Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

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mercoledì 2 gennaio 2013

Alfonso Lentini su "Shechinàh"



Recensione di Alfonso Lentini su "Shechinàh", Rivista Le Reti di Dedalus:

Scandito a colpi d’ala e di martello, questo lungo recitativo di sapore rap e di potenza visionaria degna della poesia beat, si snoda impetuoso, fluviale, serpentino; diremmo in lungo e in largo: “in  lungo” perché sembra attraversare secoli e millenni, segnato com’è da ripetuti inserti biblici, coranici, danteschi; e “in largo” perché spazia, fortemente avvitato all’oggi, nell’universo cangiante e maledetto degli attuali scenari metropolitani, nonché nei disastrati paesaggi interiori dell’uomo contemporaneo.
Shechinàh, di Francesco Randazzo è infatti un poemetto che somiglia a un volo vagabondo.   (...)

continua a leggere su "Le reti di Dedalus"





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giovedì 1 novembre 2012

Recensione di Fabrizio Centofanti a "Shechinàh"


Shechinàh, di Francesco Randazzo, é un poemetto straordinario, che trascina in un vortice di santi e puttane, carabinieri e migranti, situazioni quotidiane trasfigurate da un’ironia sottile, che a volte si trasforma in sarcasmo, a volte si scioglie in commozione che non puoi controllare. Una denuncia garbata e spietata, nello stesso tempo, delle contraddizioni che infarciscono la vita, sempre esposta al pericolo della rovina e al bagliore inaspettato della grazia. Un racconto allucinato e lucido che si snoda tra due abissi: quello di un male che degenera spesso nella farsa della mediocrità e quello di una dignità miracolosamente ritrovata. Si ha l’impressione di toccare con mano la gigantesca domanda d’amore di un’umanità derelitta e, contemporaneamente, di sfracellarsi contro il muro di una perpetua estraneità. Il tutto racchiuso in un linguaggio poetico frammentato e musicale, che ricorda certe opere novecentesche tra Sibelius e Bartók. Numerose le ascendenze che si potrebbero evocare: da Bob Dylan a Bertolt Brecht, da Ginsberg a Dostoevskij; ma l’esito finale é un’originalità compatta e fluida. L’amore di un poetico Gesù si comunica a un mondo variegato, fuori di ogni schema, dove l’unica certezza é la disperazione di innocenti che finiscono con l’inciampare casualmente in una inedita speranza. Tra filosofia e letteratura, teologia e hilarotragoedia, il poemetto fila via con aria impertinente e imperturbabile, come se l’unico modo per conoscere il mondo fosse quello di un sorriso leggero, sospeso tra Calvino e Milan Kundera, che si tira dentro la tradizione epica e lirica italiana, da Ariosto a Dario Fo. I miracoli di un Gesù un po’ dandy e un po’ comunista s’intrecciano con una scrittura che mescola clamorosamente Dio e il gorgonzola, il mistero della vita e il cavolfiore grande come un cocchio; un cortocircuito di cui diviene simbolo magistrale il trittico morte subita – risurrezione – morte accettata come approdo sereno di una vita retta, nella scena dell’incidente stradale; o in quella strappalacrime di Dio che vorrebbe dare al mondo corrotto una lezione esemplare, spaventosa e apocalittica, e invece é fermato dalla supplica di una semplice bambina. Il riso finale della coppia di giovani in amore é un sigillo che tiene viva, nella memoria del lettore, la densitá e la leggerezza di una storia senza tempo e, direi, felicemente riuscita.



Francesco Randazzo, Shechinàh, Amazon, euro 2,68.

domenica 28 ottobre 2012

«Shechinàh» di Francesco Randazzo - EBook


Francesco Randazzo
Shechinàh
(La presenza di Dio fra gli uomini)
Viaggio per Coro - Rap
 
Il concetto ebraico della Shechinàh (La presenza di Dio fra gli uomini) percorre tutte le religioni, con forme e apparizioni differenti.

Un viaggio poetico di qualcuno che appare o torna al mondo attraverso la parola e incontra uomini e donne e con loro compie un percorso duro di verità e critica del quotidiano, ma anche d'amore per la vita e per il mondo offeso.

Shechinàh è una drammaturgia poetica orale, discorso unico ma sempre in divenire, come le strade, come gli incroci dove si incontrano o si dividono le vite e i fatti della quotidiana realtà.

É una sacra rappresentazione contemporanea, poetica e drammatica, che ha il suo fondamento nell’oralità e che vive attraverso un codice antico espresso nella contemporaneità forte e vitale della parola che colpisce, per questo ed in questo senso, rap.


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giovedì 28 aprile 2011

Ad un palmo dal naso

Sei mesi –forse più- di vicinato
addirittura dirimpetto sullo stesso
pianerottolo stesso civico
barra uno e barra due identico
numero di appartamento,
ma si sono sempre cortesemente ignorate
al massimo salutate per le scale
o davanti al cancello arrugginito
agli scheletri dei campanelli
dei motorini che qualcuno ha smontato
rubati davanti alle scuole rivenduti
a pezzi dai tossici per comprarsi la dose.

Una vera e propria ragione
per quel loro atteggiamento
non c’è, è più una sensazione
epidermica la classica antipatia
spontanea senza fondamenta
assolutamente niente di personale
basta continuare a ignorarsi.

L’unica spiegazione plausibile
l’intenzione di stare fuori dai guai
che non mancano mai in un palazzo
come quello, basta cercarseli
e spuntano da ogni parte
tra puttane, spacciatori e immigrati
clandestini un semplice ciao il voler essere
carini si può trasformare in iattura
nell’inizio di una brutta avventura
perciò meglio evitare non peggiorare
una situazione già difficile
a dir poco e dirne bene.

Per Annah le due stanze
fetide dove adesso abita
sono state la salvezza una schifezza
–è vero- neanche i topi ci fanno la tana
e quant’è lontana l’idea
di una casa accogliente
le sembra che una marea improvvisa
abbia spazzato via tutto
come lo tsunami in Indonesia
il mare che ribolle rabbioso
di schiuma e si innalza
minaccioso per infrangersi
con cattiveria sulla costa.

Era felice quel giorno
prima della tragedia inaspettata
era stata dal ginecologo
del consultorio "lei è incinta
signora" e quella parola
suonava bene come il risultato
di una partita vinta
ma la vita è starna bastarda
a volte e si ti è toccata la sorte
di avere un uomo frustrato
alcolizzato col cervello imbottito
di calcio di eventi sportivi
non puoi sapere come possa reagire.

Potrebbe finire male infatti
quell’animale l’aveva picchiata
a sangue schiaffoni sulle guance
un occhio tumefatto il naso rotto
"puttana!" le aveva detto
"già mantengo te, che dovrei fare?"
ed era finita in strada
in un attimo senza sapere
dove andare nessun parente
da chiamare sola come un cane
anzi no, con un futuro
figlio cui badare.

Qualche sera prima al telegiornale
aveva sentito dire che molti
immigrati irregolari senza soldi
senza lavoro occupavano case
poco dignitose ma l’unica soluzione
per molti di loro e ora
anche per lei. E pensare
che c’aveva creduto ad Antonio
credeva che l’avrebbe sposato
che tutto si sarebbe sistemato quanto prima
con l’arrivo di un figlio –magari
una bambina- e del permesso
di soggiorno un sogno
diventato realtà.
Forse un’altra volta però.

C’era voluto tanto coraggio
ad andare da sola in quel posto
dove un’ora era troppo
lunga da passar per qualunque
persona normale sana di mente
ma quando non hai niente
non hai nemmeno la possibilità
di scegliere, al massimo
se vivere o morire rimane
nella tua disponibilità.
Se prima non ci pensa qualcun altro.

Francesca invece abita lì
da tempo è tutto quello che sa
di lei oltre al fatto che ogni tanto
passa qualche giorno dentro
per reati minori comunque
non ha per niente l’aria
di una che fa male alla gente.
Forse ha trentacinque anni
e per la metà si è bucata
la faccia segnata da rughe
profonde –soprattutto sulla fronte-
come fosse sempre crucciata
o lo fosse sempre stata
e la pelle sembra bruciata dal sole
che non sapresti dire se è una giovane
vecchia o una vecchia giovane
ma guardando con attenzione
in quelle rughe le sofferenze
le conti una per una.

Ha le mani tatuate Francesca
pareti affrescate cadenti
con pollice opponibile
ricoperte di motivi floreali
come quelli che le orientali
fanno con l’henné solo
sbiaditi slavati squagliati
dallo stesso sole dalla luce
forte che ha segnato la fronte.
Sono due donne diverse
Annah e Francesca allo stesso modo
perse nei vicoli di una metropoli
indifferente ma l’affinità
non va oltre, magari per questo
non si piacciono.

Poi una notte verso le due
con anticipo sul programma
si erano rotte le acque
il caldo tra le cosce
il materasso inzuppato
e il fiato veloce a rischio
iperventilazione, la voce
che manca in gola realizzare
di essere sola in un condominio
fatiscente un anonimo
inquilino abusivo, una partoriente
nel posto sbagliato al momento
sbagliato la paura non per sé
per la creatura senza colpe
che porta in grembo.

Tra quelle quattro mura
ammuffite giallastre le finestre
oscurate con la carta del giornale
la tensione sale, difficile
qualcuno possa sentirla gridare
aiuto in un italiano accentato
da paesi dell’est Europa
un’invocazione a qualche anima
buona nei paraggi.

Francesca è stesa a letto
ancora sveglia fissa il soffitto
pensieri in fila come auto
al casello autostradale
accalcate accodate, sente gridare
distingue una voce femminile
chiedere aiuto, viene dal pianerottolo
dal cassetto prende la pila
senza pensarci un attimo
si precipita fuori i rumori
vengono dall’appartamento di fronte
un calcio ben piazzato e la porta
è aperta stravolta sul materasso Annah
tiene lo sguardo fisso su di lei
gli occhi sbarrati "sto per partorire"
e non riesce a dire altro.

Silenzio per un attimo
Francesca si guarda attorno
"ce l’hai un telefono?"
Nessun telefono nessuna auto
con cui andare all’ospedale
ormai è tardi per pensare
sapere cosa fare sarebbe utile
ma arrangiarsi è l’unica soluzione
la situazione precipita
la natura non aspetta l’ignoranza
degli umani non rispetta la paura
o l’inesperienza.

Interminabili minuti infiniti
vissuti un secondo dopo l’altro
scanditi dalla goccia regolare
dal rubinetto che perde che tiene
il ritmo della respirazione
le spinte le carezze il sudore
le tenerezze gli sguardi dolci
la complicità profonda
anche se nata tardi come
una verità tenuta segreta.

Tra un mare di lattine di birra
vuote uniche amiche
viene al mondo Giulia
la loro Giulia dal faccino
rotondo rubicondo si direbbe
se una delle due conoscesse
il significato della parola,
sottopeso piange a squarciagola
tra le mani candide di Francesca
tatuate sozze masticate
ma sante.

Francesca si alza dal pavimento
ogni movimento calcolato
come avesse tra le braccia
bucate l’oggetto più prezioso
delicato dell’universo intero
un vaso di cristallo tanto fine
da rompersi solo a guardarlo
di traverso.
In una nuvola di felicità
indescrivibile si trovano vicine
bocca a bocca non parlano
quel bacio racconta tutto
un reciproco download di sensazioni
un fuoco che le scotta entrambe
contemporaneamente.

Uscendo ha detto sarebbe tornata
presto Francesca ignorata
vicina lontana una manciata
di metri chilometri in verità
annullati in una frazione di secondo
da un’emozione gigantesca.
È uscita Francesca
per cercare aiuto per chiamare
un’ambulanza e l’ha lasciata lì
estasiata di punto in bianco
innamorata di due donne.

Lorenzo Pezzato - 2011