Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

lunedì 25 gennaio 2010

DISAMORE VERSO IL MARE

DISAMORE VERSO IL MARE

I
Con o senza sdraio colorate
mi piazzo davanti al mare
in attesa che succeda
qualcosa di immane
Il mare ha una magica fama
e i romanzi ambientati in acqua
hanno sempre una gran trama
Eppure(a parte qualche onda)
niente di notevole va in onda
Monotonie ripetizioni
nessun evento
nessun accadimento
In fondo è un po' di acqua in un gran secchio
Tra l' altro è poco nitido
perfino come specchio


II
Tanta ammirazione
il mare la ricambia
portandomi spuma biancastra
bottiglie di plastica
e lamette da barba
La mia venerazione
la mia costanza il mio amore
meritavano sorte migliore
Sono anni che lo ammiro
stroppicciandomi le ciglia
e mai che mi ha portato
un messaggio dentro una bottiglia


Simone Consorti

150STRADE - V CONCORSO PER RACCONTI BREVI ANNO 2010

Riceviamo e segnaliamo:


150STRADE

V CONCORSO PER RACCONTI BREVI ANNO 2010

TEMA: LIMES (Confini)

tra etnie, sesso, generazioni e nazionalità diverse; tra naturale e sovrannaturale, religione, superstizione, magia … ed altro.

Cari autori,

anche quest’anno parte il concorso 150strade per racconti brevi che avrà il consueto iter procedurale; tra gennaio e giugno avete tempo per inviare un racconto di max 4 cartelle ad uno degli indirizzi del club 150strade:

- info@150strade.org

- concorso@150strade.org

- 150strade@fastwebnet.it

Come sempre i migliori 50 racconti faranno parte di un’antologia che sarà donata agli autori prescelti dalla giuria e a fine estate 2010, in una apposita manifestazione con la partecipazione di attori e musicisti, si terrà la premiazione dei primi 5 classificati.

Tra i vari temi esaminati è stato scelto quello proposto dalla presidente della giuria del concorso appena concluso, che ci è parso accattivante e di sicuro interesse anche per la sua grande attualità.


Visualizza il bando completo: clicca qui.

giovedì 21 gennaio 2010

I LIBRAI SI SONO ESTINTI


Microcomica patetica.

Ambientazione: Feltrinellistore, Roma, ai giorni nostri.

Personaggi:
Cliente
Commesso










Cliente
(al commesso che sguscia tra gli scaffali cercando di non fare niente, fingendo di fare chissà che) - Buongiorno, scusi, posso chiederle un'informazione?

Commesso
(rassegnato) - Prego.

Cliente - Sto cercando "2666".

Commesso - Come?

Cliente - "2666".

Commesso - E che è, un libro?

Cliente - Eh, sì.

Commesso
(con faccia sospettosa) - Vediamo.

Il commesso va al bancone del Computer Sibilla, senza il quale è perduto.

Commesso - Come ha detto che si chiama?

Cliente - "2-6-6-6", duemilaseicentosessantasei.
(pensa anche, con acido rigurgito mentale: "S'intitola così, s'intitola, i libri non si chiamano, hanno un titolo, perciò «s'intitolano»", ma non dice nient'altro e aspetta paziente che l'oracolo sentenzi)


Il commesso digita con dito scettico.

Commesso - Ah, sì... di Volano, no, Bolano.

Cliente - Sì, Bolaño, Roberto Bola
gno.

Commesso - Sì, ci sta.

Il commesso fa tre passi indietro, tornando al punto in cui si erano incontrati e da una pila alta un metro e mezzo, che stava dietro di lui, e che copriva mentre fingeva d'aggiustare l'ordine di oggetti a lui totalmente estranei: dunque per questo il cliente non aveva visto che il libro che cercava stava proprio là dietro.

Commesso
(sollevando il tomo da due chili con evidente disgusto come se maneggiasse robaccia pornografica con un titolo da numero di posizione per zozzerie estreme; lanciando uno sguardo di disprezzo al cliente) - Ecco.

Cliente - Grazie. Addio.

Commesso - ...
(bofonchia e se ne va, mimetizzandosi istantaneamente con la moquette per schivare il cliente successivo che si avvicina minacciosamente.)

Il cliente tenendo ben stretto il libro, si avvia alle casse. Paga. Esce.

Cliente
(sollevando il libro, gli sussurra) - Io so chi sei, non ti preoccupare, sei salvo.



Cala la tela.


_________________________________




nota sul misterioso oggetto:
http://www.time.com/time/arts/article/0,8599,1857951,00.html

lunedì 18 gennaio 2010

Per Gianfranco Contini

COLLEGIO GHISLIERI
PAVIA

UNIVERSITÀ DI PAVIA
DIPARTIMENTO DI SCIENZA DELLA LETTERATURA E DELL’ARTE MEDIEVALE E MODERNA


CONTINI E LA CULTURA CONTEMPORANEA
Giornata di studi in ricordo di Gianfranco Contini


Giovedì 4 febbraio 2010



ore 9.30 Presiede: CARLA RICCARDI
Saluto del Rettore del Collegio Ghislieri ANDREA BELVEDERE
Presentazione del volume GIANFRANCO CONTINI - CARLO EMILIO GADDA, Carteggio 1934-1963. Con 62 lettere inedite, a cura di Dante Isella, Gianfranco Contini, Giulio Ungarelli (Garzanti 2009)
Intervengono: PIERO GELLI (Milano) e GUIDO LUCCHINI (Pavia)

ore 10.30 CLAUDIO CIOCIOLA (Pisa), Frammenti di filologia: carteggio Contini-De Luca

ore 11.15 Proiezione del video Ritratto di Gianfranco Contini, di Enrico Lombardi, prodotto dalla RSI per la puntata di “Nautilus” dell’11.2.1990

ore 11.30 DOMENICO DE MARTINO (Firenze), Travasi segreti e personali: sguardi sulla corrispondenza Contini-Russo

ore 12.00 GUALBERTO ALVINO (Roma), "Verrei in tassì a catturarti". Il carteggio Contini-Pizzuto

ore 12.30 ALDO MASTROPASQUA (Roma), Gianfranco Contini ed Enrico Falqui: storia di un’amicizia epistolare


ore 14.30 Presiede: CLELIA MARTIGNONI
MAURO MORETTI (Siena), Carteggio Contini-Capitini

ore 15.00 FRANCO CONTORBIA (Genova), Carteggio Contini-Montale

ore 15.30 DOMENICO SCARPA (Pisa), Cultura e Azione. Prima lettura dell’epistolario Gianfranco Contini-Guglielmo Alberti

ore 16.00 Contini e la cultura contemporanea. Intervengono: CARLO CARENA (Milano), MARIA ANTONIETTA GRIGNANI (Pavia), LINO LEONARDI (Siena), PIETRO GIBELLINI (Venezia)

sabato 9 gennaio 2010

ARCENCIEL MONDO primo appuntamento 2010

sabato 23 gennaio 2010 dalle ore 18,00, presso la LIBRERIA RINASCITA di Roma, Via P.Alpino, 48 si terrà il primo incontro del Progetto ARCENCIEL MONDO.
L'artista giapponese UEMON IKEDA esporrà una sua installazione dal titolo "Panorama della memoria" Teatro impossibile. Inoltre sulla poesia giapponese contemporanea interverrà Massimo Giannotta, poeta, traduttore e editore. Poesie in lingua originale e in italiano verranno lette dai due artisti e dall'attrice Paola Bacchetti.

mercoledì 6 gennaio 2010

Gualberto Alvino. Parodiando

8. Aldo Nove

Il 14 luglio 2009 tra le h. 13.52 e le h. 14.01, posso dirlo con sicurezza perché a quell’ora guardo sempre alla tele Medicina 33 rubrica a cura di Luciano Onder mi piace Luciano Onder quando parla fa smorfiette strane con la bocca strizza continuamente l’occhio destro mia nonna dice è un tic perché sarà nato settimino o col forcipe quelli che nascono col forcipe poi da grandi vengono malissimo con gravi difetti guarda per esempio quel Camilleri, Andreotti, Battiato almeno scrive belle canzoni, ma a me piace pensare che Onder mi fa l’occhietto per questo guardo Medicina 33 a cura di Luciano Onder non per quello che dice che sono quasi sempre scemenze molto meglio i Flintstones o, sdraiarsi sul divano e, sentirsi al buio l’ultimo cd di Renato Zero oppure, guardare le foto della Ferilli, nuda.
Per esempio nell’ultima puntata dei Flintstones ho riso tanto che mi è uscita un po’ di pipì, dal coso. Ho chiesto a mia nonna, nonna che cosa significa che mi esce un po’ di pipì, dal coso quando guardo i Flintstones? Lei ha detto non ti preoccupare sono cose che capitano certo a te non dovrebbero più capitare hai 42 anni suonati santa Madonna e sei anche, uno scrittore affermato anche se mi sembra strano che qualcuno, pubblica le cazzate che scrivi e soprattutto che, qualcuno le compra. Comunque meglio, almeno si mangia carne, la domenica.
Insomma per farla breve mentre guardavo Medicina 33 e mi credevo che Luciano Onder mi faceva l’occhietto e mi veniva voglia di farglielo anch’io anche se so che non serve a niente perché tanto quelli mica se ne accorgono dell’occhietto che gli fai in quanto non sono lì in carne ed ossa ci sono solo in qualità di immagini e anche se tocchi il vetro tocchi solo vetro non carne, e nemmeno ossa, suona il campanello di casa, mia.
La mia casa è situata a Viggiù nelle immediate vicinanze della famosa caserma, dei pompieri.
Quelli della famosa canzone che fa, testualmente così:

Viva qua, viva là, viva su e viva giù
viva i pompieri di Viggiù
che quando passano i cuori infiammano
viva i pennacchi rossi e blu
viva le pompe dei pompieri di Viggiù.

Non la trascrivo tutta perché, è una delle canzoni più lunghe e noiose, della storia della canzone italiana.
E, non solo italiana.
E, non solo della canzone.
Via Cavour angolo corso Stazzi. Precisamente.
Vicino al bar Vittoria dove ogni mattina vado a comprare Chicle The Chewing Gum of the Americas non si attacca al lavoro del tuo dentista.
La mia casa contiene molte stanze. Ma, siamo solo in due mia nonna, e, io.
Mi ci sono trasferito da poco prima abitavo fuori ma non c’era campo ed inoltre prendevo male La7 adesso La7 la prendo bene ma non la guardo preferisco Allmusic e Televiggiù ma la maggior parte del tempo la passo guardando i film porno i film porno sono l’invenzione più bella che Dio ha fatto, insieme a Mina e Mal dei Primitives, a essi aggiungo senz’altro il Vieri di verso fine anni Novanta perché adesso fa cagare poiché non segna più, ma anche Orzoro è un’invenzione dovuta allo stesso Dio, insieme alle figurine, dei calciatori. Un tempo le Panini, adesso non so come si chiamano e se ci sono, ancora.
Anzi sì ci sono. Ma non mi piacciono più da quando mia nonna me ne ha fatte ingoiare 16 una dopo l’altra il giorno che spaccai il lucchetto della credenza e mi sono ingozzato di quanto segue nell’ordine:
una scatola di biscotti ai semi di finocchio
una scatola di biscotti al burro di princeton
una scatola di biscotti al latte di cavallo Equilac finalmente liberi dalla psoriasi.
Dopo che suonò il campanello di casa mia spengo la tele mi tiro su i calzoni perché me li ero abbassati per menarmi un po’ il coso scendo le scale di corsa come se ero in Ferrari vado al portone e chiedo chi è. Mi risponde la voce da donna ma non è gay di Mocassino uno scrittore basso del Milan mio amico io invece sono, della Juve. Con nessun capello, in testa, come Kojak. Io, comunque sono più basso, di lui. Però di capelli ne ho tanti. In testa.
Ora, bianchi. Quasi tutti.
Il resto sale, e pepe. Sembrano sporchi ma giuro che mia nonna me li lava abbastanza, spesso con Johnson’s baby Shampoo Delicato è da sempre il suo Shampoo preferito.
Va per la maggiore.
Ha anche vinto un premio importante non ricordo la marca del liquore, comunque mi sembra che è giallo, e adesso tutti i giornali lo pagano per fargli dire qualcosa su qualsiasi cosa anche se è una cosa stupida lo chiamano e gli danno un tot a riga. O, a cartella non so. I giornali fanno così, non chiamano mica quelli che sanno scrivere e hanno un cervello che fuma, no aspettano che uno vince un premio importante e chiamano lui. Magari quello ha vinto perché i giurati sono dei coglioni o perché non capiscono un cazzo di letteratura o chissà per quale imbroglio ma i giornali lo chiamano e lo fanno scrivere.
Perché quello che conta è il nome, che si sono fatto.
Il nome, tira.
Comunque Mocassino con quel premio del liquore giallo ha risolto la vita prima non aveva un soldo neanche per comprarsi i giornalini glieli prestavo io me li ridava tutti spiegazzati. Se me li ridava. Quelli porno con certe macchie, io almeno me lo fascio con i kleenex prima dell’eiaculazione per non sporcare certe attenzioni le ho sempre avute lui no mai.
Dopo avere parcheggiato sul prato la sua nuova moto dotata di ben 48 cilindri, per un ammontare complessivo di 4.200 cc. circa che se lo sapeva mia nonna come minimo tipo lo strozzava lo aveva appena tosato molto meglio dei nostri vicini di casa i Cardelli che lasciano i ciuffi, entra e la prima cosa che dice è devo fare la cacca dove posso farla?
Non la faceva da tre giorni ma quella volta, sì. A casa mia.

Come la cacca?
La cacca. Devo farla non la faccio da tre giorni.
E devi farla proprio a casa mia?
Se mi scappa mi scappa tu quando ti scappa che fai non la fai la fai no?
La faccio sì la cacca mica si può trattenere per più di un certo periodo di tempo altrimenti anneghi, nella cacca.
E allora?
Ma non la faccio in casa tua la cacca la faccio in casa, mia.
Si vede che quando vieni a casa, mia non ti scappa, la cacca.
Va bene falla.
Dove?
Al cesso se no dove in cucina? In cucina c’è, mia nonna non vorrai fare la cacca davanti a mia nonna no?
Ti ho chiesto solo dove posso farla mica ti ho detto voglio farla in cucina per forza lo so che in cucina la cacca non si fa e infatti non l’ho mai fatta, lì, l’ho fatta sempre nei cessi o, al massimo nei campi se nessuno passa, cioè, al buio, o, nei cespugli.

Si è recato al cesso facendo una serie di scoregge a tempo di hip hop e quando ha finito si è recato al salone dove lo aspettavo, secondo me senza nemmeno farsi il bidè perché ci ha messo troppo poco dal momento dello sciacquone al momento dell’uscita dal bagno, io, stavo mangiando un Vitasnella e oltre di esso mi stavo succhiando con la cannuccia una bibita al cocco che sembrava sborra l’ho sputata a terra e lui mi ha detto con quella faccia da palla che aveva un’idea pazzesca te la dico?
Io, ci pensavo.
Un gusto che hanno gli scrittori è, dire che hanno un’idea.
Un altro gusto che hanno gli scrittori è, dire che te la vogliono dire.
Un terzo gusto che hanno gli scrittori è, pretendere la tua opinione dopo, che te l’hanno detta, l’idea.
Io invece anche se sono uno scrittore, no.
Poi per finire presto la faccenda ho detto dimmela dai. Se no non me lo toglievo di torno tre ore a andare bene lo conosco.

Ma che è la puzza che sento non la senti è pazzesca!
È mia nonna che fa il soffritto, di pesce per il sugo.
A proposito ho un certo appetito.
In effetti è ora di pranzo non vai a pranzo?
Non ho ancora incassato i cinquemila del premio non è che hai qualcosa da mettere sotto, i denti?
Sì parecchie.
Tipo?
Tipo 11 biscotti secchi è il massimo, che posso darti.
Grazie. Ma non è che mi prendi in giro mi sembra impossibile che tu sei il tipo che offre, non l’hai mai fatto, forse ci hai messo dentro qualcosa, magari ci hai pisciato, sopra? Ne ho abbastanza di essere scherzato da te, fin da piccolissimi.

Ho aperto il buffet.
Il primo sportello conteneva, bicchieri.
Il secondo sportello conteneva, piatti.
Il terzo sportello conteneva, posate.
Il quarto sportello conteneva, tovaglie e tovagliolini.
Il quinto sportello conteneva, bottiglie di liquore.
Il sesto sportello conteneva, servizi da tè e da caffè.
L’ottavo sportello era vuoto c’era solo uno stuzzicadenti e alcuni granelli, di polvere.
Il nono sportello conteneva, una scatola contenente circa, 11 biscotti secchi e Mocassino li ha fatti fuori in mezzo minuto aveva proprio fame altro che appetito l’avevo capito fin da subito.
Sbrigati che fanno Zorro gli ho detto. Ancora vedi Zorro? ha detto, poi ha detto tu fai ciò perché ancora non sei cresciuto. Saranno pure cazzi miei gli ho detto e cominciò a dire che mentre era in terrazzo come ogni pomeriggio a guardare col cannocchiale per avvistare un oggetto non identificato un oggetto non identificato lo aveva rapito e gli extraterrestri contenuti all’interno di esso gli avevano rivelato una marea di verità e adesso voleva raccontarle a me per scriverci su dei racconti, a quattro mani. Cioè io e lui. Insieme.
Dividendo in parti uguali il ricavato, delle vendite e tutto.
Subito mi si sono rizzate le antenne perché la fantascienza mi fa venire i brividi gli ho chiesto ma che cosa t’hanno detto quegli extraterrestri? Lui mi ha guardato un po’ con quegli occhi da pescemorto poi ha parlato con un tono basso, meno da donna del solito e ha detto allora, la cosa più importante che mi hanno detto è che gli scrittori di oggi i poeti di oggi i critici di oggi gli editor di oggi sono quasi tutti extraterrestri gli extraterrestri tempo fa hanno rapito quelli veri li hanno chiusi in una specie di magazzino e ogni tanto gli portano da mangiare, intanto fuori ci sono loro che hanno preso il loro posto.
Ah, adesso mi spiego perché sono tutti meno istruiti di mia nonna, ho detto.
Sì me lo spiego anch’io ha detto lui per esempio quello che anni fa ha scritto quel libretto su una balena morta in quel libretto ci sono più errori che cose giuste. A pagina 30 c’è scritto ha girare, a pagina 62 un’aspirapolvere appoggiato, a pagina 150 rimaneva accese ma questo sarà un errore di stampa, a pagina 159 dalle parte delle femmine ma anche questo sarà un errore di stampa però le bozze le potrebbero correggere con più attenzione, a pagina 163 non ero ancora pronto per le cose che degli adulti, che solo lui sa cosa cazzo significa, a pagina 167 glielo detto, a pagina 171 la madri ma anche questo sarà un errore di stampa, però alla pagina dopo c’è scritto lo visto e questo non è un errore di stampa è lui che la fatto.
Sì penso proprio che è vero questa faccenda del rapimento ho detto io, pensa a quel Calasanzio, Cagnasanta o Santiddio o come cazzo si chiama, chi può averlo fatto diventare condirettore di quella rivista fondata da Moravia se non si capisce un’acca quando scrive e quando si capisce qualcosa quel qualcosa è una cosa assurda o, sbagliata? Adesso l’hanno fatto diventare presentatore di Raiuno e non si capisce che dice quando parla, non solo perché ha la esse moscia e gli mancano tante consonanti peggio che a Luciano Onder di Medicina 33 però almeno lui è simpatico, ma perché parla tanto per parlare senza pensarci su prima e poi anche se ci pensasse su prima non cambierebbe molto perché è proprio il suo cervello a essere così uno col cervello così ci nasce, io lo nominerei subito.
Invece io lo caccerei proprio, dalla casa ha detto.
Sì sì anch’io ho detto eliminazione diretta.
Poi mi ha guardato un’altra volta e mi ha detto sempre con gli stessi occhi da pescemorto ora devo andare devo accompagnare mia madre al discount dopo devo scrivere per il Corriere che ne penso di un certo Gatti, o Goddo, uno scrittore che scrive in romanesco, o in toscano, o in milanese, o tutto insieme, una specie di pasticcio, un pasticciaccio, per dire Svizzera dice Sguizzara, pensa te la pazzia che ti porta a fare, comunque devo studiare mica posso improvvisare, pagano.
Va bene vai se devi andare vai ho detto.
Poi ha mollato un’altra scoreggia e è andato via.
E dopo basta.

martedì 22 dicembre 2009

Canto di Natale




Faceva un tempo da schifo, un freddo che spaccava le ossa, vento tagliente, pioggia a gocce chiodate e un cielo scuro come l'ansia. I mobili Aiazzone comprati vent'anni prima si sgretolavano sotto la morsa del gelo che entrava dagli spifferi grandi come canali degli infissi scalcagnati delle finestre, due delle quali al posto del vetro c'avevano due tavole di compensato attaccate col silicone, ormai semi scollato. Il televisore trasmetteva ininterrottamente un effetto neve frusciante, il decoder non ce l'aveva, un apparecchio nuovo manco a parlarne, tanto valeva spegnerlo. Ma sua suocera si ostinava ad accenderlo e a passarci le giornate davanti, con lo sguardo fisso e un sorriso ebete, da rincoglionita qual'era. Per rispetto a sua moglie la lasciava fare. Tanto tra un po' avrebbero tagliato la corrente elettrica e sua suocera avrebbe fissato lo schermo spento. I bambini, per così dire visto che erano adolescenti animaleschi, s'accapigliavano, come sempre, dandosele selvaggiamente, ma non litigavano, erano esuberanti, così diceva sua moglie, sfogavano e basta, era il loro modo di giocare. Almeno così s'accaldano e non sentono troppo 'sto freddo pazzesco, pensò. Sua moglie rimestava il pentolone grande, nel quale bollivano da ore due carcasse di pollo. Comprate al supermercato. Il marketing s'era adattato alla crisi. Incellofanate, su vassoietti di polistirolo bianco fulgido, sotto la luce del bancone macelleria, erano apparse queste meraviglie, a sessanta centesimi al chilo, ti portavi a casa un pollo, senza petto e senza cosce. Ma almeno ti sembrava di potertelo permettere, un pollo. Visto che erano in cinque a mangiare, per le feste sua moglie ne aveva comprati due. Avevano il pregio che a forza di rosicchiarli e succhiare le ossa, ti stancavi e ti passava la fame. In più c'era il brodo, che era sempre meglio di quello dei dadi, che tra l'altro erano più costosi. L'odore era buono, faceva venire l'acquolina in bocca, ma questo era uno svantaggio, perché quando tutto arrivava in tavola, il niente che era straziava l'anima e il corpo. Ciò nonostante sua moglie canticchiava. Che cazzo c'hai da cantare, pensava Natale, siamo nella merda, mangeremo quattro ossa e una tazza di brodo; tua madre è rimbecillita davanti al televisore scassato e ogni tanto chiama tuo padre, che è morto da vent'anni, e lo rimprovera per qualche minchiata che avrà fatto quarantanni prima e che è una delle poche cose che ormai si ricorda; i tuoi figli, i nostri figli, sono due idioti violenti che a scuola vanno malissimo fin dall'asilo nido e il buongiorno si vede dal mattino; tu sei patetica con quella camicia rosa coi volant, attillata sopra la ciccia da quarantenne esausta, quella pantacollant ti fa un culo a mappamondo che a te ti fa sentire la cugina di Jennifer Lopez ma tanto io lo so che quando te la togli la forza di gravità te lo schianta, e io sono un fallito disoccupato, a cinquantanni passati, c'è la crisi, che ci vuoi fare, passerà, sta già passando: si come no, sopra di me sta passando, come un tritacarne e che cazzo c'avrai da cantare, eh? Boh.
Gli girano i coglioni a Natale e per non litigare con sua moglie, per non ammazzare sua suocera e buttarla nella pentola a tocchi insieme alle carcasse di pollo, per non legare col filo spinato quei figli che a tredici e quattordici anni hanno testosterone e idiozia pompati dappertutto, acchiappa la giacca a vento ed esce. Torno più tardi. Copriti bene che fa freddo, gli fa la moglie. Sì.
Il freddo, così di colpo, come una tavolata sulla faccia, appena fuori, lo fa barcollare. Ma è troppo incazzato e cammina a passi lunghi e saltellanti, una specie di corsa da struzzo nella galleria del vento, un due tre, un due tre, un due tre... Sbuffa anche, sbuffa e smadonna, sbuffa e smadonna. Birubìp. Birubìp. E si ferma. Un cazzone col suv. Ha messo l'antifurto, col telecomando, ma avrà schiacciato due volte oppure con 'sto freddo l'impianto elettrico dell'auto è andato in pappa, fatto sta che il tipo si sta allontanando, ma l'auto l'ha chiusa e riaperta, senza accorgersene. Natale lo vede sparire dentro a un portone, carico di pacchi infiocchettati e buste griffate. Stronzo, pensa. Gli fa rabbia, gli fa invidia. Però se lo ricorda che anche lui fino a qualche anno prima, tornava a casa con i pacchetti regalo, senza Suv e i regalini erano modesti, ma tutto aveva una sua dignità, Natale aveva dignità, la sua vita, piccola ma dignitosa.
S'avvicina all'auto. Sbircia intorno. Non c'è nessuno. Apre la portiera ed entra. Si siede al posto di guida e poggia le mani sul volante. Quant'è alta 'sta macchina, paiono camioncini 'sti Suv. Esagerati. Però è figo starci sopra. Ti senti forte. Potente. 'Na stronzata, ma fa bene. A uno come a me fa bene davvero, pensa. Un po'. Un po' poco, ma adesso mi pare tanto. Che fregatura, pure 'sto Suv. Nel calore dell'abitacolo, sospira, guarda avanti a sé il parabrezza appannato. Si addormenta. Senza sogni, come se scivolasse dentro un tubo nero e caldo. Di botto una musichetta esasperata invade il vano dell'auto, Natale sobbalza, si sveglia, si rende conto che il tipo ha dimenticato il cellulare, apre la portiera e schizza fuori. Corre via. Ma fa in tempo a incrociare l'uomo che sta andando a recuperare il telefonino. Giusto in tempo, pensa, mi mettevo nei guai ancora di più, e tanto non la rubavo, non so nemmeno come si fa a farla partire senza chiavi, e poi adesso con 'sti gps, pure se fai cento chilometri ti rintracciano. Soprattutto non sono un ladro, ancora no. Sono onesto. Un coglione fottuto, ma onesto, io. Fino alla fine. Non serve a niente, se sto come sto, ma sono così, colpa di mia madre, di mio padre, di tutti quei buoni principi che mi stanno dentro e addosso e non si scollano nemmeno se sono disperato, come adesso.
Le campane elettriche di una chiesa vicina suonano perdendo colpi.
Natale ricomincia a correre stile struzzo, aggiungendo dei movimenti di braccia e colpi di mani sulle cosce per non farle gelare. E corre e salta. Non se ne accorge subito del cane che lo insegue. Una specie di cane bastardo con un ricordo antico di cane lupo nella testa e nella coda, con un corpo a botte, di colore smerdato, che testimonia generazioni di meticciato trombante. Poi il cane lo supera, in un guizzo di esaltazione canina, corre un poco avanti, si ferma, salta, gli va incontro, salta ancora, riparte avanti. Per un attimo Natale si spaventa, pensa che il cane voglia aggredirlo, ma subito dopo capisce che quel cazzone vuole giocare. Perciò continua a correre, a saltare, a battere le mani, agitare le braccia, col cane che lo imita, corre, salta e invece di muovere le braccia, scuote la testa e agita le orecchie. Ogni tanto incrociano un Babbo Natale di plastica gonfiabile e Natale, senza smettere di correre gli molla un calcio o uno schiaffone in faccia.
Si fermano davanti a un cassonetto che sembra non puzzare, tanto è il freddo. Natale si piega e respira affannato. Gli duole il fianco. Suda persino. Il cane si ferma, gironzola, sbuffa, sniffa il cassonetto, alza la zampa e gli schizza su una pisciatina. Natale continua il gioco d'imitazione tra lui e il bastardone, piscia anche lui sul cassonetto. Ahhh. Ci voleva. Sente di nuovo il freddo. Una specie di manina gelida sul collo. E si volta di scatto. Nessuno. La strada è deserta. La luce giallastra dei lampioni è ovattata da un'infinità di macchioline bianche. Nevica. A Natale nevica. Quando cazzo mai ha nevicato qui? Ma nevica. Fa un freddo bestiale e nevica. Bello. Guarda il cane che s'è seduto e con la zampa si da colpetti sulle orecchie, a scacciare i fiocchi che lo colpiscono lievi e freddi. È neve, dice Natale al cane. È solo neve. Non avere paura. È bella da vedere, no? Ti piace?
E il cane gli risponde. Alza il muso e mugola, mugola forte, mugola tanto fino a ululare. Ulula a lungo. E anche Natale ulula. Ulula, ulula. Uuuuuuhhhhhh. Uuuuuuuuuuuhhhhh. Da soli, nella notte, come un canto lungo e modulato, soli e insieme, ululano, cantano come bestie, cantano nella neve, bianca come lo sconcerto che li attraversa, cantano, mentre Gesù sta nascendo.


© Francesco Randazzo - 2009

domenica 20 dicembre 2009

ARCENCIEL MONDO


ANTICIPAZIONI 2010
Presso la sede della libreria caffè Rinascita a Roma in Via P. Alpino, 48 dal 23 gennaio iniziano i nuovi appuntamenti del Progetto Arcenciel Mondo, curato da Regina Franceschini Mutini, Ivana Conte, Paola Bacchetti. Artisti italiani e internazionali vi danno appuntamento nelle seguenti date: sabato 23 gennaio dalle ore 18 Uemon Ikeda artista e performer giapponese e Massimo Giannotta poeta e traduttore della poesia giapponese; 20 febbraio dalle ore 18: Serge Uberti, pittore e scultore francese con Cristina Baruffi e Manuel Cassano. 20 marzo sempre alle ore 18 uno spettacolo di e con Marco Palladini scrittore e performer; 24 aprile ore 18 una serata di teatro: Paola Bacchetti in "Volontarie della libertà"

sabato 5 dicembre 2009

Gualberto Alvino. Parodiando

7. SANDRO VERONESI

— Sai una cosa stellina? — le chiedo osservando la frattale complessità del suo viso ovale e regolare.
— Cosa? — chiede lei mentre frotte di turisti giapponesi carichi di macchine fotografiche di ultima generazione accapano sotto gli archi con gran rumori: boing, sclomp, stu-tun, bumbumbum.
— Hanno appena rifatto il manto stradale e già c’è un’infinità di buche. Se non stiamo attenti ci rompiamo una gamba, se non peggio — dico io con atteggiamento particolarmente preoccupato.
— Solo una gamba dici? Qui si rischia di brutto, te lo dico io! — fa lei togliendosi un sassolino dalla scarpa, non solo metaforicamente.
— Sono d’accordo — rispondo facendomi largo tra i turisti giapponesi, uno dei quali ha un polso fasciato e ogni tanto se lo guarda come se fosse sorpreso o incuriosito; un altro, invece, sbircia di continuo l’orologio, come se avesse un appuntamento importantissimo al quale non può mancare. Noto che ha i tacchi alti ed è molto basso di statura: forse ha i tacchi alti proprio per compensare la bassa statura, mi sorprendo a pensare. Ma senza darlo a vedere, perché lei si infuria se si accorge che mi metto a pensare cose cazzutissime come questa. Le chiama contorsioni mentali, e forse ha ragione.
— Meno male — fa lei con gli occhi rimbombanti di dolcezza e di austerità al tempo stesso — che una volta, almeno una volta ti dichiari d’accordo con me. Cos’è, è morto il papa? È la prima volta, la prima volta in assoluto che ti sento dire che sei d’accordo con qualcosa che dico o penso. Dimmi la verità, lo dici solo per farmi contenta, non è così? Non ti conoscessi…
— Come sei abbronzata! L’abbronzatura ti dona moltissimo. Sei bellissima. Sbaglio o hai messo l’abbronzante che t’ho regalato io a Pasqua? Posso offrirti un caffè? — dico io come se niente fosse, con un sorriso incistato di nonchalance, facendo cadere il discorso da lei intrapreso, perché so che è molto pericoloso. Ormai la conosco come le mie tasche, e certi suoi discorsi so benissimo che tasso di pericolosità hanno e dove portano.
— Sì, ho messo il tuo abbronzante, è buonissimo sai? Dici un caffè? — fa lei abbastanza stralunata, mettendosi a riflettere molto a lungo, mentre il raglio di un clacson mi scuote da capo a piedi. Quando riflette sembra miope. È questo che mi è sempre piaciuto di lei, fin da subito.
— Non fare complimenti d’accordo? Ma se hai da fare non fa niente — dico.
— No non ho niente da fare. È che detesto il caffè. Magari un tè mi andrebbe di più — dichiara sinceramente lei. E questa sincerità la apprezzo molto.
— Va bene andiamo, c’è un bar proprio dall’altra parte della piazza — e glielo indico con il mento, zac, ma mi esce fuori un movimento goffo, simile a un tic, e una fitta di autocommiserazione mi trapassa dolorosamente il viso. Dovrò stare attento a quello che dico e soprattutto a come lo dico, altrimenti il tè con lei posso scordarmelo. Mi schiarisco la voce, tanto per fare qualcosa.
— Sì andiamo — dice lei ignorando il mio movimento. Non mi si fila nemmeno un po’, ma poi mi prende sottobraccio con un’allegria che mi sconcerta. Mi chiedo cos’abbia in mente.
— Sai mi sono sempre chiesta come fanno a trasformare la polvere in liquido. Sono cose così diverse tra di loro. Per me è e rimane un mistero indecifrabile — dice poi riflessiva e lievemente agitata, come ogni volta che tocca argomenti seri e scottanti.
— In effetti è una faccenda molto complicata. Tempo fa, quando facevo il consulente finanziario a Manhattan, un barman pakistano mi disse che fanno pressappoco così: mettono un po’ d’acqua a bollire, poi ci infilano dentro una bustina di tè, l’acqua penetra nella bustina, scioglie il tè e il tè è pronto. Però t’avverto che non so se crederci completamente: quel pakistano non era molto affidabile, anzi non lo era affatto, né come persona né tanto meno come barman.
— Straordinario! Chi l’avrebbe mai detto? Certo che la chimica è una cosa fantastica al giorno d’oggi!
— Fantastica? Diciamo pure meravigliosa — la correggo io stringendole forte un gomito e parte dell’avambraccio fino a farle male. Ma non tanto da farla gridare.
— Guarda, — le dico subito dopo — stanno arrivando altri giapponesi. È una vera e propria invasione. Sembrano pilotati da un’entità invisibile. Non sembra anche a te stellina?
— Sono d’accordissimo. Ho anch’io la tua stessa medesima sensazione — risponde lei incollandomi gli occhi addosso mentre una giapponese si soffia il naso minuscolo, talmente minuscolo che pare invisibile. Mi domando tra me cosa ci sia da soffiare e inoltre come faccia a produrre quel rombo assordante che fa voltare tutti i passanti.
— Ecco il bar. Entriamo? O hai cambiato idea? Se vuoi ci sediamo su una panchina a chiacchierare del più e del meno — dico poi distrattamente.
— Perché? — fa lei allarmata.
— Non lo so. Lo dico per te. Mi è sembrato che l’entusiasmo per il tè ti fosse improvvisamente passato — rispondo laconico sperando intensamente che lei insista per il tè.
— Oh no, grazie della premura ma un tè lo berrei molto volentieri. Magari prenderei anche un pasticcino piuttosto che un maritozzo con panna, ho qualcosa qui nello stomaco che… — dice mettendosi una mano sullo stomaco e massaggiandoselo con dei rapidi movimenti circolari. Noto che ha un’unghia senza smalto, cosa straordinaria per una persona attenta e precisa come lei. Che cosa le starà succedendo?
— D’altra parte, come potrebbe essere altrimenti? Ieri sera ti sei rimpinzata di nespole e rum della peggiore qualità. C’era da aspettarselo! — sentenzio io con tono cupo e paterno, sentendo montare uno strano magone che quasi mi soffoca.
— Sai cosa stavo pensando? — chiede lei all’improvviso, e il magone mi si scioglie come neve al sole. Respiro.
— Cosa? — dico io.
— Secondo me quel pakistano t’ha detto una cazzata. Deve esserci qualcosa di più complicato e misterioso che non ha voluto, o non ha potuto dirti! — conclude calcando molto la voce su o non ha potuto e contemporaneamente sbarrando gli occhi, come se avesse di fronte un morto vivente o comunque qualcosa di terribilmente spaventoso.
— Lo credo anch’io — rispondo guardando un vecchio giapponese che s’infila il dito mignolo in un orecchio e comincia a rotearlo furiosamente mostrando il bianco degli occhi per l’intensissimo piacere che prova. Sarà pieno zeppo di cerume, penso. Magari finora è stato sordo e all’improvviso comincia a sentirci. Un autentico miracolo. Ma bando ai pensieri cazzuti.
— E se invece del tè prendessimo una birretta chiara? — propone lei entusiasta.
— Perché no? — azzardo io. Sono sempre stato affascinato dal suo spirito d’avventura, fin dal primo momento che l’ho vista. Ricordo che la prima volta la invitai a un cinema e lei propose invece un’amatriciana all’aglio calabrese nella trattoriola sotto casa sua. Per me fu un momento magico. Quasi una rivelazione.
— Che poi anche qui c’è un mistero che non mi quadra mica sai? — dice seria di colpo.
— Tipo?
— Tipo che anche fare la birra deve essere una faccenda molto molto complicata. Mi sono sempre chiesta com’è possibile che…
— Complicatissima — la interrompo io con cautela, per non indispettirla. — Pare che venga dall’orzo, ma non posso dire di esserne sicuro al mille per mille, te lo dico subito.
— Cos’è, mi prendi in giro? Eh? Ti prendi gioco di me? Io l’orzo lo bevevo col latte da piccola ogni mattina prima di scuola in quantità industriali e non mi sono mai ubriacata, mai. Invece se prendo un goccio di birra, un solo goccio, comincio a dare i numeri e ci metto tre giorni a rimettermi in sesto. Tu ne sai qualcosa — esclama lei con tono inarrivabilmente perentorio squadrandomi dalla cima dei capelli alla punta dei piedi col suo solito sguardo indagatore. Di cui ormai non riesco a fare a meno.
— Infatti, sembra impossibile anche a me stellina. È un mistero. Un vero mistero — dico io mentre un altro gruppo di giapponesi cala sinistramente dalla china.