Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

sabato 13 marzo 2010

M’arrusbigghiu e sentu lu niuru di la notti





I wake and feel the fell of dark, not day.
What hours, O what black hours we have spent
This night! what sights you, heart, saw; ways you went!
And more must, in yet longer light's delay.

With witness I speak this. But where I say
Hours I mean years, mean life. And my lament
Is cries countless, cries like dead letters sent
To dearest him that lives alas! away.

I am gall, I am heartburn. God's most deep decrees
Bitter would have me taste: my taste was me;
Bones built in me, flesh filled, blood brimmed the curse.

Selfyeast of spirit a dull dough sours. I see
The lost are like this, and their scourge to be
As I am mine, their sweating selves, but worse. 


* * *

M’arrusbigghiu e sentu lu niuru di la notti, no lu jornu.
Chi uri, chi uri niuri sfardammu
‘sta nuttata! Chi vidisti, cori! Unni fusti!
E ancora assai n’ha passari ‘ntra ‘stu longu jornu!
Parru pirchì lu pruvai. Ma unni dissi uri
‘ntennu anni, ‘na vita. E lu lamentu miu
è chiantu senza nnummeru, morti littri spirduti
a chiddu ca vivi, ah lastima, luntanu.


Sugnu vilenu, abbruciatu ‘nto cori.
Segretu e mistiriusu cumannu divinu
volsi ca sintissi l’amaru, sintissi di mia stissu;
l’ossa s’isaru, la carni cummigghiau
e lu sangu jnchìu la malidizioni.


Lu schifìu acitu di lu me spirtu,
ammacchia la janca farina di lu corpu.
Sacciu ca li dannati su’ accussì,
afflitti comu a mia, di lu propriu suduri,
ma ccu cchiù gran duluri.





lunedì 8 marzo 2010

D' IN SULLA VETTA D' UNA TORRETTA

D' in sulla vetta d' una torretta
Visionario, solitario stai
Passero che sogni ben altra vetta
Passero che non ti passerà mai

Dì lì vedi dentro una toletta
Una donna che con gesti gai
E' più di mezz'ora che si umetta
Mentre in cucina il forno fa guai

Vedi ragazzi andare di fretta
Chissà dove, verso quali viavai
Dalla toletta spunta una tetta
Ma tu te la sei persa. Ahi

Tutto il mondo non è che disdetta
Canti e trapassi, questo lo sai
E sempre è la parola non detta
Quella che in punta di lingua hai

Dovremmo fondarla questa setta
Di disperati! Che società! I
Membri saremmo io, te, chi è in bolletta
Leopardi e quant' altri. Dai

Figurati che mi innamorai
E lei era talmente abietta
Che quando una volta mi ammalai
Si rifiutò di farmi la peretta

Passero, questa vita va stretta
A te come a me, vita di guai
Senza donne o qualcuno che ammetta
Di amarci con l' anima; in mezzo a vespai

E a libri buoni solo a far cassetta
Senza più editori buongustai
...No, pur senza l' alloro che ti spetta
Tu del tuo costum non ti dorrai

Né io cercherò una mia vendetta
Io scriverò e tu il volo prenderai
Quando l' uomo che tra sé balbetta
La sua noia più non capirai.

VERITA'

Verità non è svuotarsi la coscienza
verità è mantenere una promessa
-Non lo vedrò mai più- mi avevi detto
Per caso ti ha bendata
portandoti a letto?

venerdì 5 marzo 2010

Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.



"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale.
 La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.
Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.
Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo.
Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto,cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile,e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."



Elsa Morante 1945
(da Aprileonline.info)

lunedì 1 marzo 2010

Una poesia di Roberto Bolaño

La rivista online VICE, pubblica la traduzione di una poesia di Roberto Bolaño


La poesia, in lingua originale è questa:


Los perros románticos

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país

pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el espacio de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
Y aquí me voy a quedar.





domenica 28 febbraio 2010

ARCENCIEL MONDO


Continuano con successo gli incontri interdisciplinari del Progetto Arcenciel Mondo presso la libreria-caffè Rinascita a Roma, Via P.Alpino 48.
Sabato 20 marzo dalle ore 18,00 Marco Palladini, scrittore, poeta, performer in "Ho visto le migliori menti...Beat Poetry e oltre". Un percorso nell'autobiografia della ribellione occidentale attraverso la lettura-performance di alcuni brani del suo CD poetico-musicale Trans Kerouac Road.

martedì 16 febbraio 2010

Sgombero















Niente rimane intatto
è finzione l'accumulo
supponenza dell'io
assurdo formicaio di segni
presunzione di permanenza
con relitti innumeri e salati
La vacuità firma la memoria
sotto strati di polvere sabbiosa
Montagne di bottoni mai attaccati
Colletti di camicie mutilate
Abiti inabitati e astratti
Colli di volpi orribili e setosi
Bambole morte dagli occhi vivi
Scarpine di bimbi invecchiati
Camiciole di batista sottili come ostie
Simulacri di capelli in  treccia
Ortodonzie appartate senza senso
Necropoli di scodelle e piatti
Fax di firme autorevoli e sbiancate
Cahiers de presse sfaldati
Papiri quadri pergamene tristi
Lettere capitali senza più importanza
E libri di letture dimenticate
monili di crescite passate
Penne orgogliose e secche
Lavabi ottusi e aridi
Fuochi fatui d'appliques e lampadari
Mura silenziose di rude indifferenza
piene di caos e nulla truciolato
Appare ingenua e struggente
quest'ostinata e compulsiva
illusione della salvezza
nell'obliquità della materia
Labirinto e supponenza
di presidio terreno permanente
È invece come un fulmine
la certezza della cancellazione

Il tempo è un verme che rode oltre la morte

Mi strazia e ripulisce il cuore
La mente già s'annega
si contorce e affila
nel mare sgretolato dell'addio


© Francesco Randazzo - 2010

Paolo Guzzi. Lo spessore della lingua. Il fondo della visionarietà, la complessità del tempo in "Là comincia il Messico" di Gualberto Alvino

Quando si sono letti moltissimi libri, li si è studiati a fondo, si è assorbita la storia e le molte storie che raccontano, quando si è avvicinato lo spessore della lingua nei suoi aspetti più nascosti, nei suoi risvolti più misteriosi, quando si è penetrato in quel mondo di segni, in quei fonemi, di cui si sa tutto alla perfezione, allora si ha come un disgusto, una nausea, tanto più forte in quanto non se ne può fare comunque a meno, per tutto ciò che sappia di letteratura e di quel mondo inevitabile e stravagante, così attraente e repulsivo insieme, costituito dal tappeto di strumenti per cui la lingua si costruisce e si dipana.
Allora, come ha fatto Gualberto Alvino, filologo e studioso di letteratura italiana contemporanea, con questo lavoro (Là comincia il Messico, Firenze, Polistampa, 2008), si vuole continuare a rivivere quel mondo, questa volta creando qualcosa del tutto nuovo, originale, qualcosa che prima non c’era.
La crudeltà non è pietosa, né verso gli altri né verso sé stessi, il tutto è osservato e rappresentato per accumulo barocco di immagini, di linguaggio, di sensazioni.
Il ritmo trainante del linguaggio, nonostante le cesure e le interruzioni, gli spazi vuoti della pagina, ci spinge nel profondo della scrittura, seguendo l’itinerario di una vocazione letteraria che coinvolge l’autore e quindi il lettore.
Nel testo non succede nulla, sembra, se lo prendiamo come un viaggio all’interno della lingua; succede di tutto invece se seguiamo i mille accadimenti di cui veniamo resi partecipi.
L’esperienza fatta non può essere dimenticata. Le migliaia di libri letti e studiati, analizzati come un entomologo gli insetti, si affollano nella mente, la riempiono di idee, di immagini, di sogni e di nevrosi.
Quindi Alvino ha pensato a questo suo primo romanzo: una struttura rigorosa che ha l’andamento, dichiarato nei sottotitoli ai capitoli nell’indice, di una sinfonia musicale.
Un romanzo che è un antiromanzo eppure racconta, senza dialoghi eppure con un dialogo ininterrotto con l’altro, un altro sé stesso, cui l’autore si rivolge dandogli del tu. Un alter ego? Forse. Eppure qualcosa di diverso, in più, un dostoevskiano diario di un pazzo, un pazzo dotato di ragione e di metodo, come il Polonio dell’Amleto shakespeariano.
La follia e il disgusto, la passione per il disgusto e la necessità di procurarselo, una crudeltà senechiana e sadiana, un’attenzione per gli odori (i cattivi odori) alla Suskind, determinano questo singolare romanzo che vuole raccontare l’esperienza totale, la vita, una vita nella sua interezza, nello stesso tempo autobiografia ed invenzione, immaginazione e realtà, piuttosto una de-realtà, come chiamava Barthes quello stato a metà tra realtà ed irrealtà appunto, dovuto ad una mente che soffre.
In un testo che si vuole “sinfonico” il tempo è fondamentale. L’esperienza è sempre anteriore alla sua descrizione, il tempo umano è diverso dalla sua rappresentazione. La sua descrizione è difficile in quanto esiste una sovrabbondanza di vita che sovrasta, che fa mancare qualcosa che riempia l’abisso della propria esistenza.
Nel romanzo di Alvino questa sovrabbondanza compare ad ogni pagina, ad ogni rigo, in ogni aggettivazione, negli elenchi in cui si accumulano gli aggettivi, insoliti, da repertorio filologico, fonemi, parole in antico italiano, citazioni di poeti, in una scrittura in cui il tempo, appunto, sembra mancare il suo spazio; in cui, a volte, per l’eccessivo affrettarsi, perfino la punteggiatura è eliminata e la frase può interrompersi di colpo, senza finire il concetto.
Esiste in questo lavoro di Alvino un desiderio di abbracciare l’universo, non solo quello esistente intorno a noi, in cui si muove con odio e rancore la figura del narrante, ma anche di penetrare e farsi attraversare dalla scrittura che quell’universo descrive.
Così, come dice Poulet (la traduzione è del sottoscritto), «Sentire la propria esistenza come un abisso vuol dire sentire la mancanza infinita del momento presente. Il momento, generato dall’uomo, non basta più all’uomo» (G. Poulet, Etudes sur le temps humain, 1, Plon 1972, p. 33). In questo grande affresco scritto, in cui le capacità narrative e descrittive sono notevolissime, si avverte una velocità e un ritmo, a volte accelerati a volte rallentati, che trascinano il lettore, lo agganciano e a volte lo distolgono, ma sempre costringendolo alla lettura ed alla rilettura.
Se il Messico è a poca distanza, se siamo dunque al confine con il Texas, luogo di ogni sopruso e di ogni tormento, dobbiamo dunque soltanto attraversare il Rio Bravo per raggiungere la sedazione.
Ma l’autore non ci dice di avere raggiunto il Messico. Ce lo indica da lontano, da questo Texas che tutti ci ossessiona, tra sparatorie e fuorilegge.
Nella “durata” esiste la vita vissuta al di qua e al di là dell’istante: è questo istante che ogni scrittore vuole cogliere e che Gualberto Alvino prova, riuscendoci, a cogliere.
Oltre al tempo umano, un tempo disumano, piuttosto, l’altra coordinata del romazo di Alvino è la profondità. Profondità filosofica, filologica, profondità descrittiva che va sino dentro i corpi, con una visionarietà al microscopio che sviscera, è il caso di dire, il corpo e i corpi l’uno dentro l’altro, ponendo in superficie ciò che fisicamente ci sta dentro. Il cammino del personaggio narrante precipita inesorabilmente verso la dissezione, dapprima del testo, quindi del corpo. Una tale forsennata introspezione ravvicinata giunge alla rottura dei globuli e della cellula. L’amplesso è visto da dentro, si entra nel sesso come se ci fosse, nel membro virile, una luce che illumini minuziosamente ogni orifizio. La descrizione è così precisa, gli odori stessi sono talmente ben descritti che sembriamo sentirli, e il cervello esplode, trascinato da sé stesso verso il nulla. Bum, concludendo come nel romanzo.


Da «Zeta. Rivista internazionale di poesia e ricerche», XXXII 2010, 1 p. 24.