Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

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lunedì 4 ottobre 2021

La Malaeredità di Maribella Piana


 

La Malaeredità

romanzo di Maribella Piana

Armando Curcio Editore

2020


Ogni vita è segnata da un destino, lo sappiamo da millenni che il Fato è persino superiore agli Dei, agisce per vie imperscrutabili e impossibili da evitare. Ma è più forte l’illusione di potenza della nostra volontà, la pervicace ostinazione di alcuni che pretendono di ribaltare l’esito della propria esistenza, compiendo atti di sublime e scellerata disubbidienza, dipende dai punti di vista. I più si adattano, non ci pensano nemmeno, seguono il solco già tracciato, attraversano la vita come un treno che scorre sui binari già tracciati, serenamente o stolidamente, dipende dai punti di vista.

Molte storie sono state scritte e ci raccontano ancora questa consapevolezza vissuta come contrasto e lotta, come hybris inevitabile, sconcertante, anche se illusoria: Edipo, Medea, Lady Macbeth, Amleto, Madame Bovary, I fratelli Karamazov, L’idiota, I Malavoglia, Il Gattopardo, per citarne alcuni non a caso. La letteratura si plasma continuamente in grandi narrazioni che ci avvincono, rendendoci partecipi e per immedesimazione protagonisti di questa eterna lotta degli esseri umani contro il destino.

Così adesso, ci cattura e coinvolge l’ultimo romanzo di Maribella Piana, dall’inquietante titolo “La malaeredità”, che già prelude a vite e destini segnati da una sorta di tragico fato familiare. La piccola e inquieta protagonista, giovane nobildonna data in sposa per interesse e senza amore a un nobilotto insignificante e disinteressato per educazione e consuetudine al sentimento, sembra predestinata ad una vita segnata, privilegiata per censo e status sociale, ma già scritta nel grigio libro delle esistenze accondiscendenti a norme e regole condivise e protette, perché l’ordine civile resti quel che è, con l’illusione che sia per sempre e sia perfettamente compiuto. Ignara di quasi tutto, del mondo, della società, della vita, della storia, quasi inconsapevolmente, Concettina, tenta disperatamente di vivere una vita degna d’essere vissuta, come molte eroine romantiche cerca e brama l’amore, vibra e palpita per qualcosa che è, anche per lei, soprattutto l’empito romanzesco dei libri che legge, il turbamento pericoloso che nel suo corpo vibra. In un epoca, quella della fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, in una Sicilia gattopardesca, dominata da regole di cattolicissima ipocrisia e forgiata in un maschilismo quasi onnipotente, questa giovane eroina muove la sua personale guerra contro ogni consuetudine e condiscendenza, ama per scelta, tradisce, fugge, rompe ogni legame con quel mondo dorato e protetto di cui faceva parte e, persino perdendo l’affetto e la vicinanza dei figli legittimi, precipita in un’oscurità insidiosa che le darà sì l’amore tanto voluto, ma anche la cancellerà, come un errore da dimenticare, da tutta quella società imbalsamata e intrecciata di connivenze, le cui regole ha osato infrangere. L’amante, non sarà poi molto diverso dal marito, perché mai abbandonerà la moglie cui per convenienza è legato. Concettina vivrà in una sorta di limbo, nell’illusione di un amore che la anima, ma che la relega ai margini, madre di figli illegittimi che sono quasi ombre di colpa e madre di figli che la rinnegano pur sentendo un inevitabile afflato filiale, che sentono tradito e si distaccano, tra nostalgie e risentimento. Tutti porteranno con sé, nella loro esistenza, i segni di quella “malaeredità” della madre che sfidando il destino, ne rafforzerà e amplierà gli effetti per sé e per la sua discendenza. Fino all’oblio, che il tempo e la cancellazione segnarono. Maribella Piana, che della protagonista è una discendente, compie in quest’opera, la sua più matura e profonda, una “queste” che è sia un risarcimento a questa straordinaria donna che fu la sua bisavola, ma anche e soprattutto una coinvolgente narrazione letteraria di vite e destini perduti, grazie a questo romanzo, non inutilmente. Lo specchio della letteratura riflette con commovente forza e struggente nostalgia, lo straordinario affresco della vita di una giovane che osò sfidare il mondo, il destino già scritto, e vinse e perse al medesimo tempo.

Francesco Randazzo




domenica 9 agosto 2020

Bruno Pompili, Il fratello lontano

 

Bruno Pompili

Il fratello lontano

Manni, Lecce, 2020

di Alfonso Lentini 

 

Sovrapponendo a una scrittura fortemente contemporanea le atmosfere fiabesche e misteriose dei Vangeli (apocrifi o canonici che siano), Bruno Pompili mette in scena una sincopata e sbilenca “vita di Gesù” e ce la racconta laicamente (o, se si vuole, “infantilmente”), attraverso il punto di vista di uno dei fratelli del Cristo, un sosia inconsapevole, che guarda gli eventi da lontano, sbirciando quasi a caso fra i vari episodi che l’iconografia e la fantasia popolare ci hanno tramandato, mostrando di averne vaga o nulla comprensione (o forse, al contrario, segreta consapevolezza):

«Sì, ora sono proprio insicuro quasi su tutto. Vedo figure e temo che si dissolvano; osservo tracce esigue e invece sono corpi».

Fedele e infedele alle narrazioni evangeliche tradizionali, il libro è disseminato di contrasti irrisolti. Gli episodi, a volte semplici accenni, non giungono quasi mai a compimento e si perdono in un viluppo di enigmi mai del tutto chiariti.

«Mi guardò molto, senza parlare, un poco scuotendo il capo. E poi mi disse di non restare a lungo, e poi mi disse di restare fino all’indomani, di incontrare mio fratello, e poi mi disse di andarmene al più presto.

Non avevo nulla da proporre, e obbedii. Non so a quale suo desiderio, poiché mi chiedeva cose in contrasto».

Tuttavia il punto di forza del libro è proprio in questo narrare nebuloso: lucido e onirico, compatto e sfilacciato, realistico e surreale, ha la capacità di inchiodare alla pagina meglio di un semplice thriller. Persino il finale, al quale si giunge col fiato sospeso, non sembra chiarire i fatti, anzi aggiunge mistero al mistero. Questo non-epilogo potrebbe sembrare deludente al lettore avvezzo alle semplificazioni della letteratura di consumo; ma a chi ama la scrittura irrisolta, complessa, interrogativa, non potrà che apparire come un arricchimento. Perché quello che importa non è dipanare la matassa, ma rendere conto di come la matassa si intrica.

Tanto più che il libro, al di là dell’argomento delicato e “difficile” che affronta (e pur rimanendo dentro a un racconto lineare), deraglia dalla tematica principale in cui può sembrare compresso e si apre a ventaglio verso le più diverse diramazioni di contenuto; così, ad esempio, può essere letto come una modernissima scorribanda sul tema del doppio, in quanto i due protagonisti, Gesù (Joshua) e il suo “lontano” fratello, non sono che un’interfaccia, diversi eppure talmente simili da diventare quasi intercambiabili proprio quando il racconto si muove nelle vicinanze dalla croce alla quale uno dei due dovrà essere appeso.

Attraverso questo gioco di specchi fra i due personaggi (a cui si aggiunge, in coda, la figura di un terzo fratello, Belshatzzar, il più enigmatico e inquietante di tutti) si mette in scena una forma di inchiesta, dai risvolti forse più psicanalitici che teologici, su cosa sia l’identità o la non-identità, e di conseguenza sulle costellazioni che tengono insieme le realtà interiori di ciascuno e le rapportano al mondo esterno.

«Potevo essere preso per il gemello opaco di Joshua, ero l’invisibile. Mi é sembrato in alcune circostanze di essere stato l’inesistente: senza dar peso negativo, tanto mi sentivo egualmente me stesso, e mi bastava».

Importa raccontare la matassa percorrendone gli intrichi, dicevamo: ma ancora di più importa la materia di cui è composta la matassa stessa, che in una narrazione non può essere altro se non la lingua: che qui germoglia tagliente, aforistica, esatta al punto che le parole sembrano colare sulla pagina rotonde e calde come gocce di piombo fuso.

«Non sappiamo quando arriveremo a Yerushalayim, che teniamo sempre lontana con diversioni di sentieri e sempre la pensiamo senza sapere il futuro e col peso di una previsione di dolore, che non ha solo l’immagine di mio fratello sofferente ma quella di nostra madre e la sorpresa di molti sulla perversa logica dei poteri umani. Io penso anche al silenzio divino.

Xantra dice che nessuno può essere nelle intenzioni del padre, poiché non a tutti i figli viene rivelata la stessa cosa.

E anche a noi è lasciato il compito di dover cercare per conto nostro, con errori ed egoismi, con una stanchezza vaneggiante che spesso decide per tutto il resto». 

 

 

Bruno Pompili - Nato nel 1938 in Romagna, vive a Bari. Ha insegnato Letteratura Francese all'Università di Bari dedicandosi alla ricerca soprattutto nell'ambito delle Avanguardie e della letteratura del Novecento.

Ha pubblicato libri di saggistica, e a partire dagli anni Novanta alcuni volumi di narrativa e teatro.

 


 

martedì 17 marzo 2020

"Io e il Minotauro" di Elena Bibolotti




“Capita a chiunque di ammalarsi di questa specie di amore. Non è così strano. La situazione sfugge al nostro controllo senza che ce ne accorgiamo. Pensiamo di essere in possesso di ogni nostra facoltà, ci sentiamo sereni, razionali, ma non è vero, e si vede lontano un miglio che non è così, è come prendere il raccordo contromano e domandarsi come mai tutti abbiano sbagliato l’uscita. Lo vediamo nello specchio, nella tristezza del nostro sguardo, nella mancanza di entusiasmo che ci divora, nelle risate false, negli sguardi increduli degli amici, in quelli annoiati di chi ci ripete da anni la stessa cosa: lascialo. Invece, quella sera io lo seguii”.


Io e il Minotauro, di Elena Bibolotti, edito da Giazira Scritture, è un libro che travalica la forma romanzo verso il recit, il monologo interiore della protagonista Adele e ci conduce nel suo personale inferno o meglio, nel suo infernale labirinto. 

Lei, contrariamente allo stereotipo di donna debole che ci si immagina in questi casi,  è una donna forte, intelligente, culturalmente strutturata, imprenditrice di successo nel settore cinematografico e televisivo, donna realizzata, per molti versi anche disincantata e cinica nei confronti dei suoi dipendenti; ma è vittima di una relazione perversa e devastante, è preda continuamente straziata fisicamente e psicologicamente dal marito Gimmi: attore fallito e frustrato, subdolo, bellissimo e affascinante, narcisista patologico, violento torturatore. 

Attraverso una scrittura nitida e scabra, in molti punti tagliente come un rasoio, ci inoltriamo nella storia di Adele, vittima del marito, ma anche della sua storia familiare tragica; scandagliamo oltre che l’orrore della violenza domestica anche quello dei destini parentali, come un inferno di costellazioni familiari malate o di karma ineludibili. 

È un racconto che cattura, prende alla gola, sospende il fiato. Echi di quanto abbiamo sentito o letto (qualcuno purtroppo anche vissuto) nelle cronache di violenza contro le donne arrivano dentro di noi e si trasformano in empatia, affanno, ribellione, momentaneo sollievo e poi di nuovo minaccia e paura.

Sesso, potere, bellezza, socialmedia, ipocrisie borghesi e accomodamenti di facciata, attorniano Adele nella sua gabbia di violenza. Sembra che non vi sia nessuna possibilità di fuga, nessuna liberazione possibile, sembra ineluttabile che lei rimanga chiusa là con il suo Minotauro torturatore, bestia bellissima, sensuale, folle, devastatrice. 
Con un disperato ma acutissimo trucco, Adele ordirà una trappola per liberarsi del mostro. Ci riuscirà? Leggetelo e lo saprete. Imperdibile.

Francesco Randazzo








Io e il Minotaurodi Elena Bibolotti
Prezzo: 15,00 euro
Pagine: 190
Formato: 21 x 14,8
Isbn: 978-88-99962-28-9



Elena Bibolotti nasce a Bari. Diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, lavora nell’avanguardia teatrale. Imprenditrice nel web e nella didattica musicale, assistente al Master di scrittura creativa della Luiss Guido Carli, è consulente editoriale. Ha pubblicato il romanzo Justine 2.0 (INK Edizioni, Milano), diversi racconti per 80144 Edizioni (Roma) e Conversazioni sentimentali in metropolitana (Castelvecchi). Per i tipi di Giazira scritture ha pubblicato la raccolta di racconti Pioggia dorata.

mercoledì 25 settembre 2019

Le professoresse meccaniche e altre storie di scuola







Avete mai provato, in qualche periodo della vostra vita, un sentimento simile a una solitudine concava? A riprova della geometria strana dei sentimenti, che a volte può manifestarsi su piani inclinati, ma anche no. Siete mai stati in una scuola dove le professoresse sono degli automi con parrucche e mettono in scena movimenti meccanici? Una scuola che ha, fra i vari insegnamenti ministeriali, uno importantissimo, fondamentale: l’insegnamento del Silenzio, che si auspica obbligatorio per il futuro? Una scuola che impartisce lezioni di Buio, e tante altre materie stuzzicanti e non convenzionali?
È di storie simili, ambientate in una scuola immaginaria, che ci racconta Alfonso Lentini con garbo stilistico e morbidezza buzzatiana, storie così improbabili e visionarie da sembrare verosimili, strampalate e paradossali nella misura giusta, una misura tanto non colma da indurci a riflettere, in modo amaramente comico, sulla nostra incerta precarietà esistenziale.


Paolo Albani

lunedì 4 febbraio 2019

Sotto l’effetto del “Captorix”




“Serotonina” di Michel Houellebecq
La Nave di Teseo 




Flebile romanzo del grande scrittore, zampate qua e là, graffianti ma stanchissime. Sembra scritto sotto l’effetto del “Captorix” assunto dal protagonista, produce una serotonina ossimorica che non da felicità e per di più rende impotenti. Quindi che resta? 

De toute évidence: lasciarsi andare e morire.




Lontanissimo da “Estensione del dominio della lotta” che resta la vetta dello scrittore, molto meno cinico e politicamente scorretto di “Sottomissione”, il racconto si snoda attraverso una nebbia di indifferenza, persino atarassia, funzionale e ontologica, noiosamente depressiva, riuscendo a indebolire anche scene e personaggi di tragica potenza, che però non deflagrano mai. Ma forse era questo lo scopo di Houellebecq, drogarci di Captorix come il suo protagonista, annegarci nel suo nichilismo languidamente autodistruttivo, trascinarci morbosamente in una letteraria impotenza masturbatoria, vendicarsi di tutti e tutto con un bestseller tutto sommato dimenticabile, alla faccia de “L’Uomo senza qualità” di Musil, troppo lungo e complesso per quest’epoca di lettori mainstream.




Chapeau, Monsieur Houellebecq, comunque lei si conferma un genio.








Francesco Randazzo - 2019





giovedì 15 novembre 2018

"Sei giorni" di Stefano Valente



“Sei giorni” è una vertigine, un romanzo maelstrom che ingoia il lettore nel gorgo ineluttabile della narrazione, una trappola della mente che sgorga parole in flussi di coscienza incrociati, dentro una lingua frantumata in cento, mille pezzi, che infine si ricompongono nel finale inatteso e sconcertante.
Senza entrare nel dettaglio e, come si dice oggi, spoilerare, in sintesi estrema la storia ci racconta, attraverso il suo protagonista, del ritorno a casa di due “amici” o forse soltanto sodali, commilitoni, reduci da una distopica guerra etnica che richiama quella dell’ex Jugoslavia, ma è ben altro, viene dal passato dell'olocausto ebraico, o forse è da venire, forse sta già avvenendo, forse è il disastro bellico della Siria che l’autore ci sposta fino alla soglia di casa, non ha importanza eppure ne ha molta. Sei giorni di cammino verso casa, con i piedi e le anime straziate e sanguinanti, tra morti, tradimenti, coinvolgimenti in azioni estreme, attraverso una finta pace che ha lasciato governi autoritari, frange etniche in lotta perenne, rovine e nessuna speranza di redenzione o vera pace. Tutto si rompe continuamente, nelle visioni e nel racconto del protagonista, l’ingenuo, innocente – ma quanto davvero?
È un libro potente, arduo, pregnante, per lettori forti d’animo, disposti alla battaglia con le parole e ad essere guerriglieri della coscienza. L’autore ci vuole con sé, vuole che ci si perda con i personaggi del romanzo, fino ad assumerne le paure, le speranze, la disperata volontà di essere, e di essere giusti, pur sbagliando, in un mondo colmo di errori ed orrori, nel quale sarebbe più facile, cedere, compromettersi, con la piccola accidia che diviene complicità con il male.
Infine, si arriva, e quasi nel silenzio, con un finale straordinario, tutto si scioglie e quando l’ultima pagina, quella alla fine di tutte le parole, quella bianca dopo la fine, arriva, è come un colpo di luce, un liberarsi del respiro sospeso, con la commozione e la gratitudine per un’esistenza, la nostra, salva. Ma fino a quando?


 Francesco Randazzo

Sei giorni
romanzo di Stefano Valente





giovedì 25 ottobre 2018

"Tre lune in attesa" di Alfonso Lentini



TRE LUNE IN ATTESA
di Alfonso Lentini è l’opera vincitrice della seconda edizione del Premio Letterario Formebrevi (sezione Le Forme del Dire).

Una raccolta di acquerelli in prosa poetica, visionari, ironici, calvinianamente leggeri, ma anche surreali e onirici come un racconto di Raymond Roussel o Cortazar.
Lentini, che è anche un artista figurativo di grande visionarietà attraverso la concretezza degli oggetti, in questo libro dissemina lampi verbali di grande suggestione che sollevano il lettore oltre la narrazione in sé, verso un immaginario verbale che si apre a ventaglio e disegna nella mente percorsi inabituali, lievi e sconcertanti, quasi psicotropi; ma privi di controindicazioni, se non quella, a voler rileggere, di vedervi nascosta, attraverso la levigatissima scrittura, la nostra non meravigliosa realtà.

Francesco Randazzo


Dal libro:

TRE LUNE IN ATTESA
Al posto del monte Pelmo, portato via in fretta e furia stanotte da ignoti, si è formata una vastissima conca che sembra una bocca spalancata per lo stu- pore, una valle ancora senza nome.
Sulla valle risplendono tre lune in fila. In attesa. Però, a dar retta a certi visionari, la montagna è ancora là. Il profilo di quel massiccio che Dio avrebbe scelto come poltrona su cui riposare le sue membra smisurate, ancora risplende invisibile, inzuppato di raggi lunari. Trasparente, come tutte le cose vere.






giovedì 18 ottobre 2018

“Sette coccodrilli” di Armando Adolgiso


Armando Adolgiso
“Sette coccodrilli”

2018

Recensione di Alfonso Lentini

"Le lacrime sono meno impegnative della risata, si muore dal ridere, mai dal piangere", scrive Armando Adolgiso; e con questa consapevolezza pubblica "Sette coccodrilli", un breve ma assai pungente volumetto (in ebook liberamente scaricabile online) dove l'ironia e il sarcasmo sono i principali ingredienti di un’intelligentissima operazione comico/concettuale che ricorda molto da vicino quella, altrettanto concettuale, di Emilio Isgrò, quando in varie mostre e pubblicazioni gioca con il problema dell'identità dichiarando di "non essere Emilio Isgrò" (e aggiungendo testimonianze in tal senso di altri fantomatici personaggi). Quella di Isgrò è a suo modo una forma di autobiografia, ma al negativo, ottenuta attraverso cancellazioni idealmente simili a quelle dei suoi celebri libri oggetto. Anche quella di Adolgiso potrebbe rientrare, sia pure paradossalmente, nel genere delle “autobiografie mendaci”. Infatti Adolgiso, stando alla lettera, non fa che parlare di sé. Ma se di autobiografia possiamo parlare, dobbiamo intenderla in senso antifrastico, in quanto qui il gioco, davvero geniale, consiste nella messa in scena di sette improbabili (eppure, paradossalmente, probabilissimi) "coccodrilli" (cioè articoli commemorativi pubblicati dopo la morte di un noto personaggio) che l'Autore immagina possano essere stati scritti dopo la sua dipartita e dunque, per così dire, “apocrifi”. Solo che ogni "coccodrillo" mostra un punto di vista straniante o stranito, attraverso cui Adolgiso svela l'ipocrisia, la retorica, la rozzezza intellettuale, la vacuità di certe tipologie umane (e di conseguenza anche di scrittura). I presunti autori dei "coccodrilli" sono: L'astioso, L'egotista, Il filosofo, L'irregolare, La modaiola, La poetessa, La scalognatrice. E sono questi esponenti di un sottobosco culturale duro a morire che prendono la parola stravolgendo dati e verità, proponendo un’immagine grottesca e caricaturale del personaggio di cui fingono di voler tessere le lodi, ma sostanzialmente mettendo in ridicolo solo se stessi. Dunque, mentre l'Autore si camuffa fingendo che a scrivere siano altri, il mascheramento si fonde con lo smascheramento. E il volumetto assume il valore di un vero e proprio pamphlet che, se ha un difetto, è di essere troppo breve, limitando soltanto a sette “coccodrilli” il complice divertimento del lettore che avrebbe potuto prolungarsi ben oltre. Ma perché solo sette? “Perché tante sono le lettere che compongono il mio nome: armando”, risponde prontamente l’Autore.
Sorpresa finale: quella di Adolgiso si rivela un’operazione quasi “balestriniaina”, se è vero che Nanni Balestrini è l’unico scrittore del pianeta a non aver mai scritto una sola parola di suo pugno, essendo tutta la sua opera (romanzi compresi) composta di collage, cioè frasi prelevate da scritti altrui. Così infatti, con furbastro candore, dichiara l’Autore nella prefazione al suo libro: “La maggior parte delle parole che seguiranno nelle prossime pagine, com’è nel mio stile, non le ho scritte io, molte sono frutto del montaggio operato fra luttuosi brani, da me collezionati nel tempo, apparsi su quotidiani e periodici; articoli di firme famose, meno famose, e pure pezzi redazionali anonimi”. Nulla di inventato, dunque. Così va il mondo, miei signori!





giovedì 31 maggio 2018

ROB DE MATT, di Antonio Ortoleva


Un Giove che tuona lemmi e neologismi, che sprizza saette lessicali, non fa ombra minacciosa il gigante ma irradia luce giocosa, sparge felicità leggera. E non desta paura l’ombra di quel titano, anzi, a osservare la luce del suo volto nella risatina bonaria e irriverente, si può rintracciare l’alter-ego del padrone dei cieli, ciò che il temibile fustigatore di uomini e semidei avrebbe voluto essere se non gli fosse stato imposto quel fato mitologico così potente e terribile e vendicativo. Giorgio Manganelli incarna in forma laica quella divinità mitologica come creatore ed esploratore di una nuova lingua italica, brillante di fuochi d’artifizio, scientifica e popolare, radicata nei secoli e ipermoderna, buonumoristica e inquietante. In una parola, unica.

Lo incontrai tre anni fa a Nuova Delhi. Il dorso del suo “Esperimento con l’India” era in fila sullo scaffale principale della bellissima biblioteca in sandalo lucido di un nobile sikh decaduto che aveva messo a disposizione del pubblico quella preziosa stanzona. Il libro in edizione italiana doveva essere effetto di un lascito di un amico intellettuale, che per illustrare il punto di vista italiano sull’India aveva scelto l’autore milanese. Punto di vista eccentrico per quanto si crede, seppur contenuto dall’esigenze del reportage, essendo Manganelli stato inviato in Asia nel 1975 dal settimanale Il Mondo che era stato di Pannunzio. Che tipo di esperimento Manganelli fece con l’India? Direi soprattutto con sé stesso. Temette che la sua solida laicità non fosse a prova di Calcutta o di Bombay, come accadde 25 anni prima a Roberto Rossellini che lì spese addirittura un anno. E descrisse persino in aereo una certa inquietudine, a cominciare dalla scomodità della poltrona, che gli dettò passi come questi: “…ma che cosa è l'India? Se è un "altrove" mi sfinisce, ma non la temo; quel che temo è questa capacità, illusionistica e metafisica, di illudermi che l'altrove sia non solo a portata di mano, ma dentro di me”. Oppure è “un consegnarsi al “deposito dei sogni, l’unico luogo dove esistono ancora gli dei”.

Quanto e se quel viaggio influenzò la sua copiosa scrittura successiva solo studiosi della letteratura del Novecento come Luigi Matt o Gualberto Alvino potrebbero raccontarlo. Il primo ha pubblicato per Artemide un’opera stupefacente e certosina, quasi zen, “Giorgio Manganelli verbapoiete”; il secondo, appassionato e brillante esploratore di altri “inventori” come Pizzuto e D’Arrigo, l’ha appena recensita sulla rivista “Per Leggere”, costruendo di fatto un’autonoma appendice sul tema Manganelli.

Cosa ha fatto Matt? Dalla “grammaticosa” produzione del Milanese ha estratto oltre mille voci che rappresentano non solo un arricchimento insperato della lingua – di cui in molti temiamo la scomparsa – ma di fatto un nuovo dizionario italiano moderno. Oltre mille neologismi, 1167, estratti, censiti, codificati, decifrati che affondano radici nella preistoria del lessico o che potrebbero entrare a pieno titolo nei nuovi slang giovanili. Alvino, la cui idea di letteratura si fonda sul linguaggio che crea il contenuto, avvisa che lo scrittore milanese è mosso più da ragioni ludiche che sperimentali, ma dall’altro lato, scrive Matt, egli rovescia «il senso comune, seguendo il quale si immaginano le parole come etichette che si pongono a posteriori sulle cose», una creazione verbale come un «incantesimo per dar vita alla cosa che quella parola indica». Spiccinare (fuoriuscire da piccola fessura), orribilante (fra orribile e orripilante), interpuntivo (un testo morto, piatto), cristato (qualcosa crocifissa), uccellastro (uccello mostruoso). Solo alcuni mirabolanti esempi.
Si tratta dunque di un imponente giacimento lessicale venuto alla luce grazie a Matt, che Alvino definisce con altruismo e competenza il maggior esperto di narrativa italiana moderna (l’era digitale ha ristretto il termine contemporaneo agli ultimi mesi), e che, importante quanto una miniera di gas, potrà coprire almeno per i prossimi vent’anni il bisogno energetico della nostra comunità letteraria.