Oltre al sonno e alla concentrazione ci sono anche altre cose che non sono state dette a nessuno.
Giornate intere che scompaiono, e brevi attimi che diventano un’eternità.

(Peter Høeg)

giovedì 28 aprile 2011

Ad un palmo dal naso

Sei mesi –forse più- di vicinato
addirittura dirimpetto sullo stesso
pianerottolo stesso civico
barra uno e barra due identico
numero di appartamento,
ma si sono sempre cortesemente ignorate
al massimo salutate per le scale
o davanti al cancello arrugginito
agli scheletri dei campanelli
dei motorini che qualcuno ha smontato
rubati davanti alle scuole rivenduti
a pezzi dai tossici per comprarsi la dose.

Una vera e propria ragione
per quel loro atteggiamento
non c’è, è più una sensazione
epidermica la classica antipatia
spontanea senza fondamenta
assolutamente niente di personale
basta continuare a ignorarsi.

L’unica spiegazione plausibile
l’intenzione di stare fuori dai guai
che non mancano mai in un palazzo
come quello, basta cercarseli
e spuntano da ogni parte
tra puttane, spacciatori e immigrati
clandestini un semplice ciao il voler essere
carini si può trasformare in iattura
nell’inizio di una brutta avventura
perciò meglio evitare non peggiorare
una situazione già difficile
a dir poco e dirne bene.

Per Annah le due stanze
fetide dove adesso abita
sono state la salvezza una schifezza
–è vero- neanche i topi ci fanno la tana
e quant’è lontana l’idea
di una casa accogliente
le sembra che una marea improvvisa
abbia spazzato via tutto
come lo tsunami in Indonesia
il mare che ribolle rabbioso
di schiuma e si innalza
minaccioso per infrangersi
con cattiveria sulla costa.

Era felice quel giorno
prima della tragedia inaspettata
era stata dal ginecologo
del consultorio "lei è incinta
signora" e quella parola
suonava bene come il risultato
di una partita vinta
ma la vita è starna bastarda
a volte e si ti è toccata la sorte
di avere un uomo frustrato
alcolizzato col cervello imbottito
di calcio di eventi sportivi
non puoi sapere come possa reagire.

Potrebbe finire male infatti
quell’animale l’aveva picchiata
a sangue schiaffoni sulle guance
un occhio tumefatto il naso rotto
"puttana!" le aveva detto
"già mantengo te, che dovrei fare?"
ed era finita in strada
in un attimo senza sapere
dove andare nessun parente
da chiamare sola come un cane
anzi no, con un futuro
figlio cui badare.

Qualche sera prima al telegiornale
aveva sentito dire che molti
immigrati irregolari senza soldi
senza lavoro occupavano case
poco dignitose ma l’unica soluzione
per molti di loro e ora
anche per lei. E pensare
che c’aveva creduto ad Antonio
credeva che l’avrebbe sposato
che tutto si sarebbe sistemato quanto prima
con l’arrivo di un figlio –magari
una bambina- e del permesso
di soggiorno un sogno
diventato realtà.
Forse un’altra volta però.

C’era voluto tanto coraggio
ad andare da sola in quel posto
dove un’ora era troppo
lunga da passar per qualunque
persona normale sana di mente
ma quando non hai niente
non hai nemmeno la possibilità
di scegliere, al massimo
se vivere o morire rimane
nella tua disponibilità.
Se prima non ci pensa qualcun altro.

Francesca invece abita lì
da tempo è tutto quello che sa
di lei oltre al fatto che ogni tanto
passa qualche giorno dentro
per reati minori comunque
non ha per niente l’aria
di una che fa male alla gente.
Forse ha trentacinque anni
e per la metà si è bucata
la faccia segnata da rughe
profonde –soprattutto sulla fronte-
come fosse sempre crucciata
o lo fosse sempre stata
e la pelle sembra bruciata dal sole
che non sapresti dire se è una giovane
vecchia o una vecchia giovane
ma guardando con attenzione
in quelle rughe le sofferenze
le conti una per una.

Ha le mani tatuate Francesca
pareti affrescate cadenti
con pollice opponibile
ricoperte di motivi floreali
come quelli che le orientali
fanno con l’henné solo
sbiaditi slavati squagliati
dallo stesso sole dalla luce
forte che ha segnato la fronte.
Sono due donne diverse
Annah e Francesca allo stesso modo
perse nei vicoli di una metropoli
indifferente ma l’affinità
non va oltre, magari per questo
non si piacciono.

Poi una notte verso le due
con anticipo sul programma
si erano rotte le acque
il caldo tra le cosce
il materasso inzuppato
e il fiato veloce a rischio
iperventilazione, la voce
che manca in gola realizzare
di essere sola in un condominio
fatiscente un anonimo
inquilino abusivo, una partoriente
nel posto sbagliato al momento
sbagliato la paura non per sé
per la creatura senza colpe
che porta in grembo.

Tra quelle quattro mura
ammuffite giallastre le finestre
oscurate con la carta del giornale
la tensione sale, difficile
qualcuno possa sentirla gridare
aiuto in un italiano accentato
da paesi dell’est Europa
un’invocazione a qualche anima
buona nei paraggi.

Francesca è stesa a letto
ancora sveglia fissa il soffitto
pensieri in fila come auto
al casello autostradale
accalcate accodate, sente gridare
distingue una voce femminile
chiedere aiuto, viene dal pianerottolo
dal cassetto prende la pila
senza pensarci un attimo
si precipita fuori i rumori
vengono dall’appartamento di fronte
un calcio ben piazzato e la porta
è aperta stravolta sul materasso Annah
tiene lo sguardo fisso su di lei
gli occhi sbarrati "sto per partorire"
e non riesce a dire altro.

Silenzio per un attimo
Francesca si guarda attorno
"ce l’hai un telefono?"
Nessun telefono nessuna auto
con cui andare all’ospedale
ormai è tardi per pensare
sapere cosa fare sarebbe utile
ma arrangiarsi è l’unica soluzione
la situazione precipita
la natura non aspetta l’ignoranza
degli umani non rispetta la paura
o l’inesperienza.

Interminabili minuti infiniti
vissuti un secondo dopo l’altro
scanditi dalla goccia regolare
dal rubinetto che perde che tiene
il ritmo della respirazione
le spinte le carezze il sudore
le tenerezze gli sguardi dolci
la complicità profonda
anche se nata tardi come
una verità tenuta segreta.

Tra un mare di lattine di birra
vuote uniche amiche
viene al mondo Giulia
la loro Giulia dal faccino
rotondo rubicondo si direbbe
se una delle due conoscesse
il significato della parola,
sottopeso piange a squarciagola
tra le mani candide di Francesca
tatuate sozze masticate
ma sante.

Francesca si alza dal pavimento
ogni movimento calcolato
come avesse tra le braccia
bucate l’oggetto più prezioso
delicato dell’universo intero
un vaso di cristallo tanto fine
da rompersi solo a guardarlo
di traverso.
In una nuvola di felicità
indescrivibile si trovano vicine
bocca a bocca non parlano
quel bacio racconta tutto
un reciproco download di sensazioni
un fuoco che le scotta entrambe
contemporaneamente.

Uscendo ha detto sarebbe tornata
presto Francesca ignorata
vicina lontana una manciata
di metri chilometri in verità
annullati in una frazione di secondo
da un’emozione gigantesca.
È uscita Francesca
per cercare aiuto per chiamare
un’ambulanza e l’ha lasciata lì
estasiata di punto in bianco
innamorata di due donne.

Lorenzo Pezzato - 2011

domenica 24 aprile 2011

L'agnello morto nel frigo

Vado a cuocere l'agnello
l'agnello morto nel frigo
stecchito a marinare
Adesso lo risveglio
sopra la fiamma blu
gli faccio risorgere
il gusto e l'odore
Ah attizzarsi la bestia
cucinando di notte
È il bello d'essere
uomini feroci
dentro un pacato
quotidiano vivere
e cercare nella morte
una possibilità di riscatto
cucinato a dovere
E poi mordere Mordere
Masticare Ingoiare
Assimilare simili
Trasumanar per terga

Confiteor
Agnus Dei
Miserere nobis
Alleluja

©francescorandazzo2011
 
 
 

Splash qua



Passare dall'altra parte
tornare indietro sempre
Spalancare le acque alte
e correre sul fondo duro
Attraversare attraversare
Verso dove Verso chi
Lanciarsi senza farsi male
Ferisci e sana Ferisci e sana
Piove sulle campane elettriche
Mezzanotte che libera e sorge
senza sole né consolazione
All'alba dormirò nel mio buio
Rimbalzo rimbalzo sulla terra
sempre più in alto in alto alto
Sono una palla Sono una palla
Sono una palla Sono una palla
E se fossi un budino    Splash


©francescorandazzo2011



 

giovedì 21 aprile 2011

Davvero

Nessuna rivelazione è utile
Nè le grandi parole svuotate
Né l'idiozia di credere sempre
in un luminoso avvenire
Piiccole verità che accadono
sotto la lingua misteriosa
I tocchi brevi sulla pelle
Il fumo esalato in calma
Occhi regalati ogni giorno
e una stanchezza buona
come una coperta soffice
Il mormorio e l'aroma di caffè
La giovane sorpresa dell'acqua
La mano avvinta dai tuoi capelli
E scivolare insieme nei giorni
sudando respiri incoscienti
Dire tutto pensando a niente
Non ringraziare e non scusarsi
Attentamente scorrere attimi
Questo mi è utile Davvero

©francescorandazzo2011



martedì 12 aprile 2011

Istanti così



Tendeva verso l'alto
con la mano alzata
come se un palloncino
lo tirasse in su

Senza sforzo
sorrideva
sotto il sole
un po' sudava

Poi in un soffio
d'aprile caldo
volò via

Salutando
una rondine
disse addio
all'inverno

In primavera
pensò
accadono
istanti così

©francescorandazzo2011



sabato 9 aprile 2011

"Pagelle" di Antonio Pizzuto, a cura di Gualberto Alvino


di Filippo Secchieri



All’impresa di leggere Pizzuto — ché tale perlopiù si configura l’accesso alla sua pagina letteraria — Alvino ha dedicato, nel corso di un ventennio abbondante, notevoli sussidi filologici ed esegetici. Parzialmente anticipata in varie sedi periodiche, la munitissima edizione di Pagelle che vede ora la luce parrebbe possedere i crismi per togliere il bando che impedisce la circolazione attiva dell’opera pizzutiana tra un pubblico meno ristretto di quello rappresentato dai soli addetti ai lavori: sia concesso, quantomeno, formulare questo auspicio, incoraggiati anche dalla di poco successiva riproposta nella collana dei «Tascabili Bompiani» di Si riparano bambole, un romanzo del 1960 che torna in commercio nell’edizione approntata sempre da Alvino per Sellerio nel 2001. Pagelle appartiene alla fase della «sintassi nominale» o tout court «narrativa», se possibile ancor più catafratta delle precedenti, che informa la produzione estrema dell’ex-questore palermitano; così, tra i brani meno impegnativi, càpita ad esempio di leggere nelle battute finali di Idrovolante (una pagella di neppure trenta righe, che richiese circa un mese di lavoro): «Mestieri, unico passeggero, ricoverarti digiuno e squattrinato in locanda contrabbandiera là presso. Uno stambugio a abbaini, fornirlo branda, sedia, pila minima da acqua santa, decalogo; nel ricetto, niente giordano» (p. 119). Colpo di coda o di teatro – il sostantivo di cui si asserisce la mancanza – che non può non lasciare interdetti e sul quale torneremo. In origine le Pagelle apparvero in due volumi, ognuno contenente 20 pezzi, per i tipi de Il Saggiatore tra il 1973 e il 1975 con, a fronte, la versione francese (qui non riprodotta ma fruita al bisogno) e le note di Madeleine Santschi (in realtà ispirate da Pizzuto, quindi tenute in maggior considerazione nell’apparato). Già l’intromissione, nelle rispettive principes, di un’assortita serqua di refusi, di cui viene data opportuna collazione, sarebbe di per sé bastevole a salutare con favore la nuova stampa, riscontrata sui manoscritti autografi conservati presso la Fondazione Pizzuto di Roma nonché su parecchi altri documenti (dagli apografi autoriali di 37 Pagelle inviati in lettura a Contini, attualmente alla Fondazione Ezio Franceschini di Firenze, ai dattiloscritti della versione francese annotata, per giungere sino alle pre-pubblicazioni in rivista di alcuni gruppi di pagelle). Ma, naturalmente, c’è di più. L’esame degli autografi, spesso tormentati al limite dell’indecifrabilità, non ha soltanto consentito di ripristinare l’esatta lezione dei quaranta componimenti: ha altresì fornito un importante spaccato del laboratorio pizzutiano attraverso la ricostruzione, minuziosamente espletata nel folto apparato, del processo variantistico (comprendente anche le varianti alternative e cassate) da cui originano le singole pagelle. Non meno rilevanti sono le molte glosse marginali (scolî, annotazioni testuali ed extratestuali) che costellano il manoscritto ovvero rinvenute in un paio di missive a corrispondenti, utili a realizzare la seconda finalità (l’esegetica, in effetti inscindibile dalla prima) di questa edizione. Dopo un ampio saggio introduttivo (Fragments à réassembler) e la Nota al testo che con qualche coatta acrobazia dà conto dei criteri adottati, Alvino offre per ciascuna pagella un apparato costituto da una sintetica introduzione, da una fascia devoluta al commento (che a giusto titolo si avvale anche di riscontri intertestuali e di suggerimenti epitestuali) e da un’altra cospicua fascia riservata alla puntuale registrazione della frastagliata fenomenologia genetica. A seguire viene ristampato, come dalla princeps del ‘73, il breve saggio teorico pizzutiano Sintassi nominale e pagelle, mentre concludono il volume quindici lodevoli pagine di Glossario e alcune tavole che riproducono una campionatura dello stato degli autografi.
Simile profusione di energie si serba a conveniente distanza dalle superfetazioni e dagli idoleggiamenti feticistici che in più di un caso accompagnano, o addirittura motivano, operazioni così concepite; a richiederla è infatti l’oggetto stesso nella sua prismatica, reale ma non per ciò insondabile densità. Leggere Pizzuto è indubbiamente difficile, ma è altrettanto indubbio che non si danno letture davvero semplici, dal momento che, lo ricordava Borges nel Prologo a Il manoscritto di Brodie, «non c’è sulla terra una sola pagina, una sola parola che lo sia, poiché tutte quante postulano l’universo». Ed è una presupposizione di complessità che ritroviamo anche nella prassi pizzutiana, la cui oltranza agisce, secondo Alvino, «allargando sino alle estreme conseguenze le virtualità del sistema linguistico non – o non solo – a scopi comunicativi, bensì d’instaurazione di mondi» (Fragments, p. 9), all’incirca sostituendo alla realtà finita la potenzialità infinita della coscienza. La complessione dei mondi linguistici pizzutiani non è d’altronde priva di punti d’appoggio per un lettore partecipe e intraprendente. All’auspicio della sua esistenza l’autore fa esplicito appello nella pagella proemiale – Lettura – come a una desiderata controparte verso la quale «protendere ancor poco la mano» (p. 71) affinché abbia a verificarsi, con termine della filosofia tomista e rosminiana caro a Pizzuto, quella contuizione che gli permetterà di riconoscere le tracce del processo di elaborazione compositiva e di realizzarne il senso possibile. Allo stabilirsi di questa cooperante sintonia, il contributo del curatore è obiettivamente essenziale: grazie al suo commento (e al riassuntivo glossario) si apprenderà che l’altrimenti enigmatico «giordano» in explicit a Idrovolante è un neologismo coniato sul «jordan» dell’Henry IV di Shakespeare, dove se ne hanno due occorrenze; vulgus: che l’equivoca e disadorna stanza di fortuna è sprovvista anche di pitale. Siffatte integrazioni, atte a conferire perspicuità non soltanto alla sfera semantica, interessano ogni pagella, derivando sia dallo scandaglio della falda intertestuale (esterna e interna, come nel caso appena menzionato, visto il reimpiego della medesima fonte shakesperiana nel debutto della pagella successiva) sia dalla vigile interpretazione di un lavoro correttorio che dalla distillazione del dato realistico e talora aneddotico trae forza per ambire all’assoluto. Si ha in tal modo la riprova che «l’ultimo Pizzuto stampato nudo è un Pizzuto monco, dimidiato», poiché il suo scrivere costituisce «uno dei rari casi letterari, forse l’unico, in cui il percorso conti quanto la meta» (Fragments, p. 28; corsivo nel testo). Ne discende che l’edizione critica di Alvino, debitamente abbinata alle istanze del commento, non ha alcuna parvenza del vezzo amatoriale né dell’esercizio tecnico-culturale auto-ostensivo, al contrario ponendosi decisamente nel segno di una necessità concreta alla stregua di uno strumento di bordo indispensabile per avanzare lungo le rotte creative tracciate da Pizzuto e, soprattutto, per meglio apprezzare gli approdi raggiunti nella sua insistita, plenaria sperimentazione.

[Da «Oblio (Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca)», a. I (2011), n. 1, pp. 304-305]

mercoledì 6 aprile 2011

Epitaffio

"Qui giace un famoso Cardinale
che fece piu' del male che del bene
Il bene che fece, lo fece male
Il male che fece, lo fece bene".
(Anonimo)






Quanti bei coccodrilli lacrimano
adesso è facile e commuove
celare il sollievo nascosto
il rimpianto per la lunga attesa
Era ora Questa è la verità Cruda
Ma vera Nessun Auden griderà
il suo accorato funeral blues
Nessun amore lascia Soltanto
capriccio e bizzoso potere
Troppo e per troppo tempo
La corrente del fiume scivola
ma non guardo nemmeno
Seguito il mio cammino
non sorrido e non piango
Addio senza rimpianti stronzo



©francescorandazzo2011