L’oggettivo è
percezione, e di conseguenza il soggetto percipiente non può essere centro. Non
più di qualunque altro soggetto percipiente.
Nello scrivere
(e nel teorizzare) di Pizzuto rimbombano gli echi delle moderne teorie delle
reti, dei sistemi complessi, dell’ordine caotico dell’universo, dell’invarianza
di scala, si scorgono nitide le strutturazioni frattali e quelle isotropiche.
La narrazione di
Pizzuto è entropica, <<è
la seconda vista che sa scorgere il “vero”, ossia il poetico, al di là del
reale, alla cui molteplicità il narrare –sfornito di centro e disperso in mille
rivoli, ciascuno dei quali insieme marginale e centralissimo- non solo è
perfettamente omologo, ma incessante adequatio>> come sostiene
Gualberto Alvino, che dice poi anche <<una cosa (per Pizzuto,
ndr) non è ciò che è, ma la costellazione delle cose che sembra>>.
Come non riconoscere in queste espressioni le logiche di funzionamento dei
moderni autofocus di videocamere e macchine fotografiche, basate su quella che
viene definita logica fuzzy (logica
sfumata)?
La logica
sfumata è applicabile anche alla percezione dell’Io, che però non è
sopprimibile. Nel suo pagellare, persino le distanze siderali che Pizzuto
frappone fra sé e l’espressione del sé nella narrazione, persino l’indeterminazione
del fatto vengono in qualche modo annullate nella reductio ad unum (unum
in questo caso è da intendersi come flusso di percezione a forma di imbuto, il
quale imbuto ha alla fine della parte stretta il soggetto) che il percipiente
impone al percepito nello stesso istante in cui percepisce. E senza percezione
non può esserci trasferimento a terzi –diciamo così- del percepito, neanche se
il percepito è indeterminato e caotico.