungherese), già cantante e doppiatrice di Marlene Dietrich. Nel 1957, deluso dall'esperienza jugoslava, fa ritorno in Italia.

Dopo nove anni trascorsi nel mondo del giornalismo[2], questa volta deluso dall'Italia se ne torna definitivamente in Jugoslavia coll'intento di contribuire alla salvaguardia del patrimonio linguistico-culturale italiano nell'area istro-quarnerina. Abbraccia le posizioni di Eros Sequi, secondo cui - a fronte delle pressioni nazionaliste panslave, sostituitesi ben presto nella Jugoslavia di Tito, agli ideali del socialismo, ed in assenza di adeguate attenzioni da parte dell'Italia - "bisogna salvare il salvabile", per evitare che del retaggio italiano nell'area non rimangano che vaghi ricordi.

Redattore del periodico Panorama e del quotidiano La Voce del Popolo, insegnerà giornalismo alla Facoltà di Italianistica di Pola dell'Ateneo fiumano e alla Scuola media superiore italiana di Fiume. Collabora con Tv-Capodistria e col mensile fondato da Pietro Calamandrei, "Il Ponte", di Firenze.

Pubblica saggi e libri sulla cultura italiana dell'Istria e di Fiume, romanzi, commedie, varie antologie di poesie.

Gran parte dei suoi lavori sono tradotti in croato ed alcuni anche in sloveno.

1^ Il Sandro Damiani che negli anni Novanta/Duemila sarà direttore della compagnia è suo figlio.

2^ Tra gli altri, collaborerà con Il Pensiero Nazionale diretto da Stanis Ruinas.

Fonte Wikipedia


domenica 9 agosto 2020

Bruno Pompili, Il fratello lontano

 

Bruno Pompili

Il fratello lontano

Manni, Lecce, 2020

di Alfonso Lentini 

 

Sovrapponendo a una scrittura fortemente contemporanea le atmosfere fiabesche e misteriose dei Vangeli (apocrifi o canonici che siano), Bruno Pompili mette in scena una sincopata e sbilenca “vita di Gesù” e ce la racconta laicamente (o, se si vuole, “infantilmente”), attraverso il punto di vista di uno dei fratelli del Cristo, un sosia inconsapevole, che guarda gli eventi da lontano, sbirciando quasi a caso fra i vari episodi che l’iconografia e la fantasia popolare ci hanno tramandato, mostrando di averne vaga o nulla comprensione (o forse, al contrario, segreta consapevolezza):

«Sì, ora sono proprio insicuro quasi su tutto. Vedo figure e temo che si dissolvano; osservo tracce esigue e invece sono corpi».

Fedele e infedele alle narrazioni evangeliche tradizionali, il libro è disseminato di contrasti irrisolti. Gli episodi, a volte semplici accenni, non giungono quasi mai a compimento e si perdono in un viluppo di enigmi mai del tutto chiariti.

«Mi guardò molto, senza parlare, un poco scuotendo il capo. E poi mi disse di non restare a lungo, e poi mi disse di restare fino all’indomani, di incontrare mio fratello, e poi mi disse di andarmene al più presto.

Non avevo nulla da proporre, e obbedii. Non so a quale suo desiderio, poiché mi chiedeva cose in contrasto».

Tuttavia il punto di forza del libro è proprio in questo narrare nebuloso: lucido e onirico, compatto e sfilacciato, realistico e surreale, ha la capacità di inchiodare alla pagina meglio di un semplice thriller. Persino il finale, al quale si giunge col fiato sospeso, non sembra chiarire i fatti, anzi aggiunge mistero al mistero. Questo non-epilogo potrebbe sembrare deludente al lettore avvezzo alle semplificazioni della letteratura di consumo; ma a chi ama la scrittura irrisolta, complessa, interrogativa, non potrà che apparire come un arricchimento. Perché quello che importa non è dipanare la matassa, ma rendere conto di come la matassa si intrica.

Tanto più che il libro, al di là dell’argomento delicato e “difficile” che affronta (e pur rimanendo dentro a un racconto lineare), deraglia dalla tematica principale in cui può sembrare compresso e si apre a ventaglio verso le più diverse diramazioni di contenuto; così, ad esempio, può essere letto come una modernissima scorribanda sul tema del doppio, in quanto i due protagonisti, Gesù (Joshua) e il suo “lontano” fratello, non sono che un’interfaccia, diversi eppure talmente simili da diventare quasi intercambiabili proprio quando il racconto si muove nelle vicinanze dalla croce alla quale uno dei due dovrà essere appeso.

Attraverso questo gioco di specchi fra i due personaggi (a cui si aggiunge, in coda, la figura di un terzo fratello, Belshatzzar, il più enigmatico e inquietante di tutti) si mette in scena una forma di inchiesta, dai risvolti forse più psicanalitici che teologici, su cosa sia l’identità o la non-identità, e di conseguenza sulle costellazioni che tengono insieme le realtà interiori di ciascuno e le rapportano al mondo esterno.

«Potevo essere preso per il gemello opaco di Joshua, ero l’invisibile. Mi é sembrato in alcune circostanze di essere stato l’inesistente: senza dar peso negativo, tanto mi sentivo egualmente me stesso, e mi bastava».

Importa raccontare la matassa percorrendone gli intrichi, dicevamo: ma ancora di più importa la materia di cui è composta la matassa stessa, che in una narrazione non può essere altro se non la lingua: che qui germoglia tagliente, aforistica, esatta al punto che le parole sembrano colare sulla pagina rotonde e calde come gocce di piombo fuso.

«Non sappiamo quando arriveremo a Yerushalayim, che teniamo sempre lontana con diversioni di sentieri e sempre la pensiamo senza sapere il futuro e col peso di una previsione di dolore, che non ha solo l’immagine di mio fratello sofferente ma quella di nostra madre e la sorpresa di molti sulla perversa logica dei poteri umani. Io penso anche al silenzio divino.

Xantra dice che nessuno può essere nelle intenzioni del padre, poiché non a tutti i figli viene rivelata la stessa cosa.

E anche a noi è lasciato il compito di dover cercare per conto nostro, con errori ed egoismi, con una stanchezza vaneggiante che spesso decide per tutto il resto». 

 

 

Bruno Pompili - Nato nel 1938 in Romagna, vive a Bari. Ha insegnato Letteratura Francese all'Università di Bari dedicandosi alla ricerca soprattutto nell'ambito delle Avanguardie e della letteratura del Novecento.

Ha pubblicato libri di saggistica, e a partire dagli anni Novanta alcuni volumi di narrativa e teatro.

 


 

domenica 28 giugno 2020

Gaetano Testa, "Al balcone sognando"

 
 

«L’atto di scrivere esige una perfetta innocenza», dice Vladimir Jankélévic. Poi, forse per sottolineare la debolezza della parola di fronte all’imprendibilità del reale, aggiunge: «Non bisognerebbe che le parole stesse si trasformassero in stelle cadenti?» Non so se la scrittura di Gaetano Testa sia composta di stelle cadenti, ma è sicuramente innocente. Lo è perché ignora il principio di non contraddizione o qualsivoglia principio di sistematicità. Lo è perché innocentemente si contraddice, si mostra fedifraga e nel contempo sincera, scivola dalla descrizione ad altissima definizione a improvvisi sussulti in cui senso e non senso si interfacciano con sorprendente naturalezza.  Lo è perché risulta del tutto inaddomesticabile e indefinibile: «do col naso gli occhi i polpacci un nome panciuto alle cose».
Gaetano Testa (Mistretta 1935), protagonista negli anni Sessanta dell’ala palermitana del Gruppo 63, radicalmente anarchico al punto da rinunciare per scelta di vita a ogni mira carrieristica, si è da molti anni auto-confinato in un suo privatissimo spazio di “resistenza esistenziale” dal quale però continua a mostrare i denti e a rappresentare un’importante presenza-assenza nella scena culturale non solo palermitana. Insieme ad un gruppo di autori che lo riconoscono come essenziale punto di riferimento, negli anni ha dato vita a un vivacissimo laboratorio di sperimentazioni aperte, ha creato due riviste (“Fasis”, “Per Approssimazione”) e una casa editrice (“Perap”), ha prodotto opere di arte visiva ed ha pubblicato diversi volumi: da un romanzo che curiosamente ha un titolo non alfabetico ma numerico, “5” (Feltrinelli, 1968), sino a quest’ultimo, “Al balcone sognando” (Perap, 2020). Ed è talmente anarchica e aperta la sua scrittura, che talvolta confluisce nella scrittura di un altro, in particolare in quella di Francesco Gambaro, insieme al quale Testa ha pubblicato diversi libri (“Borno”, “Jallo”, “Quartini”…). Fra Testa e Gambaro (che purtroppo è deceduto nel 2019) vi è stata infatti una intensa frequentazione, e questi libri “a quattro mani” dove la scrittura dell’uno non è distinguibile da quella dell’altro, ne sono un esito quasi naturale; ma fra i due si era creata una sintonia ancora più forte, tanto che solo grazie ad essa e all’azione “aggregante” di Gambaro, è stato possibile dar vita a una straordinaria esperienza di creatività collettiva che ha coinvolto negli anni non solo personaggi come Edoardo Sanguineti, Paolo Volponi, Mario Lunetta, Fulvio Abbate, ma soprattutto autori in gran parte estranei alla letteratura ufficiale, personalità diverse, ma accomunate dall’interesse verso la pratica dell’avanguardia intesa come libera e radicale sperimentazione espressiva. Fra questi, citando alla rinfusa: Giuseppe Zimmardi, Nino Vetri, Carola Susani, Pippo Rizzo, Costantino Chillura, Gaetano Altopiano, Antonio Patti, Mimmo Gerratana, Antonio Pane, Nicola Di Maio, Sergio Toscano, Giancarlo Mirone, Giuseppe Tutone (e fra gli altri – inutile negarlo – anche il sottoscritto). Per non parlare di artisti come Toti Garraffa, fotografi come Letizia Battaglia, uomini di teatro come Nino Gennaro, giornalisti come Guido Valdini, musicisti come Salvatore Sciarrino, musicologi come Aurelio Pes...
Testa non si è posto però come capo carismatico, tanto meno come ideologo, si è limitato a rappresentare niente più che se stesso innescando negli altri un istintivo meccanismo di mimesi. Questo nuovo libro, insieme al corpus delle altre pubblicazioni edite, non è che una minima parte dell’immensa matassa di scrittura che Testa produce quotidianamente quasi in sintonia con la sua respirazione polmonare; un’unica spiazzante matassa di dimensioni “atlantiche”, come ebbe a definirla Francesco Gambaro , aggiungendo che in Testa «l’inconclusione è cercata come bisogno primario, non tanto di spiazzare il lettore ma di spiazzarsi».
L’ ”inconclusione”, appunto:

«ma lei non ha ancora finito (pausa) mi sba­glio?"
"non si sbaglia però (pausa) forse lei non dovrà di­menticare che è molto proba­bile che io non sappia mai quando ho finito (pausa) anche nel senso che posso avere già finito"
"spero che esista un momento in cui le è chiaro se ha finito o no"
"non sempre (pausa) ma questo non è un vero pro­blema"».

Testa è insomma un sismografo che registra ininterrottamente i moti di un corpo e di un cervello, («ho nel corpo e mi si va sviluppando un orientamento senza sì e senza no che dà un senso a tutto quello che vado facendo e che somiglia a un nonsenso») ma anche di uno spazio geografico osservato con occhio da entomologo, gusto e disgusto, complicità e distacco, crudo realismo e guizzi visionari:

«la sicilia è un'isola che in pochissimo tempo è di­ventata una pro­vincia dei sar­gassi basta allontanarsi un metro e già comincia a profumare di ri­noceronti bianchi».

Non che i suoi libri, nel loro essere inconclusi e ramificati, siano intercambiabili, ma certo è difficile riassumerne il contenuto in quanto sono parte di una rete intricatissima di connessioni, ripetizioni, rotazioni a spirale. Sono insomma frammenti di un corpus che in teoria non si potrebbe segmentare in una struttura limitata (come per sua natura sarebbe quella di un volume). In questo libro pertanto si narra una minima sezione dell’atlante, la scorribanda sfilacciata di un gruppo di amici per le vie di una Palermo mutevole e immobile che potrebbe non essere Palermo ma qualsiasi altro luogo del cosmo, se non fosse che qualsiasi luogo del cosmo nelle pagine di Testa somiglia a Palermo. I personaggi si spostano quasi a caso da un punto all’altro dello spazio, con «i coglioni  gonfi di nullaggine» e passo da flâneur, si incontrano, si scontrano, si annoiano, fumano, bevono, telefonano, si annusano (anzi, si “annasano”), maneggiano oggetti, stanno comodamente seduti al balcone (“sognando”); pulsano insomma assecondando i ritmi del battito cardiaco e del paesaggio urbano. Alcuni sono riconoscibili:  ciccio (Francesco Gambaro), costantino (Costantino Chillura), guidoval (Guido Valdini). E quest’ultimo peraltro è l’interlocutore diretto del penultimo libro del nostro autore, “Dialoghi con guidoval” (Il Palindromo, 2017), ulteriore testimonianza di come la scrittura nelle pagine di Testa possa sdoppiarsi in forma dialogica, ma nello stesso tempo fondersi in una linea continua fatta di progressivi spiazzamenti che mandano in frantumi l’idea del dialogo di ascendenza filosofica e richiamano piuttosto un’altra forma di dialogo, quella che rinuncia alla costruttività ed è governata da un moto centrifugo, dalla libido del gironzolare intorno alle parole per il puro piacere di farlo, come Pollock gironzolava attorno alle sue tele godendosi il piacere di lasciare che il colore vi gocciolasse liberamente.
«”Dialoghi con guidoval” – diceva appunto Francesco Gambaro nel suo intervento alla presentazione del libro a Palermo – sembra muoversi nella logica binaria del dialogo, ma il binario è compulsivamente deviato, sembra una cartina geografica che traccia strade intrecciate a colori, le traccia e poi le straccia, con la sfacciataggine del bambino discolo,  impermeabile a ogni rimprovero».
Così come, del resto, compulsive deviazioni segnano anche “Dal balcone sognando” dove ritornano a spaglio spezzoni di dialogo con il detto guidoval ma qui mixate a un sistema ramificato di s/variazioni a girandola:

«non sono ancora riuscito a pensare più di quanto so­litamente mi pare di avere sempre pensato e ancora non so se penso molto o poco e se quello che certe volte individuo come pensiero sia pensiero o no»

«in conclusione so che è difficile individuare cos'è che scompare e cos'è che ri­mane anzi so che scomparire e rimanere sono soltanto il perché del sal­tare».

Alfonso Lentini
 

 

 
 
 
 
 


 
Gaetano Testa

“Al balcone sognando”
Perap, Palermo 2020
 
 
 

 

 

 


giovedì 26 marzo 2020

Perdita dell'equilibrio



Perdita dell'equilibrio
un racconto di Mirko Giuggiolini

È l’alba. Giovanna, vestita di tutto punto ed in maniera elegante, esce di casa e percorre il viale del quartiere. Arriva al parcheggio con in mano la sua classica valigetta da lavoro con dentro laptop e strumenti altri vari. Apre la sua macchina un po’ malmessa a distanza, si avvicina, apre la portiera e si siede al posto del conducente. Accende il motore e sbriga le ultime faccende in termini di trucco e parrucco utilizzando lo specchietto centrale del mezzo.
Sette e mezza circa, ora di colazione, ma non per Giulio. Giulio ha deciso di saltare la classica oretta che trascorre ogni mattina in mensa insieme agli altri ospiti della casa di riposo, per andare direttamente nella sala di accoglienza degli ospiti. Con indosso un maglione ben lavato e stirato e dei pantaloni molto eleganti, si prepara a ricevere i suoi nipotini provenienti, mediante aereo, da una piccola e remota città della Francia.
Sono le dodici in punto del mattino. Marco, all’interno del suo letto, inizia improvvisamente ad agitarsi, svegliandosi e cosciente di essere in ritardo. Si alza di scatto, si infila dei pantaloni ed una maglietta tipica di un adolescente italiano – le prime stoffe a portata di mano – e si allaccia le scarpe. Prende lo zaino sperando di averci messo dentro i libri la sera prima, scende le scale ed esce di casa.
Meccanismi troppo automatici, programmati e schematici quelli di Giovanna, Giulio e Marco. Troppo sensibili allo stravolgimento da parte di improvvisi cambiamenti. Ed è proprio ciò che accade.
Poco prima di togliere il freno a mano, Giovanna va a rileggere i messaggi sul gruppo WhatsApp di lavoro. Si accorge, come aveva già letto la sera prima, che la Direzione ha deciso di chiudere la sede dell’azienda e di attivare una modalità di lavoro telematica. Se ne esce quindi dalla macchina, ed un po’ scocciata per l’essersi svegliata presto, inizia a percorrere il tragitto per tornare a casa.
Giulio aspetta l’arrivo dei suoi nipotini fino all’ora di pranzo. Solo dopo tutto questo tempo da lui trascorso in piedi e con un sorriso che non riusciva a concepire il fatto che i ragazzini non sarebbero mai arrivati quel giorno e che probabilmente avrebbero fatto solo un po’ di ritardo, una delle infermiere lo riporta con la forza al letto, costringendolo ad affrontare la dura realtà. Ovvero, che il volo che avrebbero dovuto prendere i figli dei figli dell’uomo era stato sospeso.
Marco è davanti alla porta della sua abitazione. Osserva alcuni suoi compagni di scuola camminare in lontananza. Dando uno sguardo al cellulare, nota attraverso Instagram che il suo vicino di banco ha appena vinto una partita ad un famoso videogioco sparatutto. Dopo qualche ragionamento mentale, si ricorda di aver sentito al telegiornale, il giorno precedente all’attuale, un annuncio da parte della Ministra dell’Istruzione comunicante la chiusura di tutte le scuole per circa due settimane. Pieno di gioia, rientra nella struttura e, salendo velocemente le scale, si tuffa sul suo letto preparandosi ad un’altra dormita lunga almeno quanto la precedente.
Giovanna vive con indifferenza i cambiamenti subiti dalla sua programmazione giornaliera da parte delle misure adottate dal governo per il contenimento dell’epidemia di Coronavirus. Marco è felice di avere ora e per le prossime due settimane le sue giornate completamente prive di impegni. Giulio, a causa della sospensione del volo che avrebbe dovuto portare i suoi nipotini da lui, ha deciso di farla finita: si è tagliato le vene del braccio con la lametta d’acciaio che ha usato per farsi la barba. Si era fatto la barba per poter baciare i suoi cari senza pungergli il viso.
Trascorrono diversi giorni, ed il governo adotta misure sempre più restrittive ed oppressive: prolunga la chiusura della scuola, proibisce la circolazione sul territorio nazionale se non per specifici ed importanti motivi, ed inizia a costruire nuovi ospedali. Le principali emittenti televisive iniziano a trasmettere comunicati e campagne sullo stare a casa, il non uscire se non strettamente necessario ed il come prevenire l’infezione da parte del virus.
È lunedì mattina, e sono passate due settimane dall’emanazione delle manovre di contenimento iniziali; ormai in vigore le ultime pubblicate, quelle più avanzate e strazianti per la routine quotidiana di un comune italiano.
Giulio è sopravvissuto al suo tentativo di togliersi la vita. Gli infermieri sono riusciti a soccorrerlo in tempo, ed ora si trova in un reparto di cura per le malattie psichiatriche, all’interno di un ospedale. Sono le cinque del mattino, ha gli occhi aperti e rossi, come se non avesse dormito. È seduto sul suo letto. Sta strappando a mani nude tutte le foto riguardanti i momenti più importanti della sua vita: da quelle di quando lui era piccolo e viveva, nel dopoguerra, mangiando le bucce dei mandarini che gli americani buttavano per le strade, a quelle del suo matrimonio con Angela, passando poi per quelle della cresima dei figli e dei loro matrimoni, fino ad arrivare alle immagini raffiguranti la nascita dei suoi due nipoti. Ma non è lui che sta facendo ciò. È il virus. Il virus che ha contagiato ormai migliaia di persone in Italia e che ha costretto la compagnia aerea che doveva operare il volo dei nipoti, a sospendere tale viaggio. Questo stesso virus che, seppur da lui non contratto, è stato capace di rovinare completamente la vita - quasi verso la fine - di un povero anziano, il cui desiderio era solo quello di vedere coloro che avranno portato avanti il suo nome e tramandato le sue memorie.
Marco si sveglia in maniera spontanea alle sette e mezza circa del mattino. Accende il computer e si prepara per la lezione di italiano in videoconferenza. Dall’attivazione della didattica a distanza da parte della sua scuola, ha smesso di arrivare in ritardo e riesce a gestire meglio l’organizzazione con i compiti e lo studio. Ha avuto anche l’occasione di rifare i quaderni di due materie particolarmente difficili e che aveva deciso di smettere di studiare, a causa del troppo materiale perso. Il virus è riuscito a consentire a Marco di recuperare l’anno scolastico per il quale aveva perso la speranza, di dormire di più la notte e di dedicarsi allo studio grazie alla flessibilità della sua nuova organizzazione quotidiana.
Giovanna non esce di casa da sette giorni, neanche per fare la spesa. I pochi viveri che conservava in casa sono ormai scaduti, ed ha terminato anche i soldi nel suo portafogli. Ha scelto di spendere tutti i suoi risparmi per una donazione alla Croce Rossa Internazionale, ed ha smesso di svolgere il suo lavoro. Si è rifiutata anche di partecipare alle riunioni mediante Skype. Il virus ha colpito Giovanna molto più da vicino rispetto agli altri soggetti delle misure di contenimento, perché Giovanna ha contratto il virus. È risultata positiva ad un tampone ma, all’inizio, non lamentava sintomi particolarmente gravi. Motivo, questo, per cui i medici le hanno assegnato un periodo di quarantena in casa. Tuttavia, dopo pochi giorni ha iniziato a sviluppare una grave influenza con colpi di tosse ogni pochi minuti. Ha deciso di trascorrere i suoi ultimi giorni soffrendo e perendo per la malattia e nella malattia; preferisce che la sua immagine da donna guerriera, donna che si è conquistata un alto ed ambito incarico in ambito lavorativo e superando anche diversi uomini, non venga lesa da quel suo momento di aggravato e malsano stato fisico e mentale. È convinta che il suo destino più prossimo sarà la morte; non ha contattato il numero unico d’emergenza per riferire della comparsa dei sintomi, ha rotto i rapporti con tutti ed ha iniziato a condurre uno stile di vita consistente nell’alternarsi tra il dormire sul pavimento e sul divano: ha smesso di accendere i riscaldamenti, di mangiare e di lavarsi. Se non morirà per il virus, morirà a causa delle condizioni psicologiche e vitali nelle quali il virus la ha condotta.
La natura umana, nel ventunesimo secolo, è un qualcosa di fragile ed auto-distruttivo: è sufficiente anche solo il far scattare una piccola scintilla da distanza, che poi l’esplosione avverrà da sola.






martedì 17 marzo 2020

"Io e il Minotauro" di Elena Bibolotti




“Capita a chiunque di ammalarsi di questa specie di amore. Non è così strano. La situazione sfugge al nostro controllo senza che ce ne accorgiamo. Pensiamo di essere in possesso di ogni nostra facoltà, ci sentiamo sereni, razionali, ma non è vero, e si vede lontano un miglio che non è così, è come prendere il raccordo contromano e domandarsi come mai tutti abbiano sbagliato l’uscita. Lo vediamo nello specchio, nella tristezza del nostro sguardo, nella mancanza di entusiasmo che ci divora, nelle risate false, negli sguardi increduli degli amici, in quelli annoiati di chi ci ripete da anni la stessa cosa: lascialo. Invece, quella sera io lo seguii”.


Io e il Minotauro, di Elena Bibolotti, edito da Giazira Scritture, è un libro che travalica la forma romanzo verso il recit, il monologo interiore della protagonista Adele e ci conduce nel suo personale inferno o meglio, nel suo infernale labirinto. 

Lei, contrariamente allo stereotipo di donna debole che ci si immagina in questi casi,  è una donna forte, intelligente, culturalmente strutturata, imprenditrice di successo nel settore cinematografico e televisivo, donna realizzata, per molti versi anche disincantata e cinica nei confronti dei suoi dipendenti; ma è vittima di una relazione perversa e devastante, è preda continuamente straziata fisicamente e psicologicamente dal marito Gimmi: attore fallito e frustrato, subdolo, bellissimo e affascinante, narcisista patologico, violento torturatore. 

Attraverso una scrittura nitida e scabra, in molti punti tagliente come un rasoio, ci inoltriamo nella storia di Adele, vittima del marito, ma anche della sua storia familiare tragica; scandagliamo oltre che l’orrore della violenza domestica anche quello dei destini parentali, come un inferno di costellazioni familiari malate o di karma ineludibili. 

È un racconto che cattura, prende alla gola, sospende il fiato. Echi di quanto abbiamo sentito o letto (qualcuno purtroppo anche vissuto) nelle cronache di violenza contro le donne arrivano dentro di noi e si trasformano in empatia, affanno, ribellione, momentaneo sollievo e poi di nuovo minaccia e paura.

Sesso, potere, bellezza, socialmedia, ipocrisie borghesi e accomodamenti di facciata, attorniano Adele nella sua gabbia di violenza. Sembra che non vi sia nessuna possibilità di fuga, nessuna liberazione possibile, sembra ineluttabile che lei rimanga chiusa là con il suo Minotauro torturatore, bestia bellissima, sensuale, folle, devastatrice. 
Con un disperato ma acutissimo trucco, Adele ordirà una trappola per liberarsi del mostro. Ci riuscirà? Leggetelo e lo saprete. Imperdibile.

Francesco Randazzo








Io e il Minotaurodi Elena Bibolotti
Prezzo: 15,00 euro
Pagine: 190
Formato: 21 x 14,8
Isbn: 978-88-99962-28-9



Elena Bibolotti nasce a Bari. Diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, lavora nell’avanguardia teatrale. Imprenditrice nel web e nella didattica musicale, assistente al Master di scrittura creativa della Luiss Guido Carli, è consulente editoriale. Ha pubblicato il romanzo Justine 2.0 (INK Edizioni, Milano), diversi racconti per 80144 Edizioni (Roma) e Conversazioni sentimentali in metropolitana (Castelvecchi). Per i tipi di Giazira scritture ha pubblicato la raccolta di racconti Pioggia dorata.