Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

mercoledì 14 maggio 2014

"I delitti della primavera"


Un libro a volte può mentire, il suo titolo può essere frutto di strategie attrattive, ma non del tutto sincere. Il mercato o il trend del momento a volte costringono a piegare il senso di un libro verso qualche possibile target di lettura e quindi di vendita. Non è sbagliato di per sé, anzi, se favorisce la vendita e la diffusione del libro quando è un buon libro, ben venga. Infine il lettore accorto, pur sgamando la bugiola da copertina, sarà contento d'averlo letto. Come è successo a me leggendo “I delitti della primavera”, sottotitolo “Un serial killer nella Firenze del Rinascimento”, di Stella Stollo, edito dalla giovane ma centratissima casa editrice Graphoofeel. Nell'era dei thrilleroni, americani e italici, il titolo è una studiata trappola. E ci si casca. Fortunatamente, però. Il giallo e l'intrigo ci sono, intendiamoci, ma invece di spedirci dritto dritto alla compulsività d'azione del genere, ogni tanto, spesso anzi, la scrittura, il plot, si fermano e si comincia a navigare “in un vasel, presi da incantamento”, per parafrasare Dante. Ci si sofferma a ragionare sul mondo, sull'arte, sulla poesia, sulla bellezza, sulla cultura, la tolleranza, il pregiudizio, attraverso i ragionamenti di Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Leonardo Da Vinci e molti altri begli spiriti dell'epoca in cui si svolge la vicenda. E se pur dapprima, queste “frenate” al plot, spiazzano e sembrano divagare rispetto alla classica mozione d'ordine del lettore di genere, cioè: “Chi è l'assassino?”, andando avanti nella lettura, ci si perde e si viene affascinati da quel mondo, da quei begli spiriti che lo abitano, dai loro ragionamenti e desideri, dalle idee superbe e rischiose, dalle utopie e dai grandiosi piani. Così, infine, ci si scorda quasi del genere con il quale siamo stati adescati e ci si immerge in ben altro e ben di più, vividamente, profondamente. Scoprire alla fine chi è l'assassino non è più così importante, seppure la Stollo è molto abile ad imbastire un finale non finale, che forse lascia presagire altri libri a venire. Quel che più conta sono loro, Botticelli, Lippi, Da Vinci, Vespucci, i loro sentimenti, le loro visioni del mondo, la loro straordinaria vivacità intellettuale, quel loro meraviglioso sfidare il consueto per l'inconsueto, l'apparenza per la trasfigurazione, il già noto per ciò che si deve ancora scoprire. La forza del libro è questa. E se pur con un piccolo inganno, il lettore al termine del libro, è contento d'essersi imbarcato, con i protagonisti della storia, in un viaggio extraordinario, senza fine, né finale, nel grande mare aperto dell'ingegno e della fantasia, della Storia, e dei suoi segreti e misteriosi risvolti.




mercoledì 7 maggio 2014

E transitare nel silenzio



E transitare nel silenzio
sopra un treno che si svuota
Attraversare radici spietate
tagliando col machete
pezzi di Pier della Vigna
Sfrecciare verso il niente
E piangere senza suono
perché niente più niente
vuoi ascoltare niente
E l'aria che si sposta
entrando in galleria
il treno vuoto e te
senza biglietto
senza meta
Rotto
il freno

d'emergenza



©francesco randazzo_2014




giovedì 1 maggio 2014

"Geco" di Gualberto Alvino



Un mattone dietro l’altro [another brick in the wall, roba vecchia] le maestranze hanno eretto muri portanti, collegamento tra fondamenta della tradizione e proiezione verticale del grattacielo, seguendo le leggi della fisica, il filo a piombo, maneggiando cazzuole e secchi colmi di malta/cemento. Hanno sudato fatiche evaporanti, canottiere che incorniciano petti villosi sono zuppe ormai. Intrise, meglio. Verranno strizzate e lavate l’ennesima volta, ma la loro destinazione d’uso non cambierà nel futuro prossimo e nemmeno nell’anteriore. Meglio intrise, simbolo d’appartenenza a categorie tutto sommato immutabili procedendo nello spaziotempo.
«Capisci adesso perché detesto i romanzi con un costrutto? Le storie potenti, parafrasabili, forzate su tragitti unici, dritti? E perché ho sempre preferito la più futile delle divagazioni alla scena madre, il timbro al significato…»
Il geco.